Guido da Verona.
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Colei che non si deve amare.
Parte prima.
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1920. R. BEMPORAD & FIGLIO, EDITORI. FIRENZE MILANO.
NONA EDIZIONE.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo curato da: Claudio Paganelli per il "Progetto Manuzio", iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber".
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PRESENTAZIONE.
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Scritto fra il 1908 e il 1909, il romanzo Colei che non si deve amare rappresenta nella produzione di Guido Da Verona un vero e proprio caso per la tematica scabrosa dellincesto proposto, s, come sperimentazione di un erotismo pi problematico ma, inevitabilmente, destinato a suscitare reazioni di rigetto morale e letterario. Certo  che alle condanne della critica corrispose uno straordinario successo di pubblico tale da garantire al romanzo un record di vendite che lo poneva fra i best-seller delle opere dello scrittore perch narrato in maniera abile e coinvolgente tanto da mescolare letterariet e tensione drammatica, sensualit, trasgressioni morali e tecnica.
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L'AUTORE.
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Guido Verona nacque in una famiglia ebraica emiliana. Nell'aggiungere un da al suo cognome anagrafico riprese la versione medievale e rinascimentale dei cognomi ebraici.
Fu un ammiratore di Gabriele D'Annunzio. Esord come poeta nel 1901.
Se come autore di versi non fu tanto significativo, acquis grande popolarit nel 1911 con il suo primo romanzo Colei che non si deve amare, capostipite del romanzo d'appendice e della letteratura erotica.
Fu lo scrittore di maggior successo commerciale degli anni venti, tanto che Venne definito il D'Annunzio delle dattilografe e delle manicure.
Firm il Manifesto degli intellettuali fascisti nel 1925 e nel 1929 pubblic una parodia dei Promessi Sposi che era la satira contro il fascismo, seppur mai esplicita, ma che fu ben percepita dai lettori del tempo.
Diventato per questo motivo un intellettuale inviso al regime ed emarginato dopo l'approvazione delle leggi razziali, si  detto che abbia deciso di suicidarsi, ma Enzo Magr afferma che lo scrittore mor in realt per l'aggravarsi di un'angina pectoris il 4 aprile del 1939.
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Colei che non si deve amare.
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Libro 1.
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Capitolo 1.
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Dal primo all'ultimo giorno della sua vita Stefano del Ferrante non ebbe che rovesci di fortuna. Il mondo  pieno di queste vittime oscure, che camminano per un lento calvario e non cadono mai del tutto sotto il peso della loro croce.
Gli erano morti, nella sua prima et, il padre e la madre, durante una mora di quell'anno che miet molte vite. Un congiunto lo raccolse nella propria casa per allevarlo con i figli suoi. Non fu misericordia; Stefano ereditava qualche bene di fortuna, che il congiunto gli dilapid. Egli lo venne a sapere pi tardi; fu consigliato anche ad intentargli una lite, ma non ne fece nulla. Era un uomo soave e riconoscente, che non amava molestare il prossimo n gettarsi a capofitto nel gran pelago della carta bollata. Studi con fatica, ma studi; non ebbe invidie piccole n ambizioni grandi; fu sin dal principio un uomo laborioso ed umile. Prese una laurea in chimica, laurea che lo costrinse ad essere uno spostato; si mise a speculare e perdette, a commerciare e fall.
Egli diceva di s stesso con grande rassegnazione: Ho avuto un grave torto: quello di venire al mondo. E come ricchezza, nella sua storia povera, non ebbe che un amore; uno di quegli amori caparbi e malinconici che si accendono talvolta nelle anime lievi.
Prima di allora non aveva conosciute altre donne che quelle incontrate nelle case di piacere alla vigilia dei giorni festivi, ed aveva pur intessuta qualche tresca fugace con le serve amorose che addobbano di farsetti opulenti le finestre dei quarti piani, o con le vispe sartine che vanno per via come coditrmole nelle sere d'Aprile, quando i tigli si mettono in fiore.
Ma la sorte, la mala sorte, gli fece incontrare un giorno colei che doveva subitamente irrompere come una fiera tempesta nel suo cuore tranquillo; e con la risoluzione dei timidi Stefano Ferrante la spos.
Era una siciliana e si chiamava Grazia; il colore, il sapore della sua terra calda eran rimasti in lei, ne' suoi occhi vivi, nella sua femminilit lussuriosa, nella sua voce vibrante, nel suo spirito irrequieto.
Vedova d'un architetto, senza figli, senza ben di Dio, l'opinione pubblica non era indulgente con lei. Dicevano che avesse calcate le scene dei teatri di variet prima di andare a nozze; che avesse avuto un processo, e clamoroso, ma finito in nulla come tutti i processi clamorosi, per certe bazzecole del buon costume; che fosse stata perfino rapita, e che taluni gentiluomini di laggi se la fossero contesa aspramente col denaro incruento e con le lame affilate.
Questi fieri isolani son fra noi gli ultimi custodi della nostra bella tradizione cavalleresca: sanno battersi ancora, e degnamente, anche per una donna che non ne valga la pena.
Grazia era dunque bellissima, capricciosa, dissoluta; amava il lusso, gli svaghi, le avventure d'amore. Si diede a Stefano una sera ch'egli le and a genio, e questo non era difficile, Stefano la spos un giorno ch'ella venne a dirgli d'essere incinta.
A quel tempo egli era impiegato e guadagnava con abbondanza il pane quotidiano; invece Grazia nulla possedeva, tranne il suo bel corpo da ballerina, la sua capigliatura luccicante, i pochi gioielli di pregio che le restavano in memoria d'altri tempi avventurosi. Ma l'aver al fianco un uomo che pensi al pane quotidiano allorch gli anni volgono su lo sfiorire, la maldicenza infuria, e stringe la paura della solitudine, son tutte cose che possono facilmente persuadere una bellissima donna a prendersi un marito di nessun conto. D'altronde Grazia non era cattiva; quel giovine alto, biondo, con gli occhi pieni di rassegnazione, la voce dolorosa, quel giovine che l'amava d'un amore cos devoto, riusciva talvolta a suscitare in lei un senso misto di tenerezza e di piet.
Solo non poteva essergli fedele, come non lo era stata a nessuno, mai. Era nata per piacere, per godere, per sentirsi desiderata e per lasciarsi prendere; le mancava quella piccola forza del rifiuto che rende cos preziose alcune donne mediocri. E Stefano era tra quelli che ignorano affatto il coraggio della ribellione; si rassegn a questa come a tutte l'altre disgrazie della sua vita, chiudendo la sua immensa infelicit in qualche lieve sospiro.
Gli nacquero da queste nozze quattro figli. Che fossero tutti suoi, egli medesimo non avrebbe osato giurarlo. Ma li am tutti d'uno stesso amore, e diede loro successivamente i nomi di Arrigo, Luisa, Paolo e Anna Laura.
Intanto i capricci della moglie, il carico della famiglia, le avversit dei piccoli commerci, lo ridussero in pochi anni a non possedere quasi pi nulla delle sue lente economie; sicch, per campar la vita, con la sua Grazia che metteva scandalo in tutto il vicinato e con quei quattro ch'eran nati di lei, scese un altro gradino, si ritrasse a vivere nel suburbio della sua citt laboriosa, mise un'insegna nella strada ed aperse bottega.
Siccome aveva qualche nozione d'ottica prese a fare l'occhialaio. Questo lavoro minuto e paziente assecondava la sua natura timida, e poich'era giunto all'estremo della sua discesa umana gli pareva, stando curvo sopra le sue lenti, di vivere finalmente in pace.
Coi figli, col tempo e coi disagi anche la moglie si emend; piano piano, a forza di lavoro e d'economia, la piccola bottega si mise a prosperare. I figli crescevano belli e robusti; le loro voci, i loro giochi empivano d'allegrezza la casa; e quest'uomo ch'era nato fra gli agi, portando un nome quasi gentilizio, in quella velata miseria si sent qualche volta felice.
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Capitolo 2.
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Un mattino, ch'era di Maggio, e la via da un capo all'altro balenava di sole, il signor Riotti, pingue, maestoso, con un par d'occhiali appinzati sul naso tumido, un fare tra lo scienziato ed il buontempone, se n'era venuto su la soglia del negozio ad accendere la pipa. E poich appunto, la sera innanzi, era stato a sentire il Rigoletto, serata a prezzi popolari, cos, tra una boccata e l'altra del fumo che gli faceva intorno una bella nuvola azzurra, se n'andava canticchiando:
Dove l'avranno nascosta?
Dove l'avranno nascosta...
Aspettava un cliente mattiniero per buttargli l, fra un citrato di magnesia ed una polverina di calomelano, qualche frase affabile su la decadenza dell'arte lirica italiana, ricordando i bei tempi dei tenoroni di cartello e delle prime donne quelle s! che ti cavavan fuori certe note filate da far venire la pelle d'oca a un satanasso di turco! E parlar d'altro ancora: medicina, politica, letteratura.... Egli era, per somma sfortuna, l'aborrito farmacista enciclopedico e sapeva di tutto un po'.
Siccome il Riotti e il del Ferrante stavano bottega a bottega, ed anzi all'interno davano su la stessa corte, venne a passar di l il primogenito dell'occhialaio, il piccolo Arrigo, con la sua cartella sotto braccio, che se n'andava a scuola.
Dove l'avranno nascosta?
Dove l'avranno nascosta...
canticchiava il placido farmacista.
Buon giorno, signor Riotti, fece il bimbo, con la sua vocina cos ben educata, cui mancava l'erre.
Ve', Rigoletto!... esclam sbadatamente il farmacista. E il nomignolo, da quel giorno, gli rimase, l, tra il vicinato.
Arrigo era un fanciullo veramente a modo: si teneva molto pulito, studiava benino, si mostrava rispettoso con tutti; ma ci che gli nuoceva era una sua smoderata e puerile vanit, la quale si tradiva in tutte le cose della sua piccola vita. A scuola, per esempio, una scuola privata e diretta da un sacerdote, egli non trattava se non con bimbi di famiglie aristocratiche, e tornato alla retrobottega paterna li nominava per i loro titoli di conti e di marchesi con una certa compiacenza nel parerne l'amico. Cos pure si vergognava non poco nel dover rincasare a piedi, seguendo un'arruffata e povera servetta, mentr'essi avevano ad aspettarli domestici e carrozze stemmate. Era stato il primo errore nella sua educazione, quello di fargli frequentare una scuola gentilizia piuttosto che mandarlo con altri discoli ai corsi pubblici. Ma il buon del Ferrante, nella sua dimessa veste di bottegaio, non sapeva del tutto scordare lo lontane origini, e serbava il suo primogenito a miracolosi destini. Il piccolo Arrigo aveva inoltre una cura eccessiva della propria persona e del vestire; gi si azzimava come un piccolo moscardino, faceva i capricci per indossare nei giorni della settimana gli abiti della domenica e affettava con tutti le maniere d'un imberbe marchesino. Era d'intelligenza lesta, duttile, scaltra; aveva uno spirito d'osservazione e d'imitazione davvero sorprendenti; diceva con l'aria del perfetto conoscitore, di questa o quella cosa: Oh!... non mi pare chic!....; aveva imparato qualche vocabolo francese e ne usava con molta compiacenza; criticava le toilettes delle sorelline, a scuola chiamava miss quella che gli portava il paniere della merenda, e per non confessare a' suoi nobili amici d'esser figlio d'un occhialaio diceva di suo padre con sussiego:  un professore d'ottica. Coi bambini della sua corte trattava poco volontieri e di essi parlava con visibile antipatia.
Queste abitudini signorili solleticavano un po' l'orgoglio de' suoi genitori, della madre sopra tutto, ch'era rimasta una frivola donna nonostante il maturare degli anni. Arrigo somigliava singolarmente alla madre: ne aveva gli occhi luminosi e la bocca delicata, ne aveva qualche volta l'accento caldo, i gesti rapidi. Ma il padre voleva farne nullameno che un avvocato, poich, per tutte le famiglie borghesi, avere un figlio togato vuol dire oggid quel che voleva dire una volta l'avere un figlio prete od ufficiale. Si fanno perci dalle famiglie grandi sacrifizi di tempo e di danaro, si crea nella nostra societ una falange senza numero d'inoperosi, di spostati e di tristi, che per tutta la lor vita dovranno pentirsi di queste paterne ambizioni. Ma data una tale sovrabbondanza di giurisperiti,  naturale che nel nostro bel paese chi ha torto abbia sempre ragione.
Il farmacista Riotti, ch'era sistematicamente di parer contrario a quello del suo vicino, non la pensava per l'appunto cos, e con una delle sue pi fresche immagini soleva dire che il professionismo  la cancrena degli stati, l'acqua morta in cui s'impaluda la nave del progresso umano.
Se avesse avuto un figlio, lui, ne avrebbe fatto uno scienziato od uno speculatore; diceva di aver egli stesso, in persona, una spiccata tendenza per tutte le scienze a base di calcolo e d'invenzione. Ma la vita lo aveva distolto dal suo diritto cammino e la natura gli era stata scortese; invece d'un maschio, nel quale avrebbe potuto specchiarsi, aveva lasciato alla sua vedovanza una femmina, una bella e grassa femmina, cui, per venerazione certo al grande Manzoni, aveva imposto il nome di Ermengarda. Tuttavia, per brevit, la chiamava Eugenia; nome ch'era stato pur quello della sua defunta consorte: Di questa figlia, che aveva press'a poco l'et di Arrigo, il Riotti era per sommamente vanaglorioso e non cessava dal magnificarne co' suoi vicini le qualit modeste ed operose, quando i giuochi o gli strilli dei bimbi del Ferrante venivano dalla vicina corte a disturbare le sue pacifiche meditazioni.
Il farmacista era un uomo corpulento, che tradiva nella stessa maniera del vestirsi una certa quale agghindata maestosit; le sue maniere si facevan untuose con chiunque stesse al di sopra di lui, e dottorali o protettrici con quanti credesse da meno della sua magnifica persona. Aveva una faccia sanguigna, lucida, con lineamenti grossi, e portava intorno al mento una corta barba fuligginosa. Era un uomo che aveva letto, imparato assai; letto e imparato sopra tutto nei giornali, nei romanzi d'appendice o in qualche peregrino manuale acquistato nelle fiere.
Ma l'uomo che usi ogni giorno leggere ponderatamente il proprio giornale, dalla prima riga sino all'ultima come faceva il Riotti, e con due paia d'occhiali, pu dirsi a buon diritto un uomo erudito, perch le gazzette son divenute oggid piccole biblioteche di scienza universale e di tutto vi si parla in bello stile, con ammirevole dottrina.
Sebbene fosse l'uomo pi pacifico del mondo e avesse un temperamento null'affatto amoroso, il Riotti nutriva una predilezione decisa per i fatti di sangue e per i suicidii d'amore. Non v'era serva avvelenatasi col rossetto, col sublimato o con le capocchie dei fiammiferi da un quinquennio in poi, della quale non ricordasse il nome, l'amante per cui s'uccise, la casa il luogo ed il tempo in cui fu. Queste tragiche amanti si esageravano, si esaltavano nella sua calda fantasia, dandogli una specie di stupefazione paurosa. Non lo avrebbe voluto in fondo... ma se una si fosse mai avvelenata per lui!... Anche i delitti lo appassionavano, per in altra guisa: sembravano atti efferratamente belli al suo timido cuore. E di tutte le cose che leggeva nel giorno egli andava la sera a discorrere col suo vicino. In principio, quando Stefano del Ferrante venne ad aprir bottega proprio accanto alla sua farmacia, il signor Riotti cominci con arricciare il naso e con guardare in cagnesco il vicino, quell'occhialaio dalla bella moglie, come lo chiamava con malignit. Ma superate le prime diffidenze, e visto sopra tutto che il Ferrante non era uomo da contendergli quella specie di sovranit che gli era tacitamente riconosciuta da tutti i bottegai di quella contrada suburbana, il Riotti fin anzi con prenderlo in affezione e con divenirgli amico. Amico a modo suo, beninteso; il che voleva dire mischiarsi, chiesto e non chiesto, negli affari altrui, dare consigli, criticare, sputar sentenze, sdottorare a dritto ed a rovescio, essere curioso, pettegolo, arrogante e maldicente.
Stefano lo lasci dire. Umile e rassegnato come sempre, toller che un estraneo si frammettesse nella sua casa, gli facesse i conti in tasca, gli parlasse male della moglie, lanciasse qualche scappellotto a' suoi bambini: e tutto ci per amore della pace. Ma il Riotti, che in fondo era una buona pasta d'uomo, soffriva terribilmente del non aver famiglia, s'annoiava, n sapeva come dar libero sfogo alla sua natura tirannica e sopraffattrice. Cos, a poco a poco, la casa del vicino divenne la sua. Ogni momento egli vi entrava, o per la corte o dalla retrobottega, con un pretesto qualsiasi. Per lo pi erano i bimbi che facevano troppo rumore: li chiamassero dentro, o egli se ne sarebbe finalmente lagnato col padrone di casa. E sapevan bene che bastava dicesse una parola, lui!... Allora si prendeva una rispostaccia da donna Grazia, che il Riotti chiamava Malagrazia, e che non lo poteva soffrire.
Ma in quella corte infatti si faceva gran rumore. Una vera bolgia dantesca, come diceva il farmacista. C'era un falegname che tutto il giorno picchiava, c'era un tornitore e piallava, una piccola stamperia dalle macchine fragorose, un rilegatore di libri sempre mezzo avvinazzato che ad una cert'ora cantava a squarciagola; c'era la portinaia, sempre in moto con la sua scopa e con la sua terribile voce di falsetto, e c'era, al primo piano, il pappagallo di una vecchia inquilina, un cianciatore senza piet, che rifaceva tutti i rumori e rifischiava tutte le canzoni del vicinato. Avesse potuto accopparlo! Prezzemolo! Prezzemolo!... E, sopra tutto questo ben di Dio, erano capitati l que' monellacci dell'occhialaio, che strombettavano, spifferavano, buttavan sassi e facevano i soldati. Vedessero l'Eugenia, mo', che ragazza a modo!...
Oh, mio caro Stefano, se tu sapessi almeno educare i tuoi figli!... Del primo farai un piccolo cicisbeo, dell'altro e delle due femmine tre monelli, tre discoli, perch il carattere lo si vede fin dalla prima et. Poi ne hai messi al mondo troppi!... Quattro figli! Vecchio mio,  un lusso da gran signore. Senza contare che donna Grazia  tipo d'affibbiartene ancora un paio!
E nella sua corta barba fuligginosa soggiungeva a s medesimo con un riso grasso:
 ben vero che tu, poveraccio, ne sei responsabile fino ad un certo punto... Non metterei la mano sul fuoco neanche per il primo!...
Una sera tuttavia, per precauzione, gli aveva pulitamente esposta la teoria di Malthus.
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Capitolo 3.
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Veniva su bello e delicato. Quel nomignolo di Rigoletto non gli stava bene. Aveva due magnifici occhi neri neri, con le ciglia molto lunghe, un po' curve, che gli velavan lo sguardo di passione e di malinconia. Sotto il naso leggermente aquilino, la bocca tagliata con una nettezza violenta, quella bocca rossa della sua madre siciliana, era in istrano contrasto con la mansuetudine del suo viso. Intorno al labbro gli cresceva gi un'ombra leggera, i capelli scurissimi gli facevano due belle onde sopra la fronte; il suo vestitino alla marinara non aveva mai una macchia, le sue scarpine mai erano imbrattate n logore; a farne il paragone con gli altri della sua famiglia pareva il rampollo di una stirpe migliore. Ascoltava sua madre con una specie d'estasi quando suonava la chitarra o cantava; spesso preferiva starsene solo, taciturno ed un po' scontroso. Ad un certo Natale si fece regalare un violino, ed un vecchio, l nella corte, gl'insegn a suonarlo. Era docile, ma sapeva in certe occasioni spiegare una terribile volont. Studiava con diligenza, e verso i dodici anni lo mandarono al ginnasio; si fece grande e forte, si svest quasi di quell'apparenza feminea che lo aveva fatto somigliare ad una signorina; soltanto gli rimasero que' suoi grandi occhi morbidi e violenti, pieni d'uno stupore illuminato. Volle studiar musica ed il padre lo accontent, a patto che non trascurasse la scuola; gli affari prosperavano a sufficienza per poter pagare un maestro di violino tre volte la settimana.
Cose che il Riotti trovava inutili, perch, se Rigoletto si credeva un Paganini, a lui seccava moltissimo di sentirsi a quel modo scorticar le orecchie da mattino a sera. Quanto alla sua Eugenia, imparasse a far la calza e le polpette, che valeva assai meglio!
Tra il violino di Rigoletto e la chitarra di Donna Disgrazia preferisco ancora il pappagallo del primo piano! aveva egli detto in un giorno di malumore.
Senonch ad Arrigo la natura aveva prodigato i suoi doni senza nemmeno contarli; un superiore istinto guidava la sua ispirazione tumultuosa e profonda, il senso della musica da lui nasceva con la spontaneit d'una parola. Curvato sul lieve archetto la sua testa bellissima di adolescente, egli traeva dalle corde sonore tutto ci che aveva di passione in s, di passione inconsapevole e selvaggia, tutto ci che gli avevan trasmesso di malato e di oscuro i suoi progenitori antichi.
La madre lo amava, il padre fondava su lui tutte le speranze d'un avvenire imprevedibile: era il prediletto nella casa, il primogenito a cui si trasmette il focolare, con tutta la sua cenere e con la brage viva.
Ma verso i quindici anni cambi carattere. Cominci a frequentare qualche brigata di scapestrati, fece l'occhio dolce alle sartine, prese a vuotar bicchieri, impar le carte, i vicoli dei postriboli, i vizii delle ore notturne; della famiglia e della scuola prese a non curarsi pi. Quattro o cinque cattivi amici, una sgualdrinella che gli si diede per amore, qualche ondata calda nelle sue vene gonfie di pubert: ecco il pochissimo che ci volle per fare di questo fanciullo a modo un ragazzaccio di pessimo genere, che azzimato e attillato, facendo pompa di cravatte vistose, con una sigaretta in bocca ed un fiore all'occhiello se ne andava bighellonando per i marciapiedi, inseguiva le piccole modiste su le giostre delle fiere, frequentava i bigliardi clandestini e teneva crocchio su l'angolo delle bottiglierie.
Allora in casa dell'occhialaio la guerra incominci; la guerra dolorosa, tenace, paziente, che il padre onesto muove al suo figlio riottoso per contendergli palmo a palmo quella china del vizio dalla quale non si ritorna mai pi.
Tutto congiurava contro la pace di quest'uomo paziente, che doveva incanutire soffrendo, bench non avesse mai torto un capello ad anima viva. Arrigo principi a spiegare nella famiglia quella sua calma e terribile volont dalla quale nessuno scrupolo mai lo trattenne, cos nelle piccole come nelle grandi cose della sua vita. Ormai trascurava la scuola, rincasava tardi la notte, poltriva nel letto il mattino, inalberava nelle discussioni familiari certe malsane teorie d'indipendenza raccolte ai tavolini dei caff, sperperava in qualche giorno le poche lire che dovevano bastargli per un mese, poi si dava d'attorno a raggranellarne qua e l, con ogni ripiego, tenendo per ultima confidente la sua madre carezzevole, che non sapeva negare mai nulla a quel suo bel ragazzaccio fatto come lei.
Una volta egli os perfino rubare una manata d'argento nel cassetto del banco paterno, e quando lo scoversero in fallo, si mise a fare un tal chiasso indiavolato, a portare cos veementi ragioni in propria difesa, che poco manc non lo pregassero di ricominciar da capo.
E in fondo, che torto gli potevano fare? Aveva diciott'anni ormai! S'era messo a giocare, non tanto per vizio quanto per necessit... Come poteva egli campar la vita, con quei quattro soldi che gli dava il padre ad ogni fin di mese? Quelli bastavano tutt'al pi per le sigarette. E il rimanente? La vita si faceva terribilmente cara. Per poco che uno volesse andar di paro con gli altri, bisognava sempre aver le mani in tasca. E se la tasca era vuota?... Ecco, si tenta la fortuna. Ve ne sono tanti a cui va bene. Perch in fondo non si potrebbe anche vincere?...
Vincere: comprarsi un bell'astuccio per le sigarette, una mazza col pomo d'oro, una spilla da cravatta in brillantini; rivestirsi da capo a piedi, farsi fare un soprabito a sacco, sfoderato, con le cuciture doppie, come quello che portava Giannotto Ferri, l'irresistibile Giannotto Ferri, quel tale che senza il becco d'un quattrino menava una vita da principe, cenava a Sciampagna nei gabinetti riservati con questa o quella cortigiana, e, se teneva banco al faraone, mai c'era verso di vederlo perdere un quattrino. Ma, gi... si faceva mantenere dalle donne!
Vincere!... potersene andare a teatro tutte le sere, in poltrona, con un bello sparato bianco e nel mezzo uno splendido rubino, come il rubino di Giannotto; scarrozzare per la citt, andare nelle tribune i giorni di corse, mangiar fuori di casa, al ristorante, quando gli facesse comodo, e magari un bel giorno capitare in casa della Lilina con un ventaglio di piume di struzzo, o con quel certo anello che il suo vecchio le prometteva da tanti mesi e non le regalava mai!... La Lilina, che buona ragazza! A lui non costava un soldo, e questa era l'essenziale; perch'egli era giunto cos al grande sogno di tutti i conquistatori adolescenti: avere un'amante altrui, averla per amore, con una cert'aria d'indifferenza, di condiscendenza, e raccontarlo noiatamente agli amici, fra una sigaretta e una tazza di caff...
Oh Dio! non mi domanda niente, povera ragazza... non mi costa neanche il prezzo della camera, perch mi prega di andare da lei... Ma, si sa bene: le donne che non costan niente... ci vuol sempre qualche fiore, qualche dolce, un cappellino ogni tanto, un ninnolo, una gita. Ne sono stanco in fondo... ma tiro avanti, non so neanch'io perch...
La Lilina, a parte tutto, era una bella fanciullona, pienotta e di buon cuore, che qualche volta preferiva andarsene a letto alle dieci, anche sola, piuttosto che sbadigliare nei ritrovi notturni fin verso le tre. Aveva per cespite unico l'amore d'un quarantenne, signore ammogliato, che l'andava a trovare tre volte la settimana, puntuale come un cronometro, e ci stava, tutto compreso, un'oretta. Non le dava molto neanche lui, ma il diritto almeno di dire intorno ch'era una mantenuta, anzi la mantenuta di un industriale. Arrigo, per quanto non lo volesse ammettere, s'era un po' scottato alla sua pelle calda; se avesse avuto denaro gliene avrebbe dato; lei lo sapeva, ne era certissima, e lo amava in questa lontana speranza. Le donne hanno un cuore pieno di riflessioni.
Ma invece le carte volgevano peggio che mai; egli tornava a casa ogni notte senza il becco d'un centesimo, con una faccia che incuteva paura, e svegliandosi a mezzod, ancor sentiva nelle orecchie quel maledetto riso di Giannotto che incassava i gettoni. Quale patto aveva col diavolo, quello l? Perch la vita gli riusciva cos facile, mentr'egli era in debito con tutti, perfino coi camerieri? Di tanto in tanto bisognava pur pagare, per mantenersi il credito e poter ritentare la sorte. Quando tutti gli altri ripieghi eran esauriti, non gli rimaneva che battere coraggiosamente alla cassa paterna.
Il buon del Ferrante ne divenne addirittura calvo; ma pag, sebbene con qualche stento; pag la prima volta, la seconda, la terza, e cos via di sguito, come tutti i padri, per infinite volte. Il Riotti, messo a parte di questi piccoli disastri, la faceva da tiranno, consigliando il braccio ferreo ed i rimedi eroici.
Fosse mio, lo manderei mozzo. Un paio d'anni sul mare fanno bene alla salute; si vede il mondo, si torna rigenerati. Ma tu non hai che da intonare il mea culpa! mea maxima culpa! L'Eugenia  femmina; ma la prima che mi fa, te la chiudo in un convento com' vero che mi chiamo Riotti! Del resto per lei non temo. A sedici anni,  pura d'anima come un'ostia benedetta. Laboriosa, diligente, con la licenza della Scuola Superiore, un diploma di ricamo... che madre sar!
E il povero del Ferrante inghiottiva il fiotto amaro. Pass un annetto ancora: tramontarono i tempi della Lilina, anche perch la Lilina se la port in provincia uno studente ricco, e Arrigo rest sempre a doverle una cinquantina di lire che s'era fatte prestare in un giorno di grande penuria.
Ma un'altra prese il suo posto, che si chiamava pi sonoramente Mercedes; ed era una canterina di caff-concerto, coi capelli d'un nero corvino, le labbra divampanti, la pelle color di cipria; quel nero quel rosso e quel bianco a cui va tanto bene la mantiglia castigliana, quando, con quattro nacchere e con un paio di caramba! si camuffan da pure Sivigliane queste versatili figlie delle nostre portinaie.
Mercedes la bruna era stata l'amante di Giannotto, e si era fatta un buon nome tra le clientele dei caff-concerti ballando seminuda in un teatro di variet, che radunava seralmente nella cloaca della sua piccola sala tutti i pi loschi e pi balordi bellimbusti della baldoria notturna. Ma poi s'erano messi in rotta, Giannotto e lei, per certe botte sonore che il giovinotto non lesinava in talune circostanze, ed Arrigo l'aveva incontrata, una sera di scoramento indicibile, sola, presso un tavolino, con gli occhi lacrimosi davanti ad un'ala di pollo mezzo rosicchiata ed una tazza di birra quasi vuota. Egli aveva in tasca un centinaio di lire e comand Sciampagna; comand pure una dozzina d'ostriche ad un ostricaio bitorzoluto, che in onore del suo rosso berretto masticava il dialetto veneto con un forte accento bergamasco.
V' d'altronde un momento psicologico nel cuore di tutte le donne malate d'amore, un momento nel quale, che so io, un'ostrica ben pepata, un complimento detto bene, un bacio dato con le labbra calde, con le labbra umide, una carezza sopra una lividura, un marengo buttato via, rasserenano tutta la visione della vita, disperdono i pensieri tragici come nuvole di primavera, mettono addosso, che so io, quasi la voglia di abbandonarsi ad un'altra follia... E cos avvenne. Andarono a casa quella sera, stretti stretti, in una carrozzella con le ruote di gomma, sotto il cielo che stellava...
Mercedes la bruna era una donna elegante: per lei bisognava giocare di pi, perdere di pi; furono malanni gravi. Al termine di qualche mese Arrigo dovette confessare al padre un debito, anzi molti debiti, che facevan insieme una sommetta rotonda. Il poveraccio non li aveva. Ne ammal. Non li aveva insomma! Inutile gridare, minacciare tragedie! inutile mettere di mezzo la madre, che si teneva sempre in tasca le sue lacrime di coccodrillo! Non li aveva, n poteva gi far stringhe della sua pelle o vendere la bottega. Appunto quell'anno aveva l'intenzione di ampliare il negozio, povero vecchio Stefano!... Invece, dando tutte l'economie, appena appena avrebbe raggranellato insieme la met di quel che occorreva. Fu Arrigo stesso che gli diede un cattivo consiglio:
Domanda il resto al Riotti.  sempre fra i piedi; si renda utile almeno, quando pu!
Al Riotti? Un brav'uomo, s, non lo nego, ma, lo sai,  avaro. Fiato sprecato. Umiliazione inutile. Neanche se ci vedesse morir di fame... Prestare, metter mano alla borsa, non entra ne' suoi principii.
E Arrigo: Non si sa mai. Tentare non nuoce. Si tratta d'un prestito, in fin de' conti, e con un buon interesse lo si potrebbe forse persuadere. Gi, tu non vuoi per orgoglio. Ma quando si tratti di salvare il proprio figlio, l'orgoglio lo si mette via!
Donna Grazia fu di questo parere, e tanto l'accerchiarono, tanto lo spinsero, che il povero Stefano curv ancora la testa, prese il Riotti a parte e fece la domanda.
Costui scoppi in un riso formidabile, un riso cos enorme, che tutta la corte l'ud. Ma davvero?... Che lui, proprio lui, Riotti, avesse a sborsare un millesimo per i debiti di quel farabutto, di quello scalzacane?... E rideva, rideva a crepapelle. Gli pareva davvero inverosimile che lo credessero capace di una tale generosit. Gl'interessi?... Ma non faceva mica l'usuraio, lui!
Il Ferrante se ne torn via, col suo passo lento, a capo chino. Ma questa cosa piaceva tanto al farmacista che venne in bottega dell'occhialaio un'ora pi tardi per farci sopra un po' d'ironia.
L'onore, spieg il Riotti,  ben altra cosa che non s'intenda nelle bische o nei postriboli: ci son debiti che vanno pagati, altri no. Se lui, Stefano, voleva rovinarsi per le cattive azioni di suo figlio, padrone, padronissimo! Ma che avesse pensato a rovinare anche lui, questa era proprio madornale! Oh, intendiamoci: i denari lui li aveva e gli sarebbe costato anche poca fatica andarli a prendere... Ma rendevano gi bene dov'erano e per una inezia di pi su l'interesse non valeva certo la pena di metterli a repentaglio. In tutt'altra occasione si sentiva uomo capace di fare qualsiasi sacrifizio per un amico, ma non voleva incoraggiare il vizio con le proprie liberalit. E poi, vediamo: quali garanzie potevan offrirgli per il suo denaro? Si fa presto a dire l'otto per cento! Ma su cosa poi? Su quattro stanghe d'occhiali d'oro e qualche lente convessa? Eh, cpperi! Gli affari si trattano in ben altro modo. Del resto era stato uno scherzo, ed egli avrebbe avuto la delicatezza di non parlarne pi.
Invece ne parlava ogni momento e fin con darli. Vi mise un poco di buon cuore ed un poco d'avarizia, perch un uomo non  mai cattivo interamente n interamente buono, mentre ha sempre paura di nuocere a s stesso nel far del bene al suo prossimo. Aveva una certa affezione, lui, persona autorevole, lui, uomo di scienza, per quella gente da nulla capitata l vicino; voleva bene a quel timido occhialaio come ad uno di quei decrepiti cani infermi che si tengono in casa per misericordia, e donna Disgrazia gli sarebbe forse piaciuta, una volta, gli sarebbe forse forse piaciuta ancora, se lei... Ma sopra tutto aveva un non so che per quel discolo prepotente e sfacciato, ch'era sempre in mezzo alle sottane, sempre intorno alle tavole da giuoco, sempre pieno di debiti, e che, per quanto a lui desse un insopportabile fastidio, doveva pur suonare con una certa maestra se tutti gli abitatori della casa d'un tratto si affacciavano alle finestre non appena l'udivano appoggiar l'archetto sopra il suo maledettissimo violino...
Su di lui anzi aveva gi formato un suo piano recondito, ma nessuno al mondo ne doveva saper nulla, per ora...
E ci che forse lo tentava pi di tutto era la prospettiva di poter finalmente entrare in quella casa come un despota, come un arbitro, come un donatore. Finalmente avrebbe parlato lui, a quattr'occhi, senza peli su la lingua, con quel tomo che non ascoltava nessuno, e si vedrebbe infine cosa volesse dire sentirsi uomo! Dava, e in fondo senza rischiar nulla, poich Stefano era galantuomo; per di pi si creava intorno una specie di vassallaggio con la forza del suo denaro, ed avrebbe potuto trattarli tutti come tanti suoi domestici, se cos gli fosse piaciuto, da quel giorno in poi.
Arrigo si sottomise a tutte le condizioni che gli vennero dettate, messo com'era con le spalle al muro. E le condizioni furono che andasse a passare con la famiglia i venti giorni di villeggiatura de' quali ogni anno l'occhialaio soleva provvedere a' suoi di casa; ma che, non appena tornato in citt, rinunziasse alla sua vita indegna per accettare un impiego qualsiasi, trovatogli dai padre, o dagli amici del padre, o da lui stesso, Riotti, in persona.
Arrigo disse di s, risoluto a mantenere almeno la prima delle sue promesse. Venti giorni di villeggiatura, con quel caldo della prima estate, gli avrebbero riposato i nervi, lo spirito ed il corpo, lasciandolo finalmente dormire in pace dopo tante notti vegliate con affanno su la crudele ambiguit delle carte.
Poi, la sera, sovra un balcone semibuio, tra una ventata di buoni odori, avrebbe suonato con passione, con perdimento, il violino, pensando in quelle veglie d'estate alla dolce bocca rossa di Mercedes la bruna...
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Capitolo 4.
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Donna Grazia faceva i bauli; Stefano, dopo aver chiusa la bottega, fumava una certa sua pipa di schiuma, complicato e raro gioiello ch'egli serbava per le delizie del dopo cena. Luisa, la secondogenita, una ragazza sui diciassette anni, dalle fattezze un po' dure ma con il corpo snello, ne stava sotto il lume ultimando un suo ricamo di cattivissimo gusto. Ricamava in fretta, con le dita agili, la faccia intenta e china in un cerchio d'ombra. I suoi capelli grevi e lisci, annodati con semplicit come quelli di un'educanda, le giravano intorno alla nuca, intorno alla fronte, con una specie di pigrizia, come se li avesse pettinati cos per abitudine, senza neppure guardarsi nello specchio.
Era infatti una ragazza pigra, quieta, un poco marmottona, che in inverno amava i cantucci presso il fuoco, gli sciallini di lana, poich aveva le spalle sempre infreddolite; una ragazza che amava l'ago, il refe, la macchina da cucire, e se ne stava in cucina volentieri a veder bollire le pentole, come parimenti sapeva, con un prematuro istinto materno, cullare i marmocchi in fasce quando cominciavano a strillare.
Paolo, il fratello, minore di lei d'un anno, e che ora, da qualche mese, frequentava un laboratorio per imparare il mestiere del padre, adesso era intento ad acuminare col temperino un piuolo di legno per costrurre una sua certa scatola ad intarsio ed a fuoco, lavoro di cui dilettava per solito la sua digestione lenta. Era un bimbotto semplice, dai capelli rasi sur cranio rotondo, di carattere attento, di natura sobria.
Anna Laura, la pi piccola, che aveva dieci anni a quel tempo, era sopra con la mamma, a chiacchierare senza tregua, a far celie, a mettere il suo nasino impertinente in tutte le cose che non la riguardavano affatto.
Entr il Riotti, al quale dopo il desinare s'infocavano le guance ed il naso, bench cercasse di mangiar poco per non aiutare una molesta pinguedine; entr con un risolino affabile, dondolando il corpo maestoso su le gambe tozze, e subito la Luisa, interrompendosi dal ricamo, gli vers quel solito bicchiere di vin spumante ch'egli si centellinava piano piano, discorrendo col suo tono autorevole, senza nascondere qualche largo sbadiglio di tratto in tratto. Narr d'una vicina, che aveva mandato a chiamare il medico l per l, essendo prossima a sgravarsi e temendo un parto difficile.
Queste benedette donne del giorno d'oggi!... non sanno pi nemmeno partorire! Figurtevi che mia moglie, tre giorni dopo l'Eugenia, era in piedi e sgambettava. A proposito dell'Eugenia, avrei quasi una mezza intenzione.... Visto che andate in campagna, mentre qui si scoppia dal caldo, ve la confiderei per qualche giorno, se la cosa non v'incomoda.
Ma, obbiett Stefano, sai bene che non avremo posto.
Oh Dio, fece il Riotti, dove si sta in cinque si sta pure in sei. Vediamo un po': l'Annetta pu dormire con la mamma, e facendo mettere un altro letto in camera della Luisa tutto s'accomoda, mi pare. Ma se deve essere un disturbo, aggiunse con dignit, sia per non detto e grazie di tutto cuore!
Per me... rispose Stefano mansuetamente. Io tanto me ne resto qui. Bisogna che tu te l'intenda con mia moglie.
Donna Grazia non l'aveva in grazia quella figliolona del farmacista, grassa, inerte, insipida, che si girava sette volte la lingua in bocca prima di lasciarne cadere una sillaba. Il Riotti arricci il naso e gli venne fra la barba corta quella cattiva piega ch'era il segno evidente del suo malumore.
Non voglio chiedere favori a nessuno! disse con una specie di sibilo. Se non desiderate prendere con voi mia figlia, ho dieci altri amici che ne saranno invece onoratissimi.
Stefano aveva qualche volta quella irritante caparbiet del silenzio ch' peggiore di una cattiva risposta. Se ne stette zitto ed il Riotti s'inviper.
Del resto, va bene! mugghi. Agli amici si ricorre quando se ne ha bisogno, dopo si mandano al diavolo. Cos va il mondo e non c' da farsene maraviglia. Per tua regola, per, non intendevo caricarvela su le spalle a vostre spese; avrei pagata la mia parte, perch ci tengo, io! a non dover nulla a nessuno.
Nonostante l'allusione terribile, s'accomodarono da buoni amici e l'Eugenia and in campagna con la famiglia del Ferrante, poco lontano dalla citt, in una rustica villetta che apparteneva ad un vinattiere del sobborgo, fattosi ricco a furia di misturar vino ai clienti e fornir denaro clandestinamente agli usurai della citt. Ma era in fondo un buon diavolo, e per amicizia verso l'occhialaio gli aveva ceduto quattro o cinque stanze ad un prezzo assai mite.
Questa Eugenia era d'indole assai diversa da quella del padre, ma fisicamente tanto gli rassomigliava quanto una ragazza di vent'anni pu somigliare ad un uomo di cinquantatre. I suoi vent'anni le fiorivano indosso, scempi ed aperti come papaveri di campo, prendevan su la sua gota fresca un colore quasi paonazzo, le rompevano fuori dal corsetto con una rotonda esuberanza di seni. Era del resto bonaria e semplice; aveva i capelli d'un color castano scuro, pettinati con la riga nel mezzo come le nutrici lombarde, i denti bianchi e forti, la cintura larga, le mani ed i piedi un po' grandi. C'era in lei qualcosa d'incerto fra la bella contadina, la massaia diligente e l'educanda timida. Parlava poco e rideva molto; aveva una fame insaziabile ed una passione vorace per i romanzi d'amore. Da molto tempo, nel suo cuore nascosto, nudriva un tenero per Arrigo; una di quelle passioncelle dolci e quiete che scorron via come ruscelletti, senza far rumore. Trovava Arrigo molto bello, molto elegante, e l'amava sopra tutto per i suoi malanni.
C'era intorno a lui quel sapore di vizio che non manca mai di turbare le fanciulle, ancor pi se hanno il cuore onesto. Aveva inteso parlare della Mercedes, della famosa Mercedes la bruna, nome che le sorelle d'Arrigo pronunziavano con un ambiguo rossore; e per lei, l'uomo ch'era l'amante di Mercedes, una donna tutta pizzi gioielli e profumi, una canzonettista, una cocotte... oh parola enorme che le faceva sognare! quell'uomo per lei possedeva, come gli eroi da romanzo, qualcosa di magico, una specie di bellezza fatale che intorbidava di sogni la sua curiosa verginit.
Ella forse non lo avrebbe amato mai, se il padre stesso non le avesse, per un capriccio, suggerito, educato e comandato questo amore. Il farmacista s'era fitto in capo di maritare sua figlia col primogenito dell'occhialaio: nulla poteva ormai distoglierlo da questo progetto, nemmeno la certezza di rendere infelice sua figlia. Era fra quegli uomini cocciuti che abbracciano senza riflettere un'idea, e quanto pi essa risulti cattiva, tanto pi vi s'incaponiscono.
Arrigo invece non si curava di lei. Aveva indovinate vagamente, come tutti in famiglia, le mire del farmacista; ma con la ragazza parlava di rado e sempre con aria di compatimento.
Ora, per distrarre i lunghi oz campestri, s'era messo a far la corte ad una marchesina che abitava una villa nei dintorni: corte per modo di dire, che cio la saettava d'occhiate amorose ogniqualvolta la vedesse per il cancello del suo giardino o l'incontrasse la domenica in chiesa, dov'egli andava azzimato come uno zerbino.
Ma fosse la lontananza della Mercedes o il calor dell'estate, gli cominci a bruciare nel sangue un'accensione voluttuosa, che non gli dava pace, sopra tutto nelle calme sere, quando veniva dal balcone aperto, sopra il suo letto insonne, un odor forte di rosai che vampavano, di caprifogli che sfiorivano, come grandi profumiere che bruciassero nella notte d'estate.
La sua camera era contigua con quella ove dormivan insieme l'Eugenia e la sua sorella maggiore; un uscio mal connesso le divideva; s'udivano tutti i rumori.
Una sera, mentre stava sul balcone fumando una sigaretta prima di coricarsi, e pensava con una triste gelosia alla Mercedes, alle sue belle braccia bianche, vlto che si fu, poich non v'era lume nella sua camera, vide filtrare alcuni spiragli di luce per le connessure dell'uscio e intese lo strepito che facevano le due fanciulle svestendosi e cicalando.
In quella calda sera d'estate il suo sangue ribolliva di ardori contenuti, la sua testa era torbida e greve. Mai come in quella sera aveva respirato con l'anima e coi sensi la fragranza delle rose, gonfie di rugiada, il profumo intenso dell'erbe aromatiche. In quel piccolo giardino, tra il buio e la luce, nascostamente serpeggiava un tremor di vita, un fervere di sussulti notturni, che lo facevano trasalire. Facilmente si trema talvolta per un rumore che nella notte sembri un congiungimento d'esseri o di cose.
A poco a poco, in quell'ombra si accesero nudit, fiammarono, si contorsero, giacquero supine. I capelli bagnaron nelle fontane, i seni erti s'imperlarono di gocciole vive, le braccia stanche si allentaron nell'erba rinfrescata. E sent l'odore di quei corpi salire a lui come una vampa, nell'odore delle piante aromatiche.
Poi vennero ancora pi altre, ch'egli aveva baciate con febbre nei torbidi sogni dell'adolescenza, e il giardino si converse in un letto, in un letto molle, profondo, su cui correva come un brivido la fragranza de' rosai, cadeva il plline di certe grandi rose gialle, vellutate, quasi bianche, rotonde quasi, come seni gonfi e maturi. Ed una musica venne, su dalla fontana, che fece tornare le donne ignude alla fontana, e si chinarono per specchiarsi, ridendo d'un riso lascivo; e nel chinarsi le loro poppe oscillavano come grappoli, tutt'intorno, quasi con un tintinno di carne molle, piano piano, come se danzassero, tutt'intorno, con un tintinno, sopra il riflesso dell'acqua insidiosa....
Di l, oltre l'uscio, intese il rumore dell'acqua versata in un catino. Entr nella camera un po' ebbro; intese un rumore di pianelle, o gli parve, di sottane, o gli parve.... Non ricord nemmeno chi fosse, ma volle guardare; guard.
Una, la sorella, era davanti allo specchio e si pettinava. L'altra, un po' curva sul catino, si lavava le mani. Erano semivestite ambedue. Luisa, con il busto ancor serrato ed una sottanella corta che le copriva le caviglie, teneva le braccia sollevate dietro la nuca, girandosi con una mano la treccia e con l'altra puntandovi qualche forcina. Egli vedeva le sue spalle rotonde fare una bella piega di carne intorno all'orlo del busto cilestrino ed il volto sorridente riflettersi, con un pettine fra i denti, nello specchio incline. Mai la sua semplice sorella gli era parsa leggiadra cos.
E l'altra, egli la vedeva di pieno, con le rotonde braccia quasi tuffate nel catino, avendo riflesso nel volto il piacere dell'acqua fresca sul calore della pelle trasudata. Non aveva pi che la camicia indosso, la camicia da giorno, scollata, non tenue, ma che traverso la luce delineava con mollezza i contorni della persona opulenta. Vedeva l'acqua luccicante scorrere gi in rivoletti per le braccia grasse, vedeva il seno florido espandersi mollemente ad ogni oscillazione del corpo, vedeva i duri capezzoli sbocciare, quando s'alzava, come ghiande sotto la camicia tesa.
Non molto si lisciarono. Una, la prima, se n'and verso il letto; con le mani riverse dietro la schiena slacci il copribusto leggero, le mutande gonfie; con le mani un po' irose contro la resistenza degli uncini disfece il busto che conteneva la snella ricchezza del suo corpo e si strofin con le palme, sopra la camicia un po' arricciata, da pelle solleticosa. Poi si fece passare sopra il capo la camicia da notte, lunga e chiusa come una tunica, lasci che l'altra di sotto le scivolasse ai piedi, sedette su la sponda, incroci le gambe per togliersi le scarpine, le calze, poi, frettolosa nel suo timore, si cacci sotto il lenzuolo.
Ma colei ch'era sopra il catino, amava pi indugiare. Tuff nell'acqua la faccia, e quando la trasse gocciolante, rise, parl. Si mise a camminare per la stanza, rasciugandosi. La sua pelle riceveva dallo strofino del lino un pi vivo colore. Ora egli la vedeva interamente, in quella corta camicia che scopriva i polpacci tozzi, le caviglie un po' grosse. Vedeva la forma rigogliosa della sua carne piena di tremolii, di curve. And alla pettiniera e s'incipri le braccia, il collo. Certo non pareva cos raffinata e lisciarda com'era, quella calma Eugenia! Fece un giro per la camera, trascinando le pianelle di panno, lasci calare una cortina, distese la gonna su gli appoggiatoi d'un seggiolone, poi trasse il pettine dal nodo dei capelli, e le trecce caddero gi per le spalle, in disordine. I suoi capelli non eran lunghi, ma folti; in quella luce parevano quasi neri. Allora li prese tutti in un pugno, se li fece passare sovra una spalla, li contorse, e legatili nel mezzo con un nastro, li ricacci indietro. Rideva; era contenta di sentirsi libera e rinfrescata.
Parlarono.
Colei ch'era nel mezzo della camera domand alla compagna, ch'erasi coricata:
Vuoi gi dormire?
L'altra stir le braccia voluttuose, le gambe gi pigre, diede un lieve sbadiglio e con la voce piena di sonno rispose:
No... ancora non vorrei dormire.
L'Eugenia and verso il proprio letto, ch'era vicino all'altro, raccolse la camicia da notte stesa su la coltre e vltasi al letto dell'amica la butt di traverso sul corpo di lei che giaceva.
Come diventa liscia la pelle con un po' d'acqua ed un po' di cipria! disse alla Luisa. Tocca.
Ella trasse dal lenzuolo un braccio, e poich la manica troppo larga le si era in quel movimento ripiegata fin sopra il gomito, col mezzo braccio ignudo tocc il braccio dell'altra, che le stava presso. E lungamente lo tocc, soavemente, con una specie di delizia, con un semiriso di piacere.
 vero, fece. Carezz di nuovo:  vero. Poi chiuse gli occhi.
Tu hai sonno, disse quella che amava indugiare.
L'altra riaperse gli occhi e rispose:
Anzi non ho sonno. Discorriamo, se vuoi.
Pigramente l'Eugenia slacci i bottoni che le tenevan la camicia su la spalla, ed appoggiatasi contro la sponda del letto perch non scivolasse interamente, se la lasci cadere fino alla cintola. Il corpo ne sbocci fuori come una pannocchia dal cartoccio.
Ora le sue reni profonde, poco arcate, larghe, apparvero intere a chi guardava. E i fianchi troppo robusti apparvero, e di scorcio la tondezza del ventre, il dondolo di quei due seni grandi, un po' cascanti, quasi sciupati. Con le due braccia incipriate se li accarezz lentamente, poi li contenne, sollevandoli, non nei palmi delle mani ma sui polsi e su gli avambracci. Rideva e guardava l'amica, tra sfacciata e confusa.
Un po' troppo?... interrog.
Forse... disse l'altra. E risero.
Tu, meno assai...
S... Ma per pudore si rannicchi nel lenzuolo.
Tuttavia la curiosit di quel discorso e di quella vista la pungeva.
Mi hanno detto che si pu dimagrirli, e indurirli... Sono un po' molli...
Ah, s?...
Tocca...
Ma no... fece, con un riso, la pi timida.
E perch?
Ella sporse la mano, tocc quasi con timore, in fretta, l'uno, l'altro, le punte, poi ritrasse la mano come scottata.
Allora l'Eugenia aperse pian piano, dal basso, la camicia da notte, e vi si cacci dentro come in una fodera, raccolse dallo scendiletto quella che aveva lasciata cadere, la butt sopra una seggiola, e piano piano, facendo scricchiolare le molle, si distese a giacere.
Si volsero l'una verso l'altra, sotto i lenzuoli, e risero.
Tu non pensi mai?... fece l'Eugenia; poi s'interruppe.
A cosa?
Al desiderio di avere un marito...
Oh... s...
Poco dopo spensero il lume.
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Capitolo 5.
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Quando, il giorno seguente, Arrigo rivide l'Eugenia, l'avvolse tutta in uno sguardo lento, iroso, lascivo, di cui la fanciulla si sent turbata. Egli la rivedeva com'era la notte innanzi, ritta e nuda, con le due braccia ricolme de' seni gonfi. Ed aveva subitamente concepito sopra di lei un pensiero avido, che non gli si staccava dal cervello. Cominci a farlesi attorno, carezzevole, audace, prendendole qualche volta una mano, se la sorprendeva in una stanza o nel giardino, sola. Ed ella si faceva rossa, cercava di schermirsi con una sorridente ritrosia, bruciando insieme dal desiderio ch'egli osasse ancor pi. Tutti i romanzi d'amore letti con tanto fuoco le risalivan ora nella fantasia. Il suo calmo e pudico desiderio aveva qualche momento di perdizione.
Una volta, in un angolo buio, Arrigo la baci; e vi era in quel suo bacio tanta violenza torbida che la fanciulla se ne sent come sopraffatta. Anche a lei l'estate metteva nelle calde vene un male indefinibile. Ora lo seguiva, lo cercava, temendo ch'egli se ne avvedesse, temendo che quella sua bella e rossa bocca le potesse dare un bacio pi forte, il pi forte bacio... Sentiva nascere il peccato in s con uno sfinimento ch'era come una morte voluttuosa. E cominci dalle piccole colpe, con lui, ch'era un maestro lento e paziente, un tentatore pieno di temerit.
Seppero l'odore dell'erba calda, dietro i cespugli, la mollezza della riva del fiume, e s'incamminarono sotto il sole, per la strada polverosa, verso il bosco taciturno. Poi, una sera, egli le disse per le scale:
Vieni da me.
Ella attese, attese; attese che l'amica dormisse, che il campanile suonasse nella notte un'ora inoltrata, che la luna compisse un mezzo giro per la camera, che tutti i mobili avessero scricchiolato nel silenzio, facendola sussultare... si volse, si rivolse nel letto, volle, non volle, fredda, sudata, attenta, paurosa, tesa come una corda vibrtile... poi scese piano piano, tutta tremando, a piedi scalzi... e v'and.
...
Mi sposerai?
Certo.
Egli aveva le labbra odorose d'altri baci, soavi e selvagge come un ricco miele.
Allora ella gli parl dell'avvenire, d'una casa che avrebbero, intima e tranquilla, d'una fedelt indissolubile, d'un amore senza fine. Ed egli nel cuore cinico ne rise, perch'era di quelli che feriscono senza conoscere il male che fanno.
Venivano al sabato sera il Riotti e il del Ferrante insieme; ripartivano col primo treno del luned. Eran gite, la domenica, scampagnate per i colli, merende nei boschi, sorbetti variopinti e fette di cocomero, la sera.
Si ballava, sotto i padiglioni, si ballava, con l'organo di Barberia infaticabile... Il Riotti e donna Grazia, una domenica sera, fecero un giro di polca insieme: egli n'ebbe male alla schiena per una settimana, ella ne ringiovan. Paolo and a caccia di grilli, e ne trov uno che cantava, come cantava! tutta notte, sul poggiolo. La piccola Anna Laura colse frutte nei frutteti, e mont sopra l'asinello di un vicino, e fin con rotolare in un fossato, senza farsi male, per. Ma sgualc l'abitino che portava, il suo pi bello.
E Stefano pag le spese, rimanendo curvo tutta la settimana a metter lenti negli occhiali. Ed i roseti apersero tutte le rose e le stracciarono fiocco a fiocco, lembo a lembo, come ventagli di carta; e le more, lungo i fossi, tra i dirupi, cominciarono a vaiare; ed il grillo del poggiolo scapp via, quando la luna fin... E l'Eugenia rimase incinta, quando la luna fin.
Si ballava, sotto i padiglioni, si ballava...
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Capitolo 6.
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Ritornarono tutti alle contigue botteghe, tra lenti e fiale, ognuno alle proprie abitudini quotidiane. L'anno interrotto ricominci. Fuori divampava un autunno pi rosso dell'estate, ma nessuno pensava ormai a lamentarsi del caldo, poich'era trascorso il tempo della villeggiatura. La sola che non riuscisse a togliersi la vampa di dosso, era quella povera Eugenia, che ciondolava di qua e di l, da un angolo all'altro, da una seggiola all'altra, come un'anima senza pace.
Incinta!... incinta!... Questa parola viscida, oscura, funesta, le si divincolava intorno come un viluppo di serpi, la mordeva nel ventre, che le pareva crescesse a vista d'occhio, le attanagliava i seni, dolorosi di trafitture, le serrava la gola dandole un'impressione soffocante di nausea, le passava dal cervello alle calcagna come una lunga fredda lama. Intorno a lei non danzavano pi che tanaglie di medici, rivoli di sangue, rotoli di fasce, teste implumi e bavose di bambinelli appena sgusciati fuori. Non osava pi guardare in faccia il suo padre maestoso, n guardare alcuno; le pareva che tutti protessero leggerle nelle pupille dilatate il suo materno segreto.
Mi sposerai?, Certo. Aveva detto: Certo. Ma ora non la guardava quasi pi, era diventato ruvido, la maltrattava, sopra tutto dal giorno in cui la ragazza, presa dal terrore, gli aveva confessata quella terribile verit. Per poco egli non erale piombato addosso coi pugni serrati; poi lo aveva udito profferire una bestemmia fra i denti, e l'aveva guardata, fissata, un attimo, implacabilmente, con gli occhi pieni d'odio.
Non c' pi che un mezzo... aveva ella tentato di dirgli fra i singhiozzi e le lacrime.
Quale?
Confessare tutto e sposarci sbito.
Ah?... ti pare! fece Arrigo, duramente. Ci penser.
E volse le spalle mettendosi a fischiettare.
Sposarla? Nemmeno se cadesse il mondo, quella grassa dagli occhi di lumaca! Toh!... ci aveva pensato seriamente, lei! E con qual candore veniva a dirglielo!... In ogni modo era una seccatura.
Accese una sigaretta e se ne and a trovare la Mercedes. Quella brava ragazza doveva esser pratica di queste cose. La Mercedes a quell'ora, erano le tre, si stava mettendo il busto. Bisognava stringere molto i legacci, e per aiutarla era venuta la padrona di casa, o meglio l'affittacamere, una donna ch'era stata in altri tempi desiderabile assai, ed ora, tenendo pigione, faceva insieme l'usuraia la mezzana e la domestica delle sue clienti. Non vedeva di buon occhio Arrigo, perch, con quella praticaccia che si prende nel mestiere, aveva sbito compreso come ci fosse in lui piuttosto la stoffa del mantenuto che del mantenitore. Ma quella Mercedes era una testa calda e metteva l'interesse in seconda linea. Glielo diceva spesso, nello stringerle il busto: Peccato! con un corpo ed un viso come il tuo!... Ma quella rispondeva seccata:
Mamma Gilda, lasciami stare.
Arrigo entr, come in camera sua, buttando il cappello sul letto ancor disfatto; l'altra gli corse addosso e si mise a baciarlo, mentre Mamma Gilda le veniva dietro coi due capi dei legacci fra le dita:
Se non stai ferma, benedetta!...
Ora, tanto, me lo levo il busto! disse lei, tirando un baffetto d'Arrigo.
No, no, stringete, stringete, mamma Gilda! egli rispose.
Perch?... fece la Mercedes, malcontenta, e guardandolo con civetteria.
Non ho tempo.
Ve', il moscardino! esclam la vecchia, che in fondo in fondo, per antica memoria, venerava gli uomini i quali hanno tempo sempre. Una volta, corbzzoli! non me lo sarei lasciato dire.
Mamma Gilda, m' accaduto un guaio; navigo in pessime acque... fece Arrigo.
Gi... rispose l'altra con sogghigno, capisco!... Ma, se si tratta di quattrini,  meglio che tu ti rivolga al tuo banchiere. Qui non facciamo credito.
Be', Mamma Gilda, cosa ne sai tu? cosa c'entri tu? fece la Mercedes, mentre Arrigo fissava la vecchia con uno sdegno taciturno.
Pfferi! So che c' voluto un bel tempo a mettere fuor dai piedi quella buona lana di Giannotto, ed ora non vorrei che t'invischiassi con quest'altro, mo'!...
Arrigo tuttavia si mise a ridere:
Che quattrini! che quattrini!... Per tua norma io non chiedo mai nulla a nessuno, e con le donne faccio quel po' che posso.
Molto poco... not affabilmente la vecchia.
Ma la Mercedes, anche per orgoglio proprio, volle proteggerlo e disse a Mamma Gilda:
Ti ho pagata finora o no?
Non dico...
Ti devo qualcosa forse?
Cento cinquanta lire.
Per quelle hai la cambiale, che non  scaduta finora. Ti devo altro?
Il mese, dopodomani. E se aspetti che te lo paghi lui, stiamo fresche!
Dopodomani non  oggi; e insomma vattene perch mi secchi!
Ah, basta!... non parlo pi! ella disse, cacciandosi le mani entro le tasche del grembiule di percalle e facendovi suonare un gran mazzo di chiavi. Ma non se ne and. Era curiosa, pettegola, bisticciosa, petulante, avida, e per il cuore, sotto quei novanta chili di carne flaccida, era rimasto un buon cuore di vecchia prostituta che nelle sue discepole riviveva la storia del proprio passato, senza riuscire a nascondere un senso d'invincibile maternit.
Sentiamo, ella fece autorevolmente, cosa c' di nuovo allora?
La Mercedes, in busto e mutande, si mise a sedere, con le gambe accavallate, sul bracciuolo della poltrona dov'era il giovine.
Ho fatta una sciocchezza, egli disse, battendole col palmo sul nudo della coscia;, una sciocchezza grave.
Cos'hai fatto? interrog la Mercedes, mentre l'altra sogghignava.
In campagna... diss'egli a mezza voce;, sapete... come accade spesso nelle case di campagna...
Ha un bel dire, ma quel muso li viene a batter cassa! interruppe la vecchia con un cipiglio infernale.
Al diavolo! interruppe Arrigo levandosi. Ho resa incinta una ragazza!
Eh?
Eh?!... esclamarono tutt'e due.
Ma la vecchia ne aveva tante udite in vita sua che non se ne stup a lungo.
Peuh!... fece, roba di villeggiatura! Sar una sninfia, di quelle che si dnno sull'erba, come le cavallette.
Gi!... la figlia d'un amico di casa, egli precis.
La Mercedes cominci a smaniare di gelosia.
Ah, benissimo! La figlia d'un amico di casa?... Una specie di signorina dunque! E me lo vieni anche a dire! Incinta!... Benissimo! E perch mi scrivevi allora quel mucchio di lettere piene d'imposture?... Sei un farabutto!
Mamma Gilda si mise ad aizzarla:
Vedi cosa ti combina quel sudicione?
Arrigo aveva gi fatta l'abitudine al frasario dell'affittacamere e non se ne risent. Poi gli premeva che l'aiutassero, almeno d'un consiglio, ed era venuto per questo. Cerc di rabbonire la Mercedes, che girava minacciosa per la camera sbatacchiando il copribusto e buttando in aria tutto quanto le capitava sottomano.
Capirai,  stato uno scherzo...
Gi, e adesso sposala!
E' appunto quello che lei vuole.
Ah, s?  quello che lei vuole?... Ma chi ? Spiegati presto! Quanti anni ha? Come si chiama? Cosa fa? Dove sta? Era vergine poi?
S, vergine, vergine.
Peuh!... grugn la vecchia, incredula.
Se te lo dico io...
Gi, loro credono di capire, loro!... E fece uno di quei grandi sorrisi, pieni di buon senso, che racchiudono tutta l'esperienza d'una vita.
Arrigo raccont la storia, in fretta e su per gi, cambiando il nome e l'indirizzo tanto per precauzione. Non voleva certo sposarla, ch anzi l'avrebbe strozzata pi volontieri... ... ma, in un modo o nell'altro, bisogna pur rimediare, ti sembra? Se no entra di mezzo il padre, uno di quei padri terribili che fanno venire la pelle d'oca al solo pensarvi...
Rimasero un poco in silenzio, quand'ebbe cos concluso, tutt'e tre.
Mamma Gilda, rifletteva, carezzandosi piano piano il ridoppio del mento, com'era suo costume. Poi s'aggiust il grembiule sui fianchi:
Bene, disse. Metti fuori un biglietto da cinquecento, e la cosa si accomoder, forse...
Come? domand Arrigo, senza badare al prezzo.
Tu non ci pensare; queste sono cose da sbrigarsi fra donne. Conduci qua la ragazza e combineremo.
Qua?
S'intende. Certe operazioni  meglio farle in casa propria, mio bel signorino! Per bisogna che ci parliamo chiaro. Queste cinquecento lire le hai o non le hai?
... naturalmente.
Naturalmente cosa? Le hai o no?
Per ora no.
Allora amen!
Ma le trover.
Contante! contante! e anticipato! Non vorrei mica ridurmi a pagar io la levatrice e rischiar la galera per te, senza nemmeno guadagnare un soldo! Pifferi! Quando le hai, vieni da mamma Gilda. Ma sieno cinque tutte intere. Se manca un centesimo non se ne fa niente.
Le trover. Solo vorrei dire una cosa. Vorrei domandare se il risultato  certo e se c' molto pericolo.
Senti, bellezza, di sicuro al mondo non c' niente. Quello che posso dirti  che io, in persona, e vedi che sto benissimo ne ho sopportati cinque o sei; quanto poi alla Mercedes....
Io, niente! neanche uno!
Come neanche uno? E quello del tenente, l'anno scorso?....
Arrigo la squadr di traverso, con la faccia buia.
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Capitolo 7.
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Un po' con le buone, un po' con le brusche, Arrigo persuase l'Eugenia a recarsi da mamma Gilda. La Mercedes concedeva la camera, ma non voleva nemmeno vederla in faccia quella svergognata! E poi arrossiscono, le signorine!... E parlan male delle ragazze libere, le signorine!... Quanto ad Arrigo poi, non credesse neanche per sogno di finire la cosa in quel modo. Non appena l'altra si fosse liberata, farebbero conti e patti chiari. Perch, se a lui piaceva passare il tempo con le ragazze cos dette oneste, lei non ci avrebbe messo n due n quattro a tornarsene con Giannotto, il quale gi le correva appresso di bel nuovo ed era, se non altro, una persona molto pi delicata.
Intanto diede lei stessa le duecento lire che gli mancavano per pagar mamma Gilda; ossia non le diede, poich non le aveva, ma firm un'altra cambiale. Ad Arrigo mamma Gilda non faceva credito neppure di cinque lire. Se l'intendessero poi fra loro....
L'Eugenia venne due volte; cos pallida, cos spaurita, che mamma Gilda dovette sbito cominciare con somministrarle un bicchierino di cordiale. Trov che aveva una brutta faccia ed un corpo di poco avvenire, ma per intanto non fece obbiezioni. Tutte le donne, a qualsiasi classe appartengano e per quanto sia grande la distanza che le divide, sentono sempre l'una verso l'altra quella specie di sororale piet che nasce in loro dall'esser tutte parimenti esposte agli stessi pericoli ed agli stessi dolori. All'Eugenia mamma Gilda ispir tanta fiducia, che d'un tratto si mise a piangere contro la sua spalla, credendola forse una suora di carit.
L'altra, colei che sapeva l'arte, era una megera inanellata e adorna di capelli finti, con un fare untuoso, cauto, la bocca melliflua, le mani calzate di mezzi guanti in filo di Scozia; carezzava l'Eugenia chiamandola piccina e dicendole molte cose amorevoli a bassa voce.
Poich Arrigo le impacciava senz'alcuna utilit, lo mandaron via, e dissero a lei, dopo averla sottomessa a qualche preparativo, di tornare, ma sola, il giorno seguente.
Egli tuttavia non si fidava, e l'accompagn anche il giorno appresso. Rimase ad aspettarla in istrada, seduto al tavolino d'un caff ch'era nelle vicinanze. Il cuore gli batteva con celerit, fosse paura o rimorso. Che ore interminabili! Ma cosa facevano lass? Finalmente vide scendere la megera; le and incontro e volle interrogarla.
Tutto bene, tutto bene, questa rispose in fretta. Ma  meglio che non ci facciamo notare. Occorre prudenza... A rivederla.
E con un bel sorriso della sua bocca molle come un'ostrica, fil via rasente il muro. Mezz'ora dopo scese l'Eugenia, tutta curva, sbiancata come un cencio, un po' barcollante.
Egli accorse:
Dunque?
Soffriva, era tutta contratta, non rispose.
Involontariamente si teneva le mani sul ventre e si mordeva il labbro smorto; a un certo punto si appoggi con tutto il peso della persona contro il braccio di lui, come nella vertigine di uno svenimento. Erano sempre su la soglia della casa; egli fece venire una vettura e vi sospinse l'Eugenia.
Dunque? raccontami... Non puoi parlare?
Ella scosse il capo.
Soffri?
S, molto, disse fievolmente.
Ma non  tutto finito?
Finito, ma...
Cosa?
Una emorragia, credo...
Non cessa?
No. E dolori, cos forti, cos forti!... Vorrei urlare...
Dette in uno scroscio di lacrime, nascondendo la faccia contro la sua spalla.
Povera me, ho paura!...
Vedrai, non sar nulla. Un poco di pazienza: i dolori passeranno.
Ogni scossa della vettura le traeva un piccolo grido; era cos contraffatta da non potersi pi riconoscere; stava china sul grembo straziato come per soffocarne gli spasimi. Egli era turbato, e per mostrarle un poco d'amore le mise un braccio intorno alla cintura. Non aveva busto, la gonna era mezzo sganciata sotto il corto mantello: egli sent che ad ogni tratto sussultava, come se un acerbo dolore, nel grembo, la martellasse. Allora la baci sul collo, dove i capelli schiacciati e sciolti serbavano l'impronta del cuscino su cui s'era dibattuta; fu carezzevole per darle coraggio, per farla guarire con un poco di persuasione.
Giunti presso la casa comune, si divisero; ella, trascinandosi a fatica, sal nelle sue stanze; ma non potendo pi reggere ai dolori si mise in letto. Egli rincas pure, attendendo la sera. Una indefinibile paura gli opprimeva il cuore; pass venti volte nella corte per spiare dalle finestre nella casa del farmacista: ogni tanto lo vedeva seduto presso l'uscio a leggere il giornale, ogni tanto in bottega a vendere medicine.
Era gi tardi, stavano gi pranzando, ed Arrigo sperava ormai che tutto finisse bene, quando il Riotti entr come un pazzo mettendosi a gridare:
Venite! venite! Donna Grazia, vi prego!... l'Eugenia, l'Eugenia...
Che c'!
L'Eugenia muore! Correte!
Donna Grazia corse di sopra, gli altri si adunaron nella bottega del farmacista, chi per le scale, chi a pian terreno. Solo Arrigo rimase fuori, nella corte, pavido come la morte.
Si trov che l'Eugenia era sul letto, svenuta, con le coltri gettate all'indietro, madide di sangue; e dappertutto ne gocciolava: sangue, sangue.
Paolo and a telefonare per un medico, Stefano si mise ad empire catinelle d'acqua, sua moglie a far compresse. Le diedero aceto a fiutare, le aspersero la fronte, le strofinarono le tempie, senza che nemmeno si movesse. Il Riotti si dimenava disperato, voleva far mille cose, ma non poteva pi guidare i proprii atti.
Cos' mai? cos' mai?... S' messa in letto senza dirmi nulla. Salvatela, donna Grazia, per l'amore di Dio! Toccatele il cuore, fate che rinvenga almeno! Che parli! E piangeva.
Sopraggiunse il medico, un amico del Riotti, un vecchio. Allontan tutti dal letto, si chin su la svenuta, guard, guard meglio... poi volse gli occhi intorno, con stupore.
Ma cos', gemeva il padre. Dimmi se c' pericolo...
Mndali via, disse questi laconico, segnando i due estranei. I del Ferrante si ritrassero e chiusero l'uscio.
Un aborto, fece il medico.
Eh! Sei pazzo?
Emorraga in seguito a procurato aborto, ribad chiaramente il medico. E con quella pacatezza dell'uomo solito a lenire il male altrui, comunque sia generato, si mise a prodigarle i rimedi e le cure necessarie.
Ma ci che il Riotti fece, non  a potersi dire. Prese colui per le spalle, scotendolo, grid che se n'andasse, ch'era fuor di senno quella sera; poi si diede a girare per la camera, in piccoli cerchi, urtando contro i mobili. Donna Grazia socchiuse la porta e scivol dentro; si mise ad aiutare il medico, il quale finalmente, non potendo altro ottenere dal Riotti, gl'intim che tacesse o l'avrebbe cacciato a forza, poich, se il vicinato udiva quelle voci, egli avrebbe dovuto denunziar la cosa.
La ragazza ora stralunava gli occhi e rinveniva lentamente; il fiotto di sangue cominciava con lasciarsi frenare. Ma ella vaneggiava, e qualche frase rotta le usc dalla bocca. Disse molte cose incomprensibili, poi un nome distinto, ch'era quello di Arrigo, le suon su le labbra. E lo chiamava, e quel nome tornava in tutte le frasi del suo delirio, quel nome che raccontava il suo grande peccato.
Ma quando scesero a cercare di lui, egli non v'era pi. Era scomparso, fuggito, e nella corte i vicini bisbigliavano gi una storia, guardando quella finestra del mezzanino dietro la quale passavan ombre.
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Capitolo 8.
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Per una quindicina di giorni egli non si fece pi vedere; visse allo sbaraglio, coi pochi soldi che aveva in tasca e nessuno cerc di lui. Per due settimane l'Eugenia rimase in letto, fuor di pericolo ma tuttavia malata. La faccenda venne in chiaro fra le due famiglie, poich la ragazza stessa l'aveva raccontata fra singhiozzi e lagrime, senza ometterne alcun particolare, e sopra tutto invocando a propria difesa quella promessa di matrimonio che s'eran scambiata fra loro. Il Riotti, sbolliti i primi furori e perduta l'irruenta sua verbosit, era rimasto accasciato, rotto in due, come un uomo che avesse ricevuto sul capo un gran colpo di mazza.
Nella camera della figlia non entrava pi. Sul principio aveva parlato d'ucciderla, di rinnegarla, di metterla sul marciapiede come una ragazza perduta, ma non ne fece nulla ed infine si convinse che il meglio fosse tacere per non dar esca al pettegolezzo che gi infuriava nel vicinato.
Dunque raccontarono che la ragazza avesse un'enterite, e chi la curava era Donna Grazia, con la sua figlia maggiore. Cercavano entrambe, coi propri sacrifizi, di sminuire agli occhi del farmacista l'inaudita colpa di Arrigo.
Ma il pover'uomo s'era chiuso in un silenzio di mutolo e viveva meccanicamente fra il banco della sua farmacia e la poltrona della saletta contigua. Buona ventura fu se non diede qualche veleno in cambio d'innocue polverine. Mangiava quel tanto che gli bastasse a non morir di fame, leggeva come prima il giornale, ma senza pi capirvi nulla, e non v'era caso, lui tanto ciarliero, di udirlo scambiare una mezza parola coi clienti che andavano e venivano da mattina a sera.
Cinque o sei volte al giorno saliva le scale in punta di piedi per andar a mettere l'occhio fra le connessure dell'uscio e gettare uno sguardo verso il letto della figlia. Ma non voleva che lo vedessero, e solo qualchevolta, con un tono burbero, con una voce che aveva perdute tutte le sue belle tonalit, chiedeva a Donna Grazia come andasse la malata. Non osava pi mostrarsi nella corte, per quel certo risolino che intravvedeva su la bocca di tutte le persone del vicinato, n Stefano ardiva venirgli a parlare, sebbene quell'uomo gli facesse una gran pena ed egli sentisse, nella sua naturale onest, di dovergli pur qualcosa. Ma una sera finalmente, preso il coraggio a due mani, l'occhialaio sporse il capo con timidezza nella retrobottega del farmacista.
Costui leggeva e fece le viste di non averlo veduto.
Senti, Guglielmo... incominci Stefano. Io non sono responsabile di quello che ha fatto e che far in avvenire quel mio figlio disgraziato, ma sento il bisogno di venirti a chieder scusa e spero non ti scorderai che siamo vecchi amici.
Gli tremava una tale commozione nella voce, che il Riotti torse il naso dal giornale e lo sogguard di sbieco.
Meno chiacchiere! inve. Non conosco pi nessuno. Ma visto che sei qui, veniamo a patti chiari.
L'altro avanz di qualche passo; si sentiva tuttavia cos colpevole che non ard sedersi e rimase in piedi davanti al Riotti come davanti un giudice.
Punto primo: dov' tuo figlio? interrog il farmacista.
Stefano aperse le braccia:
Non so...
Credo che lo sappiate benissimo, ma per prudenza lo teniate lontano.
Ti prego di non supporre...
Io suppongo, se mi permetti, anche di peggio! Suppongo sopra tutto che da gente onesta non possa nascere un delinquente di quel genere!
La risposta era ovvia, ma l'occhialaio non ne volle trar profitto. Fece un piccolo gesto di collera, piccolo, quasi nullo.
Ma ora che la cosa  fatta, seguit il farmacista, inutile recriminare. Quello che decido  semplice: fa uno stato a tuo figlio, mettilo in condizioni da vivere almeno decorosamente, e che si sposino al pi presto.
 quello appunto che ti volevo proporre.
Per, intendimoci... l'altro soggiunse. Si sposino e facciano quel che vogliono, siano felici o vadano a finire in malora, a me poco importa; ma in casa mia, n lui n lei, mai pi!
Via... mormor l'occhialaio.
Quanto a noialtri, come se non ci conoscessimo neppure. Ognuno a casa propria. Perch, dopo quanto accadde, non  possibile ch'io perdoni mai pi.
Via, Guglielmo, non essere ingiusto...
Ma il farmacista gli tronc la parola:
Siamo intesi, e buona sera, fece, mostrando vagamente l'uscio.
In vita sua non era mai stato cos laconico. Stefano se ne and; e visto che l'Eugenia era quasi guarita, persuase la moglie a non bazzicare pi in casa del Riotti, poich gli pareva che il farmacista esagerasse un poco ne' suoi modi brutali.
Quando non gli rimase pi il becco d'un quattrino n il mezzo per trovarne, Arrigo fece ritorno al focolare paterno. Era pronto a lasciarsi rabbuffare nel peggior modo, era deciso a cacciarsi nell'uragano come un uomo perduto.
Me ne sono andato per semplificare le cose, ebbe la sfrontatezza di dire al padre, non appena lo vide. Se fossi stato qui presente, chiss mai che pandemonio!
Donna Grazia, sventatamente, si lasci sfuggire:
Forse  stato meglio cos. Ma vide il marito lanciarle un'occhiataccia e non aggiunse altro.
Ad Arrigo furon risparmiati rimproveri e scene, poich nessuno si sentiva il coraggio di lottare con lui; ma in breve lo misero al corrente delle decisioni ch'erano state prese.
Sposerai l'Eugenia non appena col tuo lavoro ti sarai procurata la certezza di poter campare.  tempo che tu finisca di accumulare malanni.
Ma, un momento... fece Arrigo.
Non devi discutere! l'interruppe il padre, spiegando per la prima volta una certa energia. Ti cercher un impiego, e lo accetterai, qualunque esso sia, visto che non hai voluto continuare gli stud.
Un impiego? mormor Arrigo.
S, ed al pi presto. Eravamo gi d'accordo su questo punto prima della villeggiatura, dunque ti prego di non ribattere parola, perch altrimenti fra me e te si viene ai ferri corti: io ti metto fuori di casa, senza un soldo in tasca, e vattene con Dio!
Arrigo pieg il capo, sembrandogli questa volta che si parlasse sul serio. Con quella prudenza calma e riflessiva ch'era innata in lui, pens che a ribellarsi c'era tempo in sguito, e per intanto gli convenisse lasciar correre un po' d'acqua sotto i ponti.
Per via d'amicizie il padre giunse a trovargli un posto d'apprendista in una piccola banca privata, e Arrigo, fattesi cucire due mezze maniche d'alpag, si mise a frequentar ogni mattina l'ufficio, puntualmente, riuscendo persino a farsi benvolere, perch'era di pronto ingegno ed aveva una bella calligrafia.
Del resto egli non s'apparecchiava a vivere da mediocre n da bottegaio; era vicino a compiere i vent'anni, andava incontro alla vita con imperiosi desiderii, una grande ambizione gli si era da qualche tempo accesa nell'animo: quella di volersi ad ogni modo arrampicare, con le mani, co' piedi o co' denti, per il dirupo scabroso della vita, finch gli paresse d'esser giunto in un luogo ameno e dilettevole dove piantar le sue tende.
Non avrebbe sposata l'Eugenia; non voleva certo una farmacia per dote n per eredit una bottega d'occhialaio; non in quel suburbio fuligginoso d'officine avrebbe consumata una vita oscura. Ben altro lo tentava, ben altre visioni accendevano le sue speranze giovanili. Vivere voleva; vivere con tutto il prestigio, con tutto lo splendore, con tutto il gaudio che pu essere in questa parola. Purificarsi di quella borghesia che portava indosso come una veste non sua, mescersi tra quelli che invidiava, tra que' giovini signori, arbitri d'eleganze, scialacquatori di ricchezze, amici di belle donne, frequentatori di saloni, di teatri, d'ippodromi, piccola signoria che regnava nella citt con grande sfarzo e con grande millanteria.
Perch intristirsi nelle oscure botteghe, quando tanta luce sfavillava nelle sale dei palazzi, nei ridotti dei teatri, nei gabinetti delle cene? Perch schiantarsi al lavoro, per essere miserabili sempre, quando con un po' di baldanza ed un po' di fortuna si poteva in ogni caso tentare una pi alta meta? Cosa gli mancava per questo? Non le maniere signorili n la presenza piacevole, non la fredda e calma volont che serve a riuscire nella vita, non la coscienza inesorabile che bandisce ogni scrupolo dinanzi allo splendore della meta, non il barbaro coraggio di rompere i vincoli che potessero impedirgli la sua libera via. Ma una cosa gli mancava: il denaro. E di questo si sarebbe impossessato con tutte l'arti e con tutte le frodi, poich la vita valeva la pena d'essere vissuta e tutto il rimanente non era che sterile menzogna.
Questo egli pensava, allineando cifre nei registri del banchiere, sopra una scrivania carica di scartafacci, e guardando con la coda dell'occhio il lento volgersi delle sfere nell'orologio a pendolo.
Questo pensava la sera, curvo su l'archetto del suo violino; la notte, nelle profumate coltri di Mercedes la bruna.
Il Riotti non si era degnato ancora, o forse non aveva osato venirgli a parlare; le due famiglie vivevano in guerra taciturna, e, chiusa ciascuna dietro la sua trincera, stavan aspettando il giorno di quelle nozze riparatrici. Ma non v' cosa al mondo, per quanto grave paia, che il tempo e la naturale smemoratezza degli uomini non riescano a porre in dimenticanza.
Cos l'Eugenia era guarita e s'era messa con soave pazienza a preparare il suo corredo da sposa. Quel repentino dramma non aveva lasciata una traccia gran che profonda nel suo placido cuore. Subiva in silenzio le diurne iracondie del padre, ma intanto s'era ben rimessa in carne, aveva ripreso il suo bel colore di pomo granato, le sue pantofole di lana, l'uncinetto instancabile, i romanzi d'amore.
Con una facilit sorprendente s'era dimenticata di non essere pi vergine; era tornata la fanciullona laboriosa e quieta, che viveva nelle piccole stanze della sua casa come una tartaruga domestica, mangiando con appetito insaziabile e covando nel petto, come un tepido scaldino, il suo paziente amore.
Ma il Riotti bolliva. Non pi dell'onta patita, non pi del malanno che gli era capitato in casa, ma di quel divieto al quale s'era condannato da s col mettere al bando i del Ferrante. E doveva rimanersene solo a rimasticar la sua collera! Che mai? Facevan gli offesi ora? Non sentivano dunque il bisogno di venirgli a dir qualcosa?
Il figliuol prodigo era tornato all'ovile. Oh, lo aveva ben intravveduto, e pi d'una volta, per la finestra e per l'uscio; aveva inteso anche il miagolo di quel suo maledetto violino! Egli s'era immaginato nei primi tempi di vederselo venir davanti, a ginocchi, sommesso a tutte le sue folgori, e chiss mai quante volte aveva elaborata nella mente la sua prima filippica. Invece quel silenzio lo tormentava pi d'ogni altra cosa poich di consueto la sua collera sbolliva nell'eruzione delle parole come quegli incendi che vanno tutti in fumo.
Quante volte non fu sul punto di varcar la soglia del vicino e mettersi a gridare improperi finch ne avesse il cuore libero! Ma una inflessibile fierezza lo tratteneva e molti mesi passarono di coperte ostilit.
L'occhialaio, dal canto suo, si sentiva rimordere il cuore; gli pareva d'essere ingiusto verso quell'uomo cos acerbamente colpito nell'orgoglio e nell'amore paterno per opera d'uno de' suoi; ma d'altra parte aveva egli pure la sua propria fierezza e non sapeva risolversi a muovere il primo passo, dopo ch'egli lo aveva trattato da meno di un domestico. La colpa d'Arrigo era certo imperdonabile, ma, in fondo, che ce ne potevan loro? Per riparare al malanno, per mostrargli quanto ne fossero dolenti, non gli avevano forse curata la figlia come una figlia lor propria? Non avevan sbito consentito a quella riparazione, che infatti era doverosa? E, per tutto ringraziamento, lui lo aveva messo alla porta, lui s'era barricato nella sua bottega senza farsi rivedere pi. Tuttavia come doveva sentirsi abbandonato e triste quel pover'uomo!...
Una sera finalmente, una sera che il buon Stefano soffriva d'emicrania, messo da parte il rancore prese una grande risoluzione: mand il giovine di bottega in farmacia per comprare un grammo di migranina.
Un grammo di migranina!... aveva gridato il farmacista, scattando su dal banco. Per chi? per il tuo padrone?
Gi, per il mio padrone.
Ebbene, se lo venga a prender lui, se lo vuole. Se no crepi!
L'occhialaio v'and, e si buttarono le braccia al collo.
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Capitolo 9.
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Finirono con cacciarlo via dalla banca, perch s'era stancato in breve d'insudiciarsi le dita con l'inchiostro violetto senza guadagnare il becco d'un centesimo. Da un pezzo era divenuto sfaccendato e scontroso; giungeva la mattina in ritardo, con gli occhi pieni di sonno, per aver consumata la notte al giuoco od in fatiche d'amore. Diede un giorno una rispostaccia al suo capo ufficio, che lo mise alla porta sui due piedi.
Il padre, a tale notizia, mont in furore, aggredendo Arrigo con tale veemenza di parole, come fino allora non aveva osato mai. Invecchiando, il suo carattere si inaspriva. Ma dovette arrendersi davanti ad una risposta ben recisa.
Ho passato i ventun anno ormai, caro babbo. E ti prego di non scordare che ogni uomo ha il diritto, a una certa et, di vivere secondo le proprie inclinazioni. Puoi, se ti piace, sospendermi quel piccolo assegno mensile, che forse ti costa un sacrificio, e puoi anche mettermi fuori di casa, qualora tu lo voglia: ma devi lasciarmi intera la mia libert, perch, di questa, non intendo far sacrifizio a nessuno.
Il padre non seppe che dire; gli lasci l'assegno, se lo tenne in casa, e parve non curarsi pi di lui. Ma c'era l'altro, il Riotti, che aveva man mano riprese le vecchie abitudini e ficcava il naso in tutti gli affari de' suoi vicini. Per un tacito accordo, egli ed Arrigo evitavano sempre di rivolgersi la parola, ed anche d'incontrarsi, quando potevano farne a meno. Ma ora che il giovinotto pareva prendersi a gabbo la faccenda del matrimonio, e di tutt'altro si curava che d'essere il fidanzato dell'Eugenia, il farmacista non seppe tacere pi a lungo, ed una sera fece pregare padre e figlio di venire in bottega da lui. Era presente anche l'Eugenia, la quale si faceva rossa come fuoco non appena udiva pronunziare il nome d'Arrigo. Costui venne con la sigaretta in bocca, senza mostrare il minimo impaccio, senza parere affatto compreso della solennit con cui l'accolse il Riotti. Questi entr sbito nell'argomento.
Per mia norma vorrei conoscere il giorno che avreste fissato per il matrimonio, disse con voce beffarda, fissando l'uno e l'altro con aria di provocazione.
Caro amico, Arrigo rispose con spavalderia, credete forse che si prenda moglie come si beve un bicchier d'acqua? Ci vuol tempo a riflettere. Quanto al giorno, francamente, non vi ho per ora nemmeno pensato.
S'ud la seggiola che portava il peso del Riotti scricchiolare sinistramente.
Di questo non dubitavo! disse. Ma  per potervi pensare insieme che vi ho pregati di venir qui.
Mio caro e buon Riotti, l'interruppe Arrigo, lasciamo le pompe, i modi magnifici ed il tono d'accademia; discorriamo da buoni amici, con semplicit. Finora ho evitato di venirvi a parlare perch mi sentivo in colpa verso di voi e non volevo sprecare molte parole inutili. Ho commesso una sciocchezza, ed ora che l'occasione si presenta, ve ne chiedo scusa; di tutto cuore ve ne chiedo scusa.
Obbligatissimo! borbott l'altro, un po' sorpreso tuttavia.
Ma, quando si  fatto il male, chiederne scusa non vuol dir nulla; bisogna ripararlo piuttosto, ed io sono pronto a farlo, se cos vi piace. Solo vi pongo una domanda: Come posso io prender moglie? In che modo le darei da mangiare?
L'altro volle interromperlo.
Lasciatemi finire, seguit Arrigo. Voi sapete benissimo che non possiedo un soldo, n il mezzo di guadagnarne, per ora. Soggiunger io stesso, per non lasciarlo dire da voi, che non ho alcunissima voglia di lavorare, che son pieno di debiti fino al collo, che amo giuocare, andare a teatro, spendere, divertirmi con le donne... vivere insomma! Se vi riesce tuttavia di trovare in me la stoffa d'un marito, parola d'onore, ve ne sar gratissimo!
Il Riotti fu percosso d'un tale stupore che non ebbe fiato per rispondergli e fiss l'occhialaio con uno sguardo smarrito.
Dunque... volle dire.
Dunque, concludiamo, fece Arrigo. Ho abusato di vostra figlia, ed  naturale che ripari al malanno, sposandola. Solo non venite a parlarmi del giorno, del mese, e neanche dell'anno, perch dall'oggi al domani non si conclude nulla di buono e di serio. Appena sar in condizioni da poter prender moglie decorosamente mi ricorder della promessa che ho data. Ma fino a quel tempo, vi prego di lasciarmi vivere in pace. Tanto pi che, se io m'impegno a sposar l'Eugenia, l'Eugenia viceversa  liberissima di sposare chi vuol lei, qualora nel frattempo le cpiti un giovine che valga un po' meglio di me.
Ah, cspita! scoppi a dire il farmacista, che aveva finalmente ritrovato l'uso della parola. Cspita! cspita!... Questa  un po' grossa!
Vi ho parlato da galantuomo, signor Riotti, e spero che in sguito me ne terrete conto.
Da birbante, hai parlato! da malandrino! da canaglia! Ah, no, per Dio! non credere d'aggiustarla cos!
Sentite, signor Riotti, concluse Arrigo, io son uomo di poche parole: quel che dico dico, e non c' forza al mondo che sappia rimuovermi da una decisione presa. Inoltre non mi piace d'essere insultato n di venire a male parole con uomini pi vecchi di me. Per il che vi riconfermo quel che ho detto e vi auguro la buona sera.
Se ne usc calmo calmo, accendendo un'altra sigaretta. Poco dopo l'occhialaio, riconosciuta vana ogni speranza di ragionare col farmacista, pens che meglio fosse andarsene, e fece come lui.
Arrigo si diresse verso la solita bisca, ove da qualche tempo gli arrideva una straordinaria fortuna. Dopo aver pagate, come ogni altro giocatore, le spese del suo noviziato e maledetta l'ingiusta fortuna e trascorse ore insonni a ragionar col demone che dispone fortuitamente le carte sui ciechi tavolieri, dopo aver osservato col suo freddo spirito coloro che perdevano sempre e coloro che pi spesso vincevano, egli era divenuto in breve uno di que' freddi e cauti giocatori che sanno in fin de' conti aver ragione anche dell'azzardo capriccioso, contrapponendo alle altrui debolezze la propria inflessibile virt.
Non pi le carte amava n l'alea che tende i nervi e tien sospeso il respiro sopra il sorteggio d'un punto; ma s'era invece prefissa una nitida volont di vincere, di afferrar nel suo pugno quel denaro che tanto gli era necessario per i suoi prossimi destini. Conosceva i suoi compagni di gioco, aveva esercitato sopra ognun d'essi un esame acuto, e quand'essi, eccitati o stanchi, nell'ore tarde rincorrevano il denaro perduto, egli, che tutta sera aveva temporeggiato, apriva sagacemente la sua battaglia senza lasciarsi vincere da alcuna ingordigia n distogliere da alcuna piet. Si era persuaso che al giuoco pure, come nell'altre contese della vita, la fortuna conta per molto ma il carattere fermo vale ancor pi. E da qualche tempo la sorte lo compensava di aver fiducia in s stesso pi che in lei. Durante gli ultimi tempi aveva raggranellata una considerevole somma.
Allora don al fratello Paolo tutta la sua guardaroba d'elegante suburbano e si fece rinnovare le squamme dai primi abbigliatori della citt. Sapeva che sarti e calzolai creano la pi immediata, forse la maggior distinzione fra uomo ed uomo, poich, in questo mondo bizzarro, che vive d'apparenza e si pasce d'esteriorit, il prossimo fa sempre miglior viso al cerretano bene agghindato che non al galantuomo il qual non cura l'eleganza de' suoi modi e del suo vestire.
Allora cominciarono a giungere nella modesta casa dell'occhialaio fattorini e commessi, che portavan pacchi enormi, ben ravvolti in una carta soffice, dalla ditta vistosa; le sorelle accorrevano a guardare con una curiosit mista d'invidia quelle meraviglie che il ricco fratello si comandava per i suoi diletti.
Con questi abiti nuovi, con queste camice fine, che la mamma non avrebbe osato affidare alla lor semplice lavandaia, con quelle scarpine lucide, odorose di buon cuoio, con que' fazzoletti sottili come tele di ragno, con que' capelli tirati a lustro, d'una forma un po' eccentrica, e tutto quel lino e tutta quella seta e tutta quella buona materia delicata, rara, odorosa, una specie di aureola s'involse intorno al primogenito. Ne furono tutti sorpresi, ed un poco anche il padre, quel buono semplice padre, che non poteva scordarsi d'aver concepita sopra il suo primogenito qualche speranza veramente ambiziosa.
Ho vinto al giuoco, questi raccont, per spiegare ogni cosa. E siccome non era punto avaro, dispens regali ad ognuno.
Bada, lo ammoniva il padre: oggi si vince, domani...
Domani si pu vincere ancora.
E spieg al padre che il giuoco  un affare, come ogni altro affare, dove il sangue freddo ha onestamente ragione dei nervi altrui. Poi sapeva, a tempo e luogo, essere carezzevole, persuadente; nella casa, nonostante i suoi continui malanni, si era sempre nutrita per lui una certa predilezione, ed ora, con quella coscienza pieghevole della gente borghese, finirono con pensare che in fondo, se gli riusciva di menar la vita del gran signore senza commettere alcunch di male, non bisognava poi dargli torto n condannarlo per partito preso. Faceva piacere a tutti vederlo uscire, attillato e azzimato come un damerino, sapere che alle volte pranzava nei ristoranti pi cari e si metteva l'abito nero per andarsene a teatro in poltrona. Che buon profumo avevano, in quella retrobottega odorosa d'aglio, i suoi fazzoletti fini, quando se li toglieva di tasca! S'era cambiata la pettinatura, il taglio dei baffi, il modo di camminare, il modo di fumare la sigaretta, e pareva quasi che parlasse una lingua pi forbita, che gettasse un riverbero d'eleganza su tutte le cose ch'erano intorno a lui. Questo era avvenuto rapidamente, in pochi mesi. Ognuno si sentiva quasi lusingato d'avere un vincolo di parentela con lui, e da quella trasformazione ognuno sperava di poter trarre un suo particolare vantaggio. Il padre avrebbe forse potuto in sguito risparmiare quell'assegno mensile che gli faceva un gran vuoto in cassa; la madre e le sorelle contavano di tempo in tempo su qualche regalo costoso; il fratello, quel buon Paolo sempliciotto e modesto, era il solo forse che in verit non sperasse nulla e che osservava tutte queste cose con un certo sdegno indifferente.
Il Riotti, che di lontano aguzzava l'occhio a tante novit, non osava dir nulla in modo aperto, ma obliquamente faceva certe sue grandi prediche velenose contro le bische, i nottambuli e le donne di malaffare.
Con la Mercedes era capitato un guaio. Buona ma gelosa, disinteressata ma piena d'amor proprio, come tutte le donne venali quando si dnno per amore, aveva tollerato, s, che Arrigo rendesse incinta una ragazza per bene, perch le signorine, via, quasi non contano, e tutto questo era stato, come diceva lui, uno scherzo... ma non poteva mai, mai, tollerare che le si facesse un torto con donne del suo mestiere, perch in tal caso, oltre la gelosia, c'entrava lo scredito e c'erano in pi le beffe.
Appunto era capitata l, nel teatrucolo dov'ella cantava, una danzatrice Tunisina, la quale, sotto il pretesto di esibire certe figurazioni estetiche, si mostrava in scena sconciamente nuda, con un gran dimeno d'anche formose, una bella curva di reni, una ricca plastica di poppe arrossate, sotto lo schermo di pochi veli. Fece chiasso; la sala per tutta la quindicina rigurgit. E gente venne che per solito non bazzicava in quel teatro, gente che poteva, senza ledere il suo prestigio, dare una capatina in quei ritrovi equivoci, a brigate di cinque o sei, farvi un rumore indiavolato e poi andarsene via con un affettato sorriso di noia. Venivan taluni con le loro amanti, lucide di gioielli, ondose di piume, e le povere cortigianelle di quel teatro suburbano tutta sera stavano a rimirarle con occhi affascinati, quasi fosser idoli.
Miris la Tunisina eseguiva una danza del ventre in verit irritante, che poteva qualche strano miracolo anche sui noiati ammiratori delle danze di Salom, ed aveva, come disse argutamente uno scultore allora in voga nei cenacoli cittadini, le pi belle ginocchia di maomettana che mai fosse stato lecito vedere sopra un altare della cristianit.
Quando molti l'ebbero goduta, un uomo dabbene, calvo di cranio e ricco d'esperienza, che aveva una fonderia di metalli ed era qualcosa nelle cariche del Comune, la tolse dalla scena e se la fece sua. Sua, beninteso, come piace o come torna comodo a questi noleggiatori di donne, che si recano a trovarle prima del pranzo in vettura chiusa e vi tornan la sera, imbacuccati nella pelliccia, quando non devon accompagnare a teatro la consorte, ahim, legittima. Consuman poco e pagan bene, lasciano forzatamente una grande libert, sono la vera provvidenza delle donnine allegre e di tutti coloro che, per spender meno, accettano i ritagli di tempo e divengono amanti del cuore.
Miris fu la prima donna, forse l'unica donna, che Arrigo pag. Ma era Tunisina, e gli parve con questo di umiliarsi meno. Se n'era fortemente incapricciato per quel sapore che aveva di lussuria esotica, ed una sera la condusse a cena. Fu male forse, perch la Mercedes non meritava questo affronto. Ma egli sper che la Mercedes nulla ne sapesse. Purtroppo invece non manc il premuroso informatore.
Ella non si morse le dita n si strapp i capelli, ma con quella bella risolutezza delle donne di temperamento, appena vide Arrigo, gli lasci andare due stupendi manrovesci, e mamma Gilda si mise a ridere di cos buon cuore che Arrigo non seppe pi se dovesse imbizzarrirsi o riderne a sua volta.
Del resto era stanco della Mercedes; ella dal canto suo, cominciava col noiarsi di quella vita monotona, che le faceva perdere molte buone scritture: l'occasione si presentava propizia, e da quel giorno non si videro pi.
Ma lo sorprese l'uomo dabbene in casa della Tunisina, certa volta che vi capit fuor d'ora. E in letto li sorprese, che prendevano il caffelatte verso le due del pomeriggio, con un appetito invidiabile. Colui si chiamava Cesare Farra; era un uomo senza nervi, con una lanugine ancor biondiccia intorno al mento grasso, le labbra tumide, gli occhi piccoli e furbi sotto gli occhiali a cerchio d'oro. Non si scompose, non si meravigli; chiese venia del disturbo, e da quell'uomo d'affari ch'egli era, tratto di tasca il portafogli, liquid seduta stante il suo debito con la Tunisina. Miris, per urbanit voleva infilarsi la vestaglia ed accompagnarlo almeno fino all'uscio. Ma egli rispose che conosceva la strada, e se ne and com'era venuto.
Che fare? La Tunisina era donna di spirito e non perdette il tempo in querimonie vane.
In fondo in fondo preferisco ballare! disse ad Arrigo che cercava di scusarsi. Poi, se non fosse capitato con te, sarebbe capitato con un altro... Dunque non ci badare.
E siccome avevan sonno ancora, spenser la lampadina e beati si riaddormentarono.
Ma da questo fatto incominci a correre la fama d'Arrigo nella combriccola dei giovani signori che, sempre all'erta di scandali e di peripezie, non avevano tardato a sapere il come ed il quando Cesare Farra avesse clta in flagrante la sua bella Tunisina. E quel nome di Arrigo del Ferrante, che doveva pi tardi suonare su le bocche di tutti, fu per la prima volta commisto alle risate che si fecero in danno del loro amico beffato. Poich Cesare Farra si compiaceva di frequentare la giovent e viveva con essi le ore notturne, da buon camerata, egli pure tavernando e giocando con lena instancabile. Raccont agli amici la sua disgrazia, con disinvoltura lepida, quando comprese che tutti la sapevano gi.
A quelli cui la medesima sorte pu capitare da un giorno all'altro, d sempre allegrezza e conforto il conoscere un cornuto di pi.
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Capitolo 10.
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Cantava quell'anno al teatro d'Opera una cantante russa dalla voce soave, una donna coperta di gioielli da capo a piedi, leggiadrissima e capricciosamente onesta. Era stata, dicevasi, l'amante d'un Granduca, poi d'un Pasci egiziano, che avevano profuse ricchezze intorno alla sua voluttuosa persona.
Di fattezze non era veramente bella, ma possedeva quella singolare dolcezza delle donne slave, quello sguardo innamorato, pieno di sogno, di lontananza, di malinconia, che talora inebbria e talora comunica l'inesprimibile angoscia del suo smarrimento. Aveva una scollatura magnifica, le spalle ben tornite, che si aprivano con la mollezza d'un grande ventaglio, le braccia lente, insidiose, morbide, quasi rotte nelle giunture, che parevan assumere talvolta l'ondosit e la dolce forma d'una sciarpa di seta; braccia che, tese e congiunte, avrebbero portato cos bene ai polsi una catena greve, capaci di supplicare come una voce umile, di carezzare fino al tormento, godendo e prodigando un lentissimo piacere. Ed al pari di quelle braccia flessibili, tutta la sua persona pareva muoversi e vivere in una musica veramente appassionata.
La sua voce le somigliava, come un profumo pu somigliare al suo fiore. Calda era la sua voce, soave, tormentosa, piena di castit limpidissime, di liscivie opache; profumata era, come se lasciasse ondeggiare nell'aria qualcosa di s, qualcosa che penetrava nei sensi, e li stringeva, e li opprimeva, come un dolore inebbriante.
Si chiamava Tatiana Ruskaia; aveva cantato per le maggiori scene del mondo, innamorando le platee con la sua passione veemente. Or la tentava la fama antica, se pure oggimai vacillante, di quel teatro italiano che aveva dato all'arte del canto i pi sacri battesimi, quando ancora le opulente Americhe non ci avevano barattato a prezzo d'oro per quest'ultima supremazia.
Il suo canto infatti aveva riscosso grandi applausi, ma ella stessa era piaciuta forse pi del suo canto. E sopra tutto era piaciuta in quella gaudente compagnia di giovini signori che tengono i palchi, i ridotti, i camerini de' teatri, gli scanni delle bottiglierie, le tribune degli ippodromi, le sale fortunose dei circoli ed i salottini delle cene notturne; gaia combriccola di gente scioperata, che mangia, beve, gioca, fa all'amore, sopporta la vita senza soverchia fatica e cerca di spendere il tempo nel miglior modo che sia.
Giovini e vecchi insieme, alcuni ricchi, altri quasi poveri, intelligenti alcuni ed altri meno assai che mediocri varii di nascita, d'educazione, d'apparenza, d'animo e di costume, formano insieme quasi una grande, privilegiata famiglia, che in cambio d'affetti vicendevoli campa d'abitudini comuni.
E costoro, tutti costoro insieme, s'erano commossi di lei; avevano iniziata la gara del giunger primo, ed alla testa s'eran messi coloro che si reputavan adorni d'una qualsivoglia irresistibilit.
Ma la Ruskaia era veramente quella invincibile torre eburnea che riesce a disperare la pazienza de' pi accaniti assalti. Li conobbe, li accolse, ne adul alcuni, altri ne derise: fu soverchiata di mazzi di fiori, fu tempestata di lettere d'amore, non ebbe che a scegliere fra chi le offriva denaro, passione o protezioni; la sua casa fu vigilata, la sua vettura inseguita, il suo camerino ingombro, ma tuttavia nessuno l'ebbe. E questo fu noto, se per taluno millant.
La cosa impensieriva. Ne fu discusso a lungo, anche nei palchi, durante le visite che si facevano alle belle signore.
Gli ingenui, e furon pochi, si persuasero della sua naturale onest; i romantici la credettero innamorata; gli esperti immaginarono che aspettasse il bue d'oro; i maligni la supposero malata.
Non era cos, affatto. Amava l'arte, il canto, la sua bella voce, i libri snervanti, i viaggi lontani, le immaginazioni tormentose. Aveva tanto denaro da non saperne che fare, tanti gioielli ch'era quasi fatica doverli custodire. Non era n onesta n innamorata n avida n malata; ma non voleva darsi vanamente, senza esaltazione e senza scopo, cos, al primo venuto. Preferiva inasprire i pi vivi desiderii col suo pertinace rifiuto che assoggettarsi ad un mediocre amore; poich nel letto solitario d'una donna bella, ove serpeggia di notte l'insoddisfatta bramosia di molti sconosciuti forse qualche brivido passa, pi voluttuoso e pi torbido che la medesima volutt. Poi era noiata: quel Pasci ricco e geloso l'aveva ridotta quasi all'esasperazione; avrebbe potuto domandargli la valle del Nilo, ed egli le avrebbe data la valle del Nilo. Era fors'anco un uomo piacevole, ma con quel po' di sangue turco che gli era tuttavia rimasto sotto le pelle europea, non le concedeva mai pace. Erano avvezzi ancora alle donne velate, laggi. Un bel giorno ell'aveva di nascosto fatto i bauli, complice la sua cameriera, ed insieme se n'erano fuggite via. Sapeva che il Pasci ne avrebbe forse pianto come un bambino, ma questo pensiero non la trattenne. Per ora voleva soltanto cantare, darsi all'arte, mettere tutta l'anima sua nell'interpretazione della musica, e venne perci in Italia, dove non aveva cantato ancor mai.
Del resto si sarebbe anche abbandonata, se ne avesse avuto appena il desiderio. Ma invece passava una crisi, una di quelle sue crisi che le avvolgevano d'inerzia i sensi, le fasciavano le vene in una specie di torpore delizioso. Trascorreva il tempo libero studiando l'italiano, questa lingua musicale che rende pi armonioso il canto; e per quella facilit nell'apprendere i linguaggi ch' comune agli slavi, i suoi progressi eran veloci. Di natura un po' nomade, amava i cieli diversi e le diverse vite. A stagione chiusa, avrebbe fatto un giro per l'Italia; voleva conoscere questa terra leggendaria, questo paradiso emerso dal mare con un destino di fiori e di sole. V'era giunta, per vero dire, con una certa curiosit degli uomini d'Italia, poich non v' donna straniera che non ne abbia tacitamente sognato, ripensando alle infinite leggende che ne raccontano i libri d'amore.
Quelli che aveva conosciuti fino allora, in quel principio di stagione, l'avevano per vero dire alquanto delusa. Su per gi li trovava come tutti gli altri; un poco pi vivaci, un po' meno corretti, con qualche indolenza felina, qualche sgarbo simpatico, una certa spavalderia nel trattare con le donne, il denaro facile, il lazzo qualchevolta triviale. Ma insomma eran gli stessi che altrove, vestiti sul figurino di Londra, con le stesse pettinature lustre di pomate, i baffi tagliati a fil di labbro, lo sparato impeccabile, un grande fiore all'occhiello... E poi? Si era costrutta nella fantasia un bruno tipo di maschio, tutto vibrante come una musica concitata, un tipo di possessore impetuoso e dolce, con lo sguardo pieno di menzogna, di crudelt e di carezze, con la voce ch'entrasse fin nell'anima, subdolamente, come un veleno. E qualche volta sognava di sdraiarsi vicino a lui, tutta morbida, tutta pigra, con un gran desiderio di sentirsi prendere... Ma erano cose recesse, fuggevoli, che accarezzava con la fervida immaginazione, quasi per divertire la capricciosa bambina ch'era nascosta in lei.
Arrigo la vide per la prima volta sulla scena, e torn a casa irritato, svogliato, alla fine dello spettacolo, soffrendo quel male sottilissimo che una donna appena intravveduta lascia qualche volta in noi. La sua voce gli era penetrata nell'intimo, gli si aggirava nell'eco dell'anima come una tormentosa carezza; la sua figura, i suoi gesti, quel suo camminare lento e quasi guardingo, gli si avvincevano alla memoria dei sensi con un voluttuoso piacere.
Egli non era facile all'amore; ma i sensi talvolta gli si accendevano d'improvvise demenze, prostrandolo in una specie d'ebetudine dolorosa, che aveva il triste fuoco ed il profondo malessere dell'amore. Qualche volta gli pareva di nascondere in s un nemico terribile, che avrebbe d'un tratto potuto soverchiarlo, annientarlo, e questo nemico egli non conosceva; ma gli pareva che fosse una forza oscura, insidiosa, un male antico, ruggente nell'intimo delle sue fibre, come un rumore d'acque sotto una terra che ha sete. E v'eran giorni che un gran buio gli si addensava nel cervello, pieno di fiamme indistinte, guizzi di cose non vedute, non sapute, balenii di gioie formidabili, ombre di peccati senza nome.
V'eran giorni che tutta la sua giovent si stancava d'una stanchezza enorme, si perdeva in un vuoto di cose pi alte che il desiderio, pi forti che la possibilit, e il gran tumulto dell'anima gli traboccava nel cerchio delle vene, martellando, rombando, con una piena s forte, che gli pareva non ci fosser argini per contenerla tutta in s. Qualche volta gli pareva insieme di odiare acerbamente s stesso e la sua vita mediocre, il padre, la madre, che l'avevan generato fra cos bassa gente, la sorte che lo aveva chiuso fra cos anguste pareti. Poi tutto si placava; la sua fredda e nitida volont riprendeva il sopravvento. Agli ozii dell'anima sua non aveva concesso che un amore: la musica; e tra le ansie del gioco, tra l'imperioso bisogno di denaro che talvolta lo assillava, questo amore puro e nascosto si accresceva continuamente in lui, metteva luce, vita, calore, nel silenzioso gelo del suo spirito, lo inebbriava di sentimento, era la sua volutt spirituale.
Leggendo, ascoltando, frequentando i concerti, s'era formato una piccola erudizione musicale, che da s stesso andava elaborando con la sua straordinaria sensibilit. Prendeva sempre lezioni di violino, ma nascostamente da' suoi, nascostamente dagli amici, quasi vergognandosi del fatto che un uomo ruvido e forte com'egli voleva essere potesse chiudere in s una passione cos delicata.
Ora la Ruskaia, con il suo canto, con la sua strana bellezza, lo aveva prostrato in una di queste crisi torbide. Ritorn ad ascoltarla, per meglio imbeversi della sua voce, per saturarsi del suo malefico prestigio, e venne via pi triste, pi solo, perch intorno a quella donna bella come un sogno si accendevano quadri di vita maravigliosa, quadri nuovi ed abbaglianti, ov'ella signoreggiava, tra uno sciupo di ricchezze, tra un nembo di splendente irrealit.
Intorno a lei era quel color di vita che pare ai lontani quasi una favola, e per altri uomini ella era fatta, per altri che possedevano il privilegio di tutte le cose a lui negate. Non un amore desolato nasceva nel suo spirito, ma un imperioso desiderio di possederla, d'impadronirsene come d'una bella preda e profumare la sua vita povera con la fragranza delicata che veniva da lei. Cerc di sapere dove abitasse; lo seppe, l'attese, la vide, gli piacque ancor pi. Ella divenne il suo capriccio, l'assedio delle sue notti, il rifugio de' suoi pensieri.
Gli parve d'esser ancor prematuro ad un'ambizione cos grande, ma per ci appunto quest'ambizione gli piacque, sapendo che spesso nella vita il maggior premio tocca alla maggiore temerit.
Quando una risoluzione gli era entrata nell'animo, egli non indugiava, non esitava un istante nel compierla.
Si mise lungamente a ragionare fra s.
Non aveva denaro da offrirle, non amicizie dalle quali farsi condurre fino a lei, non era un critico d'arte, non era un giornalista, non era insomma alcuno di que' molti che per ragioni di mestiere hanno a che fare col palcoscenico; non poteva contare che su la propria persona e su la propria scaltrezza. Era cosa per lui difficile poterla avvicinare, foss'anche di sfuggita. Nel medesimo tempo non voleva piombarle addosso come un inseguitore stradaiolo n parerle uno di quegli innamorati clandestini e feroci che piantonano le portinerie.
Bisognava dunque aver l'aria d'incontrarla per caso, e d'inseguirla, sia pure, ma come per caso, e farsi notare da lei senza darle noia, e piacerle sopra tutto per una di quelle subitanee simpatie che nascono dalle pi futili cose. Bisognava esser agile, destro, paziente, trovar la maniera di esprimerle un desiderio pi profondo che la curiosit, mostrarle una timidezza non ridicola ed insieme un'audacia rispettosa.
Quel giorno faceva un bel sole. Ogni strada era limpida; l'anima della citt brillava. Ella era uscita di casa, a piedi, verso le tre del pomeriggio. Portava un abito di panno scuro, che tra mantello e gonna formava tre balze distanti, con un triplice orlo di pelliccia scura; la medesima, forse un dorato zibellino, che le formava intorno al collo un boa leggero, le guerniva il cappello, e si scioglieva nell'ampiezza d'un manicotto voluminoso.
Forse nelle caviglie flessibili, forse nelle ginocchia dolcissime, nella cintura svelta, nel collo morbido, forse in tutte le sue giunture delicate, aveva quella grazia inimitabile del camminare, quel suo leggiadrissimo segreto di agilit. La segu egli di lontano, irresoluto. Ella si fermava ogni tanto alle vetrine, ogni tanto entrava in un negozio, usciva, riprendeva la sua passeggiata pomeridiana, godendo il bel sole. Egli le stava dietro, quasi presso; udiva il suo piccolo tacco battere sul marciapiede con un ritmo veloce; udiva quel rumore tepido di pelliccia e di panno, che veniva da lei commisto a profumo.
La vide entrare da un fiorista; egli si ferm davanti al negozio. C'era nella vetrina una grande cesta di bellissime orchidee, color malva, erte su gli steli esigui, fra un merletto di capelvenere.
Gli venne un'idea, l per l, buona o cattiva: entr egli pure. Ella stava presso il banco scegliendo un mazzo di violette di Parma. Arrigo domand la cesta d'orchidee. La portarono sul banco, fra lor due. Erano cos belli, que' fiori senza profumo, tra l'erba tremula che li separava l'un dall'altro, ch'ella, per un momento, lasci le sue viole e si mise a guardare.
Per la signora Tatiana Ruskaia, disse Arrigo alla venditrice, che racconciava il gran nodo di nastro sul curvo manico della cesta. E soggiunse l'indirizzo.
Colei che sceglieva viole, udendosi nominare, guard il giovine. Senza impaccio, cortesemente, loquacemente, egli le sorrise. Poi distolse lo sguardo, mise un biglietto da visita tra i fiori, si volse a pagare con discretezza, ed usc.
Ella ne rimase un po' stupita, fra le sue violette di Parma.
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Capitolo 11.
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Un altro giorno l'attese nella via, come se l'incontrasse per caso. E la guard dirittamente, sorridendole ancora. Aveva pur notato una piccola sorpresa in lei, vedendolo passare. La segu per un tratto, assai discretamente, per lasciandosi vedere; poi volse altrove. Ogni giorno le mand fiori, ed i pi belli ed i pi rari che trovava. Una mattina la incontr, mentr'ella usciva dalla guantaia; un pomeriggio di nebbia s'imbatterono insieme su la porta della stessa pasticceria, e presero il t vicini. Una sera, ch'ella non cantava, s'incontrarono nello stesso teatro. Ella era in un palco, insieme con altre signore, altre cantanti forse, e ad un certo punto egli si accorse che domandava di lui. Non le seppero dir nulla, certo... Ma ella portava alla cintura un grappolo di rose gialle: per caso, quel giorno, egli le aveva mandate rose gialle. Poi sentiva di non darle noia, di non esserle indifferente; lo sentiva con quella inspiegabile certezza che la donna trasfonde in noi quando riusciamo a piacerle. Ed  forse il momento pi soave di tutto l'amore.
Ormai pens ch'era venuto il momento propizio per inviarle una lettera. Ma un pensiero lo trattenne. Scrivere in italiano ad una forestiera sarebbe stata cosa poco elegante, mentr'egli con lo stile francese non aveva troppa familiarit, e nemmeno con l'ortografia, per vero dire. Parlando, ne faceva uso con una certa speditezza, e Dio sa come ancora, perch lo aveva studiato poco tempo a scuola, poi vi si era meglio addestrato da s, leggendo qualche libro, facendo la corte a qualche canzonettista francese.
Rinunzi dunque a mandarle una lettera, ebbe ancora pazienza. Ella ricasava tutte le sere alla stessa ora, ed egli sapeva benissimo per quali strade. Una volta, incontrandola, salut. Ella rispose, appena appena, con un semiriso ambiguo su l'orlo della bocca limpida, che pareva una bocca di donna innamorata. Ed affrett il passo. Egli non insistette. Gli batteva un po' il cuore.
Adesso la salutava sempre, tutte le volte che l'incontrava, lasciandole dietro uno sguardo lungo, un cauto sorriso della sua bella bocca limpida e rossa.
Una sera l'accompagn da presso, quasi di fianco, sino alla porta di casa.
Un'altra sera l'aspett presso la soglia del teatro, dov'ella giungeva in carrozza chiusa, per cantare.
A quell'ora gli strilloni gridavano il libretto dell'opera, gli incettatori offrivan palchi e poltrone ai passanti; entravan gli ultimi del lubbione; un venditore d'arance chiacchierava con due guardie di pubblica sicurezza, fra le ceste ripiene de' suoi frutti divampanti.
Quando giunse la sua carrozza, Arrigo s'avvicin alla portiera, l'aperse, e scoprendosi il capo le tese la mano per scendere. Di maraviglia ella sorrise.
Era ammantellata fino al collo, per timore della nebbia fina, che poteva nuocerle.
Ella mise la mano inguantata nella sua mano, vi si appoggi, sorrise, gli disse in fretta:
Venite a trovarmi... E pass via, strisciandogli vicino, rapida, leggera; poi sbito scomparve nella piccola porta, lasciando per lungo tempo dietro di s un'ondata di profumo.
Egli rimase a guardare come un ebete il venditore di arance, che or faceva qualche passo, avanti, indietro, lungo le sue ceste, fischiettando piano piano; poi si rimise il cappello in capo e sent che dentro il cuore gli cantava....
Gli cantava una bella canzone di gioconda vita, un inno fervido, concorde con tutte le sue speranze vertiginose, tanto pu sul cuore pi saldo la parola fuggevole d'una donna.
Ora la piazza, vegliata in cerchio dagli alberi ancor bianchi di recente nevicata, fra la nebbia rosea, fra l'austerit dei quattro palazzi che la chiudevano per intorno, si andava lentamente animando della sua vita serale. Frotte passavano, rade, folte, gi satolle del pingue desinare, ciascuno rannicchiando il collo nei caldi baveri ad ogni soffio di vento, godendosi tuttavia quell'ozio della passeggiata che riposa dal diurno lavoro. Gente sola, nemica del tempo freddo, che striscia lungo i muri, tutta curva, come per proteggere una bronchite latente; pedine che vanno in fretta, con un far donnesco di cose appartenenti alla strada, forse digiune ancora, in cerca dell'invaghito; lavoratori tardivi che se ne tornano zufolando; cavallucci cascanti, che pi vanno e pi s'azzoppano su la pietra pericolosa, trainando nel veicolo dai vetri appannati qualche scapolo senza cucina al suo pranzo tardivo; belle pariglie scalpitanti, che trascorron da palazzo a palazzo; automobili silenziose, veloci, che lanciano sui marciapiedi un gran fascio di luce, passando.
Un crescere di sfaccendati, che sboccano da ogni contrada, s'incontran, s'intreccian, si fermano a ciarlare dei lor casi domestici, fra le grida monotone dei giornalai, le nenie dei banditori di spettacoli, l'eco semidispersa delle orchestre che allietano le birrerie, la canzonaccia di qualche vagabondo, la zuffa di due cani.
Egli cammin fra queste cose, respirando a pieni polmoni l'aria frizzante, ingollando il fumo gonfio d'una sigaretta che gli spargeva per le vene una specie di torpore benefico.
E la vedeva ora nel suo camerino, presso la specchiera ingonnellata di garza, prepararsi lentamente all'acconciatura da scena sotto le mani dell'abbigliatrice, con la partitura davanti agli occhi, ed ogni tanto accennandone un motivo, provandosi la voce.
La vedeva tendere le labbra verso lo specchio, per disporvi sopra il soverchio belletto, stenderne un poco sui pomelli delle gote, mettere il nero fosco intorno agli occhi, perch brillassero pi vivi.
Poi, diritta, lasciandosi cadere la camicia sbottonata gi da le spalle come una rotta guaina, sorretto appena dal busto basso il ricolmo del seno, stendervi sopra, e su la gola, e su le spalle, e su le braccia, una pasta molle, odorosa, quasi limpida, che sbito vi aderiva, luccicando, e poi facendosi opaca, man mano che la cameriera leggermente vi passava sopra con il piumino della cipria, e le stendeva sul dorso, fino a mezza schiena, la medesima imbiancatura.
Per tal modo il suo busto nudo andava prendendo una bianchezza di perla, una trasparenza cos delicata che pareva quasi azzurra e lasciava intorno, per la piccola camera, un buon odore di mandorle amare.
Domani., egli medit fra s stesso. E trascorsa la prima ebbrezza, la sua calma ragione lo riprese; pens che un piccolo errore poteva perderlo, adesso pi che mai, e con l'anima piena di trepidazione imagin lungamente quell'incontro vicino.
Era tardi; se ne and a pranzare.
Ella sedeva davanti al pianoforte sfogliando musica, quand'egli entr. Per un momento si trovaron nell'impaccio entrambi, poich non sapevano affatto come dirsi la prima parola.
Debbo ringraziarvi... ella cominci.
Di cosa?
Ella segn due mazzi di que' fiori ch'egli le mandava ogni giorno come un messaggio. Era seduta su lo sgabello girevole del pianoforte, a mezzo rivolta verso di lui, a mezzo verso il leggo. E lasciando correre la mano sbadata su l'avorio e su l'ebano della tastiera, che riluceva nella penombra, sogguardando a lui dal volto chino, con una grazia indefinibile sorrideva.
Sono stato scortese... disse il giovine.
S, un poco... ella rispose.
Ma il rimprovero quasi era carezza, tanto soave ne fu l'accento.
Non avevo altro modo per avvicinarmi a voi, diss'egli per iscusarsi. Molte volte non si pu scegliere la strada. Ma dovete perdonarmi, perch il mio desiderio di conoscervi  stato cos grande, e insieme cos rispettoso....
Egli lasciava cadere le parole pianamente, con insinuazione, stando ritto e fermo nel mezzo del salotto, irrigidendo la sua persona per non mostrarsi turbato. Ella ascoltava, guardandolo attentamente, con un sorriso impercettibilmente ironico su l'orlo delle sue labbra fini.
Lo guardava con l'occhio vigile della donna che misura una propria impressione anteriore e la raffronta con un'altra pi immediata, stando curva insieme sopra un pericolo o sopra una delusione. Lo guardava perplessa, poich'era stata in verit un po' leggera dicendogli di venire nella sua casa, e quell'uomo, quello sconosciuto, in fondo poteva credersi lecita qualche pretensione sopra di lei. Ma la sua maniera d'essere non le faceva paura; egli piuttosto l'incuriosiva, l'aveva incuriosita stranamente fin dal primo giorno quando s'erano incontrati in quel negozio di fioraio. Per la signora Tatiana Ruskaia, aveva egli detto, nel mettere il suo biglietto da visita fra le belle orchidee; e il tono di quella voce, l'espressione di quel sorriso, non si erano mai dipartiti dalla sua mente. Per la signora Tatiana Ruskaia... Egli aveva pronunziato il suo nome in un modo singolare, con un accento cos nuovo, quasi con timore e quasi con baldanza, non obliquamente, ma guardandola in viso, ma sorridendo a lei che gli era del tutto sconosciuta: ed anche questo le piaceva. Cos le piacevano i suoi begli occhi neri, la sua bocca sensuale, dalla dentatura lucente come cristallo. Quando pi tardi lo aveva riveduto per via, quand'egli le era passato vicino, quasi toccandola, e poi le aveva camminato dinanzi, agile, con una franca sicurezza della sua bella persona, ella ne aveva provato un senso molesto e dolce insieme, come se nell'intimo della sua natura femminile una specie di turbamento insolito avesse d'un tratto risvegliata la sonnolenta inerzia del suo cuore. E senza volerlo aveva pensato a lui, di giorno, di sera; lo aveva qualchevolta cercato per via con occhi distratti; si era sentita trepidare, nell'avvicinarsi alle strade ove per solito le accadeva d'incontrarlo.
Egli non era stato importuno: le aveva parlato, s, ma di lontano, con la forza de' suoi occhi veementi; le aveva detto: Mi piaci le aveva detto anzi: Ti voglio... ma dolcemente, senza molestarla n offenderla.
Stando in scena, o dietro la scena, le avveniva spesso di cercare unicamente la sua presenza tra i confusi ordini della platea; le avveniva di aspettare ogni giorno quel suo mazzo di fiori con una singolare ansiet, e fors'anco si sarebbe sentita piena di malinconia se un giorno egli non avesse pensato a mandarle fiori.
Quest'uomo la imprigionava nella sua forza come nel piacere d'una carezza che le stringesse tutta la persona. Quando la ravvolgeva nello sguardo luminoso de' suoi forti occhi, ella ne sentiva quasi un male; senza volerlo, senza spiegarsene il perch, le pareva che gli avrebbe perdonato qualsiasi audacia; e quand'usciva dal teatro, vibrante, accesa dalla passione che aveva trasfusa nel suo canto, avrebbe voluto incontrarlo, passargli vicino, sentirsi fortemente, improvvisamente, prendere fra le braccia da lui.
Perch gli aveva dette quelle parole impensate nello scender di carrozza? Era stata, in verit, una frase involontaria, come se le sue labbra avessero parlato da sole, tanto si era turbata nel vederlo subitamente avvicinarsi alla portiera.
Ed ecco, era l davanti a lei, le parlava.
Si era sentita quel giorno irrequieta e nervosa, poich l'aspettava; s'era guardata nello specchio, in tutti gli specchi, molte volte, poich l'aspettava. Era una curiosit malsana, sciocca, la sua; non avrebbe dovuto lasciarsi andare cos leggermente al primo capriccio che le frullasse per il capo! E quasi con ira, nell'aspettarlo, se lo andava ripetendo ogni tratto: S, una vera leggerezza, una vera pazzia!... Egli sarebbe venuto, l'avrebbe trovato volgare e sciocco: la sera stessa non ci avrebbe ripensato pi. Capricci di donna un poco sola, che afferrano chi se ne va per il mondo in cerca di tentazioni, con la testa molto accesa, l'anima un po' vuota... capricci che son tanto pi forti quanto pi sembrano assurdi, e nascon nei cuori viziati, nei cuori avvezzi a soddisfare con troppa facilit ogni loro desiderio. Sarebbe venuto, e, forse, guardandolo meglio, ella si sarebbe accorta che in lui non v'era nulla di tanto singolare; forse la sua voce, udita meglio, le sarebbe dispiaciuta; i suoi gesti, la sua persona, la sua maniera di ridere non le avrebbero pi ispirato quel desiderio femminile d'essere per lui una vera donna; forse, alla fine, se ne sarebbe sentita libera, ne avrebbe riso a cuore aperto, con quel riso giocondo che scoppia in noi quando ci accorgiamo d'essere passati, senza pur cadervi, troppo vicino all'amore.
E lo guardava.
Era un uomo insolito. Fra mille, dopo anni di lontananza, lo avrebbe riconosciuto. Pure stando fermo, e se pur taceva, un contrassegno della sua singolarit era visibile in ogni attitudine della persona. I capelli foltissimi, pi che neri, d'una lucentezza quasi violacea, gli si spartivan disugualmente da un lato e dall'altro della fronte, formando sopra il pallore delle tempie due dissimili onde, invano appianate dal pettine o lisciate dalla mano in un gesto assiduo di pensiero. Le linee del suo volto eran ferme, precise, quasi eccessivamente pure; ma la bocca, un po' aspra quand'era chiusa e piena di soavit nel sorridere, gli occhi dalle palpebre oscure, gli occhi mutevoli come il colore d'un'acqua sotto un variar di nubi, mettevano in quella fredda bellezza una imperfezione gradevole, una specie di selvatica vita, che pareva splendere di continue palpitazioni. Tutto era in lui bello ma temibile: cos la mano, piccola e nervosa, che pareva nella sua delicatezza esprimere un non so che di rapace, l'alta statura e complessa, che serbava nella sua forza un'ammirevole agilit, cos lo strano contrasto fra l'accuratezza esteriore dell'abito con quello che aveva in s di non ancora domato e lisciato, l'aria di sofferenza che v'era nel suo sorriso, la malvagit subitanea che brillava come una lama in taluni suoi sguardi.
Tutto questo ella vide, pens, conobbe, in pochi attimi. La sua mano correva su la tastiera, fuggevole, come inseguendo con ogni nota un pensiero.
Avete detto un poco..., egli fece per interrompere quel silenzio che gli pesava. Sono stato un poco scortese... Forse. Ma voglio esserlo ancor pi. Voglio dirvi, e forse ne riderete, che per voi, senza sapere nulla di voi, ho provato qualcosa di cos forte, di cos nuovo, che mi  sembrato di potervi amare terribilmente anche se avessi dovuto non conoscervi mai. La prima sera che v'ho intesa cantare....
Ma voi chi siete? ella lo interruppe, con un gesto vivo di malessere.
Io? chi sono?
Egli parve cercare un poco la risposta.
Nulla sono. Uno fra i tanti, uno fra i mille che vi avranno fatta la corte, non  vero? Quello che vi  capitato con me, pu capitarvi ad ogni momento, non  vero? Nulla sono. Di me non potrei dirvi cosa alcuna. Faccio una vita semplice. Amo pi essere solo che con altri. Non ho passioni; non ne ho avuta alcuna, finora. S, una soltanto: la musica. E non lavoro. Mi siete piaciuta molto e sbito, in un modo che mi ha fatto quasi male. Se anche ne riderete, son contento di avervelo potuto dire.
Ella pieg leggermente il capo e si prese una mano nell'altra, girando gli anelli che portava su le dita. Ora, col dorso, poggiava contro il pianoforte; le ginocchia sovrapposte davano alla sua gonna l'apparenza di una grande ala. Non rideva; era visibilmente commossa; visibilmente.
E allora?... ella fece, sollevando verso di lui con timore la faccia un po' confusa.
Allora ditemi se potr sperare di vedervi qualche volta, non pi da lontano soltanto, e se potr domandare anche a voi, per esempio: Chi siete?... e continuare a dirvi le cose un po' ridicole che vi ho dette oggi, e raccontarvi la storia dei giorni pieni d'inquietudine che ho vissuti nell'attesa di parlare con voi....
Ebbene... s! ella fece dopo una pausa, raccogliendo il ginocchio pieghevole nelle mani congiunte.
Fuori la neve cominciava a cadere, lieve, piana.
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Capitolo 12.
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Erano divenuti amanti.
A lui, dopo trascorsa la prima ebbrezza, questo fatto non diede alcun turbamento esagerato, perch nutriva di s medesimo un naturale orgoglio e si sentiva pronto a ben maggiori destini. Ma ella si era invaghita e persa di lui con un ardente amore; si sent quasi divenire una cosa piccola e fragile nelle sue mani forti; le piacque anzi d'aver trovato questo bel dominatore nella sua libera vita. Che le importava chi egli fosse? cosa egli fosse? di saperlo ricco o povero? di avere forse raccolta qualche beffarda voce sul conto suo? Ella era una dolce slava, malata d'una ipocondria sensuale, con una vita che tutta le si radiava dal grembo desideroso, cosicch le pareva talvolta di sentirsi morire sotto le carezze di quell'amante. Non poteva essere una donna per tutti; le bisognava amare, con tanta pi veemenza quanto pi questo amore fosse inutile, amare con ubbriachezza, con perdizione, con esaurimento, senza che mai tuttavia la sua passione giungesse a lacerarle il velo trasparente dell'anima od a turbare quella chiara fontana ch'era in lei, con l'ondata n col fango delle passioni tormentose.
Ella era frivola, e pur aveva talvolta le attitudini selvagge d'una amante vera; le piaceva essere blandita, carezzata, addormentata, e pur talvolta le nasceva su la bocca un bacio cos violento, che sorpassava la volutt; era capace di levarsi una mattina, piena di riso, e mettersi a cantare tra i vapori del suo bagno profumato, ma dieci minuti pi tardi, nella tepidezza lasciva dell'accappatoio, strisciare sui piccoli sandali a rifugiarsi contro di lui, stringergli le braccia al collo, baciarlo e mettersi a piangere.... Diceva di volergli essere una mamma, una sorella, un'amica, cio tutte le cose pi pure che sian nel cuore femminile, ma in verit non era che un'amante gaudiosa, una tormentatrice raffinata, una donna che metteva ne' suoi baci struggenti qualche sapore di perversione, qualche stilla di crudelt.
Quelli che facevano la corte serrata intorno alla Ruskaia, li videro inaspettatamente un giorno andarsene a lato per la citt, uscire insieme dal teatro d'opera ed apparire qualche volta nei ristoranti, qualchevolta mostrarsi nei teatri di prosa.
Ne fu mosso grande rumore. Chi era costui? da che parte era sbucato? come si chiamava? che faceva? in che modo era giunto ad innamorar la Ruskaia? Innamorarla per davvero, a quanto pareva! Taluno si ricord d'essere stato a scuola con lui; talaltro fece pi accurate indagini e comunic il suo nome: Arrigo del Ferrante. Del Ferrante?... Quel nome l'avevano gi udito. Uno finalmente si risovvenne: Ma s!  proprio quello che s' fatto sorprendere dal Farra con Miris la Tunisina!
E per mille strade la voce ne corse un po' dappertutto. Poi si aggiunsero altri particolari. Taluno si rammentava d'averlo veduto, anni addietro, mal vestito, in compagnia di gente equivoca; taluno d'essersi imbattuto con lui nelle bische, d'averlo veduto giocare alle Corse od incontrato nei caff notturni con donne di malaffare. Poi aveva mutato spoglie; ultimamente veniva spesso a pranzare nei ristoranti centrali e spesso lo vedevano in teatro, sempre solo, corretto, elegantissimo.
Viveva tempo addietro in Firenze una brigata di galantuomini, che facevano professione di sapere il conto loro in ogni cosa, e specialmente nel giocare e nello spender bene il lor denaro, e d'essere il fiore della reale ed onorata scapigliatura. Avevan un capo, detto l'Abate, da cui erano castigati quando fallavano o nel giocare o nello spendere; si radunavano in casa di lui, dove si giocava, pi per spasso che per vizio, si facevano merende, cene, e varie allegrie.
A costoro era dato il nome gaio di Mammagnccoli, cos come narra nelle sue Note uno storico di bello stile.
Or la brigata che a buon diritto, nei tempi mutati e mutata citt, poteva fregiarsi di tal nome onorato, poich le stesse cose faceva e con lo stesso brio, fu grandemente sdegnata che la pi ambita donna dell'anno fosse a lei ritolta per opera d'un tale che non era del suo numero. Dal marchese di Sant'Urbino, cui spettava per nobilt, per censo e per effeminatezze d'esserne l'Abate, a don Carletto Santorre, damerino compiuto, fino a Tot Rigoli, buontempone di bello spirito e giullare della compagnia, i commenti furono senza fine.
Quando la novella fu per tutto risaputa, e la Ruskaia ricomparve la prima sera in iscena, bisogn che facesse veri prodigi di maestra per non trovarsi di fronte a qualche ostilit, cos vivo era il fermento che correva nei palchettoni sparsi per tutto il teatro. Tanto pi che verso il mezzo dello spettacolo, in una poltrona di terza fila, per l'appunto era comparso il bel rapitore, quel personaggio misterioso, che li aveva cos tranquillamente gabbati.
Ma non sapevano quanto, in cuor suo, quel giovine agognasse a divenir dei loro e quale desiderio lo struggesse di appartenere alla medesima lor vita, forse per ambizione pi che per tendenza; e sedere fraternamente nei palchi ove, dal principio alla fine dell'opera, essi non tralasciavano di fare un chiasso importuno, e aver adito a visitare le signore ch'essi visitavano, poi andarsene, con loro insieme, ai Circoli, alle partite protratte fin oltre il lume dell'alba, od alle cene galanti ove Beppe Cianella e Massimo Ravizzoli s'ubbriacavan tutte le sere, sciorinando le pi laide sconcezze che si fosser udite mai da favella umana.
Mentre la Ruskaia cantava, in quei palchi si discorreva di Arrigo.
E un bel giovine per! disse Tot Rigoli, un uomo che della sua piccola statura s'era fatta un'arma temibile per molestare altrui. E forse lo disse con l'intenzione di dar noia a Paolo del Bassano, che oltremodo si vanagloriava della sua bellezza d'andrgine, e stava con un gomito poggiato sul davanzale del palco, lisciandosi la piccola barba rada e biondiccia che invano voleva essere un ornamento virile nel suo viso dolciastro come rosolio e miele.
Egli punt il canocchiale affettatamente verso la poltrona ove sedeva Arrigo, poi si lasci cadere dalle labbra un: Peuh!... semisdegnoso, che fece ridere alcuni.
Mi sembra volgare, disse, con quella sua voce di falsetto, cui mancava l'erre. Ma le proteste furon numerose, perch tutto gli si poteva negare, tranne che avesse una sua limpida e maschia bellezza. L'Abate dei Mammagnccoli, quel marchese di Sant'Urbino che pur si coltivava con molte leggiadre usanze, fu pi generoso del suo confratello barbuto, ed ammise che la sua prestanza fisica gli dava diritto al favore di qualsiasi bella donna.
So di alcuni che per questa faccenda rischieranno di fare una malattia! disse Giorgino Prmoli, il malevolo, guardando Lanzo Malatesta, che passava per essere fortunato con le donne, poi Carletto Santorre, che s'era invaghito della Ruskaia ed aveva giurato di farla sua per primo, poi Camillo Torretta, che aveva sperato egli pure di sedurla, non coi vezzi dello spirito n con le banconote allettevoli, poich d'entrambe le cose era scarso, ma col non avere sopra di s cosa alcuna che non portasse la genuina marca inglese; poich'egli stesso andava pi volte nell'anno a Londra, sacrificando altri lussi, per essere il vero arbitro, in Italia, della moda londinese.
Ma non disperate! continu Giorgino Prmoli, aggiustandosi l'occhialetto che gli acuiva l'espressione sarcastica della fisionomia. Tutto viene a suo tempo: il bel Ferrante, se non m'inganno, dev'essere uno spiantato.
Come lo sai? fecero alcuni.
Me lo ha detto Sacco Berni, ch'era suo compagno di scuola. Lo ricorda come un giovine di famiglia molto umile; figlio d'impiegati o forse di bottegai suburbani.
Questi Berni eran due fratelli, dediti al gioco, alla crapula, al libertinaggio, con una tempra di ferro; si chiamavano l'uno Gian Giacomo, detto Bacco, per una certa sua rassomiglianza col giovial nume del vino, l'altro Gian Pietro, detto Sacco, perch aveva nella sua persona tozza e greve qualcosa di simile veramente ad un sacco ripieno. Specialmente in fatto di gioco, molte ambigue voci correvano sul conto loro; ma eran ammessi ed anzi ricercati per il loro spirito giocondo sebben grossolano, e per quell'instancabile brio che mettevan nello scialacquare la vita. Bacco e Sacco eran di tutte le cene, di tutte le scorrere notturne, di tutte le imprese pi gaie; nei carnovali e nelle quaresime non riposavano mai.
Entr in quel mentre il conte Raffaele Giuliani, giovine di casato nobilissimo, che godeva tra quei gentiluomini d'una certa considerazione, per esser scevro di quasi tutti i loro vizi e liberale insieme, sicch mai non rimandava insoddisfatti gli innumerevoli stoccatori. Molte madri della buona societ gli tenevan gli occhi addosso per le lor figlie da marito, ed egli, senza deludere alcuna speranza, era frattanto un donnaiolo accanitissimo, ma di cuor talmente svenevole che ad ogni pi sospinto cadeva in perduti amori. Cos era stato per la Ruskaia, naturalmente. Gli eran per falliti l'un dopo l'altro i mezzi che a lui procacciavano con facilit estrema tutte le donne del teatro e della galanteria, sicch la notizia doveva segnatamente colpirlo. E non gli furon lesinate allusioni e maldicenze.
Una malvagit innata spesso ci muove a schernire in altri il nostro medesimo tormento: per questo si cominci nel palco a magnificare ed esaltare la passione della cantatrice per Arrigo del Ferrante, citando copia d'imaginosi particolari e deridendo un poco il Giuliani con quella garbata insolenza ch' la pi temibile arma degli amici.
Vorrei conoscerlo questo bel tipo! prese a dire Tot Rgoli. Non dev'essere in fin dei conti un uomo comune, e per dire la verit confesso che mi  simpatico.
Sono del tuo parere, ammise il Prmoli. Tanto pi che, per giungere alla Ruskaia, bisogner d'ora innanzi fare la corte a lui. Dico ci per quelli che se ne interessano... Quanto a me, grazie a Dio, me ne infischio!
Aveva benaltro a pensare, lui! Pieno di debiti fino al collo, senza parenti dai quali ereditare, con un magro impiego in una Compagnia d'Assicurazioni, con una vecchia amante sul dosso che gli aveva gi partoriti due bastardi, era ben naturale che il suo cuore fosse un poco inasprito ed egli cercasse di mordere, se poteva, quelli che stavano meglio di lui.
Cosa ne dici, Rafa? domand Lanzo Malatesta al Giuliani, che si era seduto in un angolo del palco, taciturno.
Dico, egli rispose, con una specie di sconsolata rassegnazione, che quando s' troppi a circuire una donna, questa cade per forza nelle braccia d'un estraneo. Peccato! peccato!... La Ruskaia mi avrebbe fatto commettere qualsiasi pazzia.
Non sarebbe cosa del tutto nuova per te! rispose urbanamente Lanzo Malatesta.
Era questi un bel giovine, smilzo, di capelli biondi, con gli occhi vivacissimi, la bocca espressiva, una guancia divisa obliquamente da una profonda cicatrice. Attaccabrighe molesto, buono schermitore, facile duellatore, era pi temuto che amato, sebbene la troppa vitalit del suo spirito fosse pi colpevole che non il cuor malvagio di questi ardori eccessivi. Senz'altro amore che il pericolo nella sua vita irruenta, cavalcava per gli ippodromi, si cimentava ne' circuiti, gareggiava con il remo e con la vela, disistimando quelli che spendevano il tempo in pi tranquille fatiche. Donne, gioco ed altri spassi non eran che intermezzi d'ozio nella sua vita coraggiosa.
Ma non soltanto in quella brigata si discorreva di Arrigo e della sua buona ventura.
Nei palchetti ove sbocciavano come fiori opulenti le scollature incipriate, adorne di limpidi gioielli tra la pigrizia dei ventagli odorosi, fatti per bisbigliarvi dietro una parola furtiva, per soffocare un riso inverecondo, per nascondere uno sbadiglio, di questo, insieme con altre frivolezze si parlava. E poich gli amori delle cantatrici interessano le signore almeno tanto quanto l'arte loro, don Carletto Santorre, don Antonino Vernazza, il marchese Minardi ed altri gentiluomini, erano andati in giro di visita in visita a comunicare quest'ultima notizia della cronaca teatrale con la educata circospezione ch' di rigore nella buona societ. Si videro molte belle bocche sorriderne, compiaciute che ci fosse una donna di meno irreprensibile nell'opinione altrui, e furon mandati frizzi e leggiadre ambasciate a quelli che notoriamente eran rimasti in asso, mentre una certa onda di curiosit si sollevava intorno alla persona d'Arrigo e insistenti canocchiali si piegavano, tutta sera, dai davanzali dei palchi a riconoscere l'avventuroso.
Da quella volta in poi, quand'egli entrava in teatro, taluna diceva a tal'altra sottovoce: Ecco il bel Ferrante! Ed avendolo consacrato con questo appellativo, molte, nel guardarlo, pensavano in cuor loro ch'egli era veramente un giovine di piacevole aspetto.
Intanto nel camerino della Ruskaia, che non cessava d'essere assediato, Arrigo pot conoscere alcuni di quella beata signoria ingombratrice di palcoscenici, alcuni di que' signori, che scivolando fuor dai palchi di famiglia vengon tra le quinte a combinarvi una cena e son poi tutti insieme i benemeriti e spesso gli arbitri del teatro lirico italiano, come protettori del corpo di ballo.
Egli non fu geloso; non domand alla Ruskaia di allontanare quegli importuni, che or forse pensavano di potergliela portar via da un giorno all'altro, e frattanto lo colmavano di garbatezze. Rafa Giuliani, Lanzo Malatesta, il marchese di Sant'Urbino, capitavano qualchevolta, verso le cinque, in casa della Ruskaia per domandarle una tazza di t. Venivan pure il principe d'Albi, vecchio mecenate del teatro lirico, il conte Aimone dell'Ussero, membro della Commissione teatrale e forsennato amatore di piccole ballerine, il direttore del teatro, il direttore d'orchestra, moltissimi altri ancora, e Tot Rgoli fra questi, non per corteggiare la cantante, ma per ficcare il naso nelle cose altrui.
Arrigo faceva discretamente gli onori di casa, destreggiandosi nella sua difficile condizione con una abilit singolare. Lo trovaron simpatico e modesto, poich sapeva solleticare la vanit di ognuno senza mai cadere nell'adulazione. Il principe d'Albi lo prese a benvolere dopo che l'ebbe udito suonare il violino, ed una sera, nel ridotto, si fece vedere in pubblico a discorrere con lui. Questo principe d'Albi, come decano della nobilt, esercitava su lo stesso patriziato una specie di supremazia; il fatto ch'egli avesse rivolta la parola in pubblico ad Arrigo, escludeva per sempre qualsiasi obbiezione che altri potesser muovere a suo danno. Il marchese di Sant'Urbino, or Abate dei Mammagnccoli, ma che in passato si ricordava d'aver avuto qualche debolezza per gli uomini belli, sent forse rinascere, davanti alla sua virile bellezza, certa lontana oscura memoria; e similmente lo prese a benvolere.
Il direttore del teatro, il direttore d'orchestra entrarono a lor volta in una certa dimestichezza con Arrigo, avendo essi l'abitudine di tollerare, insieme con le artiste, tutte le lor parentele e clientele per importune che siano. Tot Rgoli, il quale, per istinto di beffa, sin dal principio si era schierato per il del Ferrante contro i suoi detrattori, dur nel primo impulso, ed un poco altres per quella smania di proteggere o di combattere ch'egli aveva nella sua piccola persona, prese a trattar familiarmente Arrigo e fu pronto a spezzare qualche lancia in suo favore.
Cos, avvalendosi con accortezza di tutte queste cose insieme, calcolando le proprie mosse con la prudenza di chi muove le pedine sopra uno scacchiere, Arrigo pot finalmente rompere il cerchio di ferro che lo divideva da quella giovent dorata, ricca d'ogni facile dono che possa concedere la vita.
Il suo sogno non era stato troppo superbo. Gli si aprivano le porte vietate, cominciava intorno al suo nome il chiasso delle indiscrezioni mondane. Dalla bottega umile, nascosta nella lontananza della strada suburbana, egli entrava nel cuore della sua citt, con una bella donna al fianco e molte nascoste invidie che intorno gli serpeggiavano, curiose del suo mistero. La fortuna pertinace delle carte gli offriva largamente, facilmente il denaro; un respiro pi largo e pi giocondo riempiva il suo petto capace.
Ora, dall'uno all'altro, le conoscenze s'eran fatte innumerevoli. Cominciarono con accettarlo nelle cricche oziose che si formano su gli angoli delle bottiglierie, ove di donne si parla, di cavalli, di gioco, e s'intesson le frivole maldicenze dirette a smascherare i segreti altrui.
Tot Rgoli una sera l'invit a pranzo; Carletto Santorre gli disse un'altra sera: Perch non venite mai nel nostro palco?
Egli v'and qualche volta, per con discrezione, riuscendo a piacere. Spesso, dopo teatro, conduceva la Ruskaia a cenare in un ristorante famoso, che da immemorabile tempo riuniva nel suo piccolo cerchio i pi dissimili esemplari delle classi e della vita cittadina.
Era questo un cenacolo d'arte, un focolare di guerriglie politiche, un tempio di ciarlataneria, dove tra cene scapigliate infuriavano pettegolezzi mondani. Era nel medesimo tempo una casa di giuoco indisturbata, inevitabile; un ritrovo era d'aristocratici dopo il ballo e di istrioni dopo lo spettacolo; rifugio di nottambuli nelle tarde ore e di pedine infreddolite, campo neutro dove l'usuraio costeggiava il duca indebitato e la cortigiana sfacciata spauriva co' suoi pennacchi, con le sue risate, la piccola borghese domenicale; dove il commediografo si bisticciava col suo critico, l'impresario col suo pubblico, dove il gesuita giocava a carte con l'ebreo e l'uomo d'ingegno si lasciava beffare dai buoni a nulla o dai perditempo.
Sovente, presso il Mammagnccolo impettito nell'intonaco della sua camicia, sedeva un chiomato pittorello, dalla cravatta floscia, che ingoiando a lenti sorsi un mezzo clice di verde acquavite, andava schizzando profili sul marmo del tavolino, mentre i divi di tutte le arti, di tutti i mestieri, di tutte le ciurmere, tenevan corte bandita con gli avversarii e co' seguaci. Bellimbusti e belli spiriti si facevan critici o banditori delle cronache cittadine; giornalisti scribacchiavano articoli frettolosi; medici ed avvocati venivano in cerca di clientele; giocatori combinavan partite, donnaiuoli adocchiavan prede. Tutto il rigurgito dei teatri, delle sale, dei focolari, delle biblioteche, delle redazioni, dei circoli, vi sboccava transitoriamente come in un'anticamera della pi nascosta vita notturna, e tra il fumo, le risate, i romori delle mense, nella impunit promiscua della mezzanotte, tutti vivevano qualche ora di concordia e di sollievo dopo l'ansie numerose della giornata.
Un buon sopraccuoco ed un'ottima cantina avevan dato fama in origine a questo ristorante; poi la moda se n'era mischiata, e qualche partita disastrosa, qualche ubbriacatura forsennata, qualche alterco fra gentiluomini l'avevan accreditato in modo stabile nel favore dei gaudenti. Sebbene fosse un luogo pubblico, fra tutti i frequentatori correva una specie di familiarit, quasich si trattasse d'un circolo a porte spalancate, ove l'adito era per tutti ma l'ammissione per pochi. Varie cricche vi si formavano, vivendo a lato senza darsi noia, ma disprezzandosi a vicenda. E ciascuna teneva un settore, un nucleo di tavolini, stretta intorno ad un suo capo che le dava lustro e la guidava nelle idee.
Presso il marchese di Sant'Urbino, signore delle cene, inventore d'usanze, consacratore di Mammagnccoli, un vecchio e scapigliato Don Giovanni del quarantotto, saldo ancora nella sua carcassa incrollabile, ancor lampeggiante negli occhi cigliosi, capitanava un'adunanza di antichi gentiluomini, avversatori di cose nuove, abbottonati nelle marsine vetuste, che, insieme, del buon tempo trascorso e della bella giovent discorrevano, quando, nella cinta delle vecchie mura, pi stretta e pi gioconda era la citt che dominarono e pi gentili costumi vi reggevano, cos a dir loro, quando impazzavano per le strade i carnovali memorandi e con meno denaro si facea pi vita, pi calore avevano le donne e pi rigoglio nei robusti fianchi.
Ivi era una tavolata di teutoni rubicondi, che alternavan la pallida birra con il Barbera spumante; nemici, nel cuore, della citt che sfruttavano, impadronendosi de' suoi rigogliosi commerci con una lenta ma sicura supremazia. Ivi era un bizzarro convegno di giovinetti, contraddistinti solo dal diverso abito che portavano, ricco semenziere dal quale sarebber usciti i Mammagnccoli del domani.
E pi oltre, intorno alla tavola delle Tre Marie, ch'eran tre sorelle galanti, le quali avevano in tanto volger d'anni battesimato o assolto quasi tutti gli imberbi o i decrepiti peccatori della citt, tre sorelle d'una magrezza disperatissima, dal viso adunco, imparuccate oltre il verisimile, con certe mani grifagne che un tal pittore imit per i suoi scheletri della Morte, cinque o sei noiati sbarazzini vomitavan sconcezze nel gergo pi triviale dei lupanari plebei, e nutricando lentamente la fame delle bocche sciupate pensavano alla notte dolorosa, in cui avrebber voluto esser uomini.
Pi oltre una contessa di casato autentico, in compagnia d'una serva impennacchiata, sorbiva lentamente il veleno dei piccoli calici, e scesa dal letto al barlume dei lampioni elettrici s'apprestava a menare una vita quasi onesta e certamente signorile per gli stambugi malfamati, accompagnandosi alla cricca dei nottambuli che la dilettavan di celie bizzarre, s stessi talora dilettando con le facili compiacenze della pulzella soccorevole.
Qua un principe germanico, esiliatosi per un impari amore, volgeva intorno la stanchezza sorridente dell'occhio cerulo, non pi memore del fasto imperiale n dei grevi reggimenti che marciano impaurendo l'Europa, malcontento forse d'aver chiusa la sua grande sorte in un piccolo cuore. Vicino a lui, bella ed altera come una sovrana, la sua compagna reggeva la corte dei gentiluomini d'onore, e la piccola curiosit provinciale si sbizzariva in commenti svariati, indiscreta ma pur genuflessa, con quell'istinto invincibile della plebe, che sempre accorre come una docile mandria per le strade ove passano i re.
Quivi erano musicisti e cantori; col drammaturghi ed istrioni; drammaturghi sopra tutto, ch questo malanno  assai diffuso al giorno d'oggi, n ormai pu trovarsi alcuna persona rispettabile che non abbia scritto commedie, che non abbia per una volta sentito in cuor suo il fuoco echleo del sollevare le platee. Drammaturghi fischiati una sol volta o fischiati assai pi, che per quell'unica sera campale tutta la vita rimarrebber uomini di penna e di pensiero; e pi oltre, insieme, in un bel disordine, altri commediografi ancora ed altri commediai, poeti e verseggiatori che vanno alla burchia, romanzieri e imbrattatori di pagine, autori pregevoli e filosofi da dozzina, pensatori di certo ingegno ed uomini di lettere cui meglio sarebbe convenuto per natura il trincetto e lo spago del ciabattino: tutto un piccolo mondo d'intelligenza e d'abbrutimento, di modestie rare e di insane alterigie; un piccolo mondo d'uomini rampicanti, che si erano degnamente o vanamente affaticati per quell'erta scabra la quale ha su l'pice il sole tormentoso della gloria.
V'erano giunti alcuni, ed uscivano da quella folla per starsene soli, per riparlare delle antiche battaglie con gli emuli antichi.
Ed uno v'era, dalla bella fronte, dal profilo faunesco, dalla bocca ruvida e sarcastica, il quale aveva dato un teatro nervoso alla fiacchezza della scena italiana; un altro, pieno d'irrequietezza nella stretta persona, pieno di brio nel volto segaligno, che ammulinava senza tregua parole come il vento le foglie cadute, ed aveva satireggiato lungo tempo in un teatro mondano prima di scoprire in s la vena drammatica.
Un altro, dalla testa ieratica, gli occhi lucidi nelle occhiaie profonde, con qualcosa di adunco e pur di dolce in tutta la sua persona secca e stracca, il quale aveva tormentato in pi modi il suo sogno d'arte, aborrendo il mestiere, correndo intorno alla propria anima visionaria, lanciando nel suo buio qualche bellissimo raggio, per poterla illuminare tutta, e sentendo con un cuore morto i pi vivi palpiti della vita. E v'era, l accanto, per lo pi, un uomo silenzioso, dal volto arcigno e scontento, che aveva la bocca ormai contratta e suggellata in un sorriso pieno d'indelbile scherno e che, per sola conciliazione con la vita nemicissima, aveva conservato un appetito prodigioso e taciturno. Uomo d'altri tempi, bella tempra di combattitore, lucida mente d'osservatore, s'era divertito a sciuparsi, a manomettersi con una volutt crudele. Poneva lo stesso ingegno nel compiere un'opera insigne o nel far cosa di nessun pregio; tutto aveva sofferto nella vita, le cose pi logoranti per la tempra umana: l'amore, l'ambizione, il disprezzo, il tormento dell'arte, la lussuria, e fors'anche la fame.
Un altro, dal viso delicato, che rimaneva giovine e quasi monacale nel volgere degli anni, poeta di rime cesellate, intorneatore di versi un poco artifiziosi, che pareva un essere pressoch incapace di sopportare la brutalissima vita moderna, ed avrebbe forse voluto vivere in quella remota et ove una bella rima s'incoronava con rami d'alloro. Un altro, che aveva portato seco dalla calma laguna la freschezza d'uno spirito goldoniano, e vinceva rapidamente la sua battaglia in pi tenzoni dissimili. Poi v'erano i nomadi, quelli che di tempo in tempo giungevano d'altre citt, a mescersi per qualche sera nei cenacoli d'arte; venuti a spalleggiare un dramma, a proporre una pubblicazione, a recitare un poema. E v'erano, ma pi spesso in disparte, i giovini corteggiatori del grande idolo dalla tromba d'oro, che gareggiavano di versatili bizzarre, stretti intorno ad un poeta conquistatore di stelle, che tutti li soverchiava col suo burrascoso ingegno e tutto osava per infuturarsi con una bella temerit.
V'era un soppraggiunto romanziere, dalla pallida e bella faccia di efebo, che si lisciava i lucenti capelli con un gesto discontinuo della mano imbrillantata, ascoltando il parlar grasso del bolognese venuto in fama di scrittor libertino con un libro d'elogio al lupanare e molte istorie di carne venduta. Talvolta era insieme con loro un pallido fiorentino, che aveva nella sua faccia mansueta una volont incisiva e gi s'era provato in pi giostre onorevoli, deciso a conquistarsi la vita con un disperato eroismo; mordace, attento, vivo, secco, sicuro, raggruppava in s le sue forze feline per dare il balzo che lo avrebbe svincolato dalla folla.
E pi altri che invano contendevano per lo stesso miraggio, discepoli d'arti vicine, che avrebbero tenacemente squassato nel buio perpetuo la lor fiaccola vacillante, e per si dilettavano d'accanirsi con una furia bizzarra contro i pi lontani ed i pi alti, ai quali la gloria aveva gi fasciata la fronte con i suoi veli meravigliosi.
Ma v'erano, tra queste voci discordi, talune voci pacate, ferme, che molto rare discorrevano per difendere o per ferire, con la medesima giustizia serena. Uomini solitari, cui dilettava lo spettacolo di quella sala clamorosa, e venivano a cogliervi qualche significante attitudine umana od a temperarvi in silenzio acutissimi strali.
Fra tutti costoro, lentamente, Arrigo del Ferrante fu accolto. Annod di sera in sera le pi svariate conoscenze, sicch in capo di qualche tempo si trov ad essere un familiare del luogo, ben accetto alle diverse compagnie, per quel fascino singolare ch'egli sapeva diffondere intorno a s. Gli artisti lo accolsero in grazia di quel suo fine gusto musicale che gli faceva dire cose profonde con una piacevole modestia, ed anche perch'egli aveva il dono innato dell'adulazione non servile, di quell'adulazione che si lascia credere, che accarezza, che piace. I buontemponi lo vollero compagno nelle cene per il suo gaio spirito e la sua facile dimestichezza; i donnaioli lo corteggiarono per la sua bella donna; i giocatori lo tolleraron nelle partite perch nessuno trovava il pretesto n il coraggio di metterlo al bando.
Poi l'abitudine fece il resto, e nessuno pens pi ch'egli fosse un intruso.
Tutto questo gli apriva il cammino per andar oltre. Di l, alle soglie dei circoli mal vietati, alle sale dei palazzi mal vigilati, il tragitto non era pi che una distanza breve. Bisognava unicamente che la fortuna delle carte o la versatilit de' suoi ripieghi bastassero a tenerlo in blico durante quest'ultima battaglia decisiva.
Le cose andaron bene e male; ma egli vi rimedi sempre con infiniti strattagemmi. Tutto gli serv a trovar denaro nei giorni di bisogno, e poich sapeva di camminare in equilibrio lungo l'orlo d'un precipizio, lott con l'unghie, coi denti, senza riposo e senza mercede. Spolp il padre, la madre, divor i piccoli risparmi delle sorelle, si fece prestare persino l'economie della domestica di casa, firm cambiali agli amici del padre, che, sapendo l'occhialaio abbastanza danaroso, fingevano di credere alle sue fiabe e gli davan chi tanto, chi poco. Riusc perfino a riconciliarsi col terribile Riotti e manovr in guisa da potersi creare un piccolo debito con lui.
Il farmacista, allettato dalle pi vicine promesse di matrimonio, si turb al racconto immaginoso che Arrigo gli fece del proprio onore compromesso, di quel nome che Arrigo gli dava, chiamandolo suo secondo padre, finch, raschiandosi molto la gola per nascondere una stupida commozione, il buon farmacista fin col cedere e sleg i cordoni della borsa.
Ma tutto questo non bastava. Le spese della sua vita crescevano a dismisura. Con molti buoni pretesti aveva lasciato comprendere ai genitori che non gli era pi possibile vivere in quel sobborgo fuor di mano, e s'era preso per s solo un bel quartierino verso il centro della citt. Lo aveva arredato con mobili presi a credito, ma scelti con eleganza, quasi con lusso. Egli desiderava che fosse impossibile a' suoi nuovi amici ritrovar la strada tortuosa per la quale era giunto sino a loro, e voleva che per nulla al mondo potessero mai venire a conoscenza della sua stirpe bottegaia.
In quel momento le carte gli volser male, e fu la miseria nera, assoluta, irreparabile, che gli si mise alle calcagna. Ma il suo carattere tuttavia restava in apparenza gaio e speranzoso. Con pochi franchi in tasca, lo si vedeva, elegantissimo nell'abito nero, girar per i teatri a fianco della Ruskaia sfavillante di gioielli, scarrozzare per la citt, pranzare nei ristoranti pi costosi. Aveva il gesto del gran signore anche nel pagare l'ultimo soldo, e nessuno, tanto meno la sua dolce Tatiana, doveva sapere quanto costassero a lui di fatica e di scaltrezza quelle poche decine di lire ch'ella gli faceva spendere, per esempio a cena, in capricciose ghiottonerie. Aveva debiti piccoli e grandi per ogni cantuccio; la sua spavalda presenza e la sua parola convincente pagavan nel frattempo le pi avare impazienze. Di notte in notte poteva capitargli di tornarsene a casa con le tasche rigonfie d'oro, lo spirito allegro; ma bisognava intanto subire le settimane avverse, lottando con eroismo e senza mettersi al repentaglio di non poter pagare una perdita al gioco, il che lo avrebbe per sempre perduto e bandito.
Sapeva che in fondo una salvezza c'era per lui: quella di chiedere all'amante. Ell'avrebbe dato, senz'alcuna obbiezione, forse con gioia.
Nella sua frivola incoscienza femminea ella non sospettava nemmeno le battaglie del suo Rigo: lo sapeva poco ricco, ma ormai, nel vederlo spendere da gran signore, se n'era quasi dimenticata. La donna sovente non ha il dono di contare il denaro che si sperpera intorno a lei.
Qualche volta, vedendolo un po' buio, pensava che fosse stanco d'amarla; s'attorcigliava a lui, gelosa e piagnucolosa, voleva qualche giuramento, un bacio, un lungo bacio, e tutto passava. Ma s'egli avesse chiesto, certo ell'avrebbe dato, e Arrigo lo sapeva. Egli per esitava, gi da lungo tempo, non per scrupolo forse, ma per quella diffidenza innata che gli suggeriva di non mai darsi materialmente in bala d'una donna. Un buon senso naturale gli faceva riflettere che il cuore d'un'amante  mutevole, come la sua secretezza malcerta.
Oggi, innamorata, d, e la cosa le par semplice; ma domani, stanca o abbandonata, si ricorda, nella invincibile avarizia del suo sesso, di aver pagato, e inutilmente, sicch se ne duole. Chiacchiera, e, magari per vendicarsi, con due parole avventate perde un uomo. Si sa: da un amante la donna passa all'altro, sopra tutto quando crede di appartenere per tutta la vita ad uno solo; e la coltre del letto  cattiva guardiana di secreti.
D'altra parte si mormorava gi che la Ruskaia gli desse aiuto. Ma erano dicere timide, campate in aria, che non potevan nuocergli gran che. In mancanza di prove concrete, molti consideravano sopra tutto come l'affabilissimo Arrigo avesse in ogni caso due spalle ben quadrate, una cert'aria da allegro bastonatore, cosicch il mormorare che si faceva di lui rimaneva lontano e sommesso, in quella specie d'atmosfera intermedia che sorpassa gi la maldicenza comune ma non  ancora la gogna pubblica, dalla quale non c' pi salvezza.
E per il bisogno incalzava; da tutte le parti egli era stretto in un cerchio di ferro; aveva esauriti gli altri espedienti; non gli rimaneva che tentare quest'ultimo, qualunque ne fosse il rischio, poich un grande amore si ferma talvolta davanti ad una piccola spesa, ed egli non si faceva illusioni. Inoltre c'era in lui quasi un vestigio di rettitudine o di fierezza, che gl'impediva quest'azione triviale. Dire alla sua Tatiana, alla sua piccola amante capricciosa e voluttuosa, questa parola orribile: Dammi! vedere il denaro monetato passar da quella morbida mano bianca nella sua propria forte e rapace, non poterla pi guardare negli occhi con quell'imperio assoluto che gli dava una cos bella fierezza di s, doverle confessare le sue notti angosciose, le sue corse affannose per i vicoli oscuri della citt in cerca dell'usuraio da convincere o dell'amico dal quale estorcere le poche lire che avrebbe spese la sera in una bottiglia di Sciampagna, e sentirsi addosso quelle due pupille chiare, ferme, attente, con uno sguardo quasi di compassione... tutto questo gli repugnava, per quanto fosse in lui disperata la volont di vincere la sua battaglia.
Ma la cosa nacque da s, necessariamente, nel modo pi semplice. Non poteva ella tollerare quelle grandi ombre che si addensavano talvolta negli occhi luminosi dell'amante, n quel segno amaro che gli vedeva sovente su l'orlo della bocca, n quel sapore d'angoscia che tante volte si sprigionava da' suoi baci violenti. Era una dolce amante, curiosa di tutte le piccole vibrazioni dell'anima nascosta, gelosa di ogni secreto, paurosa di poter perdere in un giorno solo, per una cosa minima, tutta la volutt di quell'amore; e gli diceva qualchevolta, fasciandolo con le braccia molli, dandogli su la bocca il suo pi caldo respiro:
Che hai? che hai? Perch non vuoi dirmi di cosa ti tormenti?
Egli nulla confess da principio; tacque, la racconsol. Ma poi, una volta, si lasci sfuggire qualche mezza parola, fra istintiva e calcolata, che gli veniva dal cervello e dal cuore insieme, una di quelle parole ambigue che nell'amore fanno tanto male....
E croll il capo come per cacciarne una torma di pensieri bui, come per ribellarsi contro quel principio di confessione che gli era venuta su le labbra. Un'altra volta, parlando dell'avvenire, disse che dell'avvenire nulla sapeva, nulla poteva ormai sapere, ed anzi non osava guardare pi in l del domani, spingere il proprio desiderio oltre l'oblo delle loro voluttuose carezze... Ed accenn vagamente al giorno in cui gli sarebbe stato necessario sparire, andarsene chiss dove, in cerca di chiss mai qual fortuna, solo e perduto, con questo suo terribile amore, che gli avrebbe devastata l'anima sino all'ultimo giorno della vita... Nel pensiero di tutto questo, che in fondo poteva essere la realt, qualche lacrima gli luccicava nell'occhio fermo, qualche battito forte rompeva il suo cuore violento, perch, nonostante la sua freddezza, era un po' malato in verit di quella sua bella amante dalla boccuccia sempre semichiusa, dalle manine di bambola, che aveva in s stessa la morbidezza delle sue stoffe di seta, l'odore del profumo che portava, la musica della sua propria voce.
E tutto questo fin con una scena violenta, nel mezzo della quale, fattosi mettere alle strette, egli giunse a confessarle, scapigliato e convulso, con un rantolo nella voce:
Ebbene, se lo vuoi sapere, ecco... Non ho pi denaro, affogo nei debiti, sono in piena rotta con la mia famiglia... devo lasciarti, devo andarmene, devo non vederti pi, non baciarti pi... partire! Capisci che significa partire? E lo avrei gi fatto... ma non posso! Avrei taciuto ancora, come taccio da tanto tempo, ma tu hai preteso darmi anche questa umiliazione... ecco, ed ora lo sai!
Per una settimana ella offerse, egli rifiut. Poi si miser di mezzo una cambiale che scadeva, una partita disastrosa, una lunga notte d'amore, e da quel tempo, nei giorni critici, la Ruskaia provvide alla vita di Arrigo, lasciandolo dilapidar nel suo con la pi bella tranquillit.
Ci divenne anzi per entrambi la cosa pi naturale del mondo.
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Capitolo 13.
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Ed allora la fortuna torn; gli arrisero giorni d'abbondanza, sicch il denaro gli affluiva nelle tasche senza quasi ch'egli se ne avvedesse; il denaro facile, che viene dal tavoliere, che si vince con un punto alto, che si spende con disinvoltura. E la Ruskaia risparmi, perch in tali faccende Arrigo amava essere onesto e gli pareva di riacquistare prestigio quando poteva rispondere alla sua Tatiana: Grazie, non mi occorre nulla.
Anzi le regal un bell'anello, dove c'era una pietra che nei giorni di bisogno aveva ricevuta contro cambiale da un usuraio, per un prezzo indecente. La fece rilegare da un buon orefice; la pietra brill degnamente sul dito esiguo della Ruskaia. Se alcuno potesse conoscere la storia di certi gioielli, avrebbe forse di che scrivere un libro comico e triste insieme, perch intorno a tutte le cose che rappresentano valore s'annoda sempre uno straordinario viluppo di passioni e di bassezze umane.
Poich'era d'animo liberale, quando aveva denaro spendeva largamente. Si risovvenne de' suoi, fece dono alla famiglia di molte cose che sapeva essere nel desiderio del padre, della madre, del fratello, delle sorelle; infine, per mettersi un poco in pace con quel bravo Riotti, che non poteva rassegnarsi al dilungar delle nozze, pens di far bene arrivando un giorno in negozio con un braccialetto per la sua paziente fidanzata. Egli conosceva il cuore umano e sapeva il gran prestigio delle cose d'oro.
Quando l'Eugenia mostr al padre il braccialetto di Arrigo, il Riotti a suo malgrado si lasci sfuggire una esclamazione di sorpresa.
Per Dio, che bel capo! disse. Poi s'inforc bene gli occhiali sul naso, prese il braccialetto, lo pes due volte, tre volte, nel palmo della mano, con una cert'aria dubitosa, infine lo mise su la bilancia.
Ma questo non  oro! esclam incredulo, vedendo il peso greve.
Altro che oro! asser la fanciulla. Vuoi che Arrigo mi dia roba falsa?
Allora quello spiantato si  messo a fare il ladro, perch questo  un gran valore, sai!
E venuto su la soglia della bottega, lo cominci ad esaminare traverso la lente.
Il marchio c'... borbottava.
Per maggior sicurezza and da un piccolo orefice ch'era l vicino, e un po' confuso d'avere in mano un oggetto simile preg l'amico di provarlo con gli acidi per sapere se fosse oro proprio di zecca, e a diciotto carati.
Quanto a carati forse ne crescono! esclam l'orefice suburbano, dopo averlo provato. Un bel braccialetto, veh!... proprio bello!
 un regalo che mia figlia riceve oggi dal suo fidanzato, disse il farmacista con noncuranza.
E torn in bottega. Questo per lui riparava in parte i torti di Arrigo e mostrava che, se da un lato era un figliuolo un po' bizzarro, dall'altro aveva buon cuore. In ogni modo le sue intenzioni dovevan esser serie, perch, diamine! certi regali non si fanno a casaccio.
Intanto la sorella maggiore d'Arrigo si fidanz, e le nozze avrebber dovuto aver luogo nell'autunno seguente, con un bravo giovine che le voleva un bene quasi ridicolo, ed era figlio di un ricco droghiere. L'altra sorella era una farfallina appena quindicenne, tutta diversa dalla maggiore, e tanto frivola, capricciosa, vaporosa, quanto l'altra era calma, seria, e destinata a non esser altro che una brava massaia.
Anna Laura invece comandava in casa con una prepotenza da tirannella; era bellina, tanto bellina, che gi, quando usciva per istrada, uno sciame di moscardini le ronzava intorno, e, per certe occhiate che lanciava loro, il padre e la madre avevan giudicato che fosse pericoloso lasciarla correr sola.
Per istrada ella non faceva che fermarsi davanti a sarte, modiste, profumieri; si vestiva bene, si pettinava con ricercatezza, leggeva di nascosto romanzi proibiti, era un poco pettegola e molto birichina. Ma poich'era bella e poich aveva quello stesso far signorile di suo fratello Arrigo, n il padre n la madre osavano essere troppo severi con lei; la madre sopra tutto, che forse ricordava in quell'ultima figlia il suo pi recente fallo d'amore. Anna Laura parlava spesso d'Arrigo, dicendo che aveva certo avuto ragioni da vendere nell'andarsene via dalla bottega paterna per godersi un po' la vita, quel genere di vita che a lei pure piaceva: il lusso, i bei vestiti, le carrozze, i teatri, l'amore.
L'altro fratello, Paolo, era invece un bravo ragazzo serio e dolce; aveva compiuti i suoi studi con un po' di fatica ed ora stava imparando l'arte del padre. Era nato e rimasto un po' grossolano; a lui la bella Ruskaia non dava alcun fremito; si contentava di andare la domenica a bere il vin bianco e mangiare le ciambelle con una florida popolana che non gli era crudele.
Quella stagione intanto fin; il teatro si chiuse, la Ruskaia, per amor d'Arrigo, trascur tutte le scritture che le si offrivano altrove, e rimase a godersi, nella citt ventilata, una bella primavera di riposo e d'amore.
E qual pi dolce primavera di quella che sopraggiunge in una citt per solito fredda e nebbiosa, una citt senza alberi, dai parchi radi, le passeggiate brevi, i giardini nascosti? Quando allora il cielo, non vasto fra i tetti vicini, prende quel color vivo di madreperla che fa brillare i selciati e luccica su le finestre chiuse, infiammandole, come per dire: Aprite! io passo! io, divina, la primavera!...
Ma queste non eran cose che intenerissero il cuore di Arrigo. Egli non s'abbandonava perdutamente alla dolcezza d'un amore inerte, ma badava piuttosto a trar vantaggio da ogni giorno e da ogni ora, sentendosi ormai vicino al compimento del suo bel sogno immodesto. Anzi ardiva spingere lo sguardo pi lontano, parendogli che quanto aveva sino allora vagheggiato come la sua meta non fosse che il principio d'una pi grande ambizione. Forzar l'ingresso d'un Circolo, seder alle cene o nei palchi dei Mammagnccoli, dir buongiorno senza togliersi il cappello al marchese di Sant'Urbino, recarsi all'ippodromo nell'automobile di Lanzo Malatesta, e fare insomma tutte l'altra cose che di lontano gli erano sembrate un miraggio vertiginoso, pi non bastava per contentare le bramose del suo cuore temerario.
A questo sarebbe giunto, e v'era ormai quasi vicino. Ma la battaglia era degna d'essere combattuta per una causa migliore, poich si sentiva nello spirito nascer l'ali per un pi grande volo.
E medit di giungere fin nelle sale meglio custodite dalla duplice potenza del blasone e dell'oro, nelle sale un po' tediose d'onest camuffata e d'impostura inchinevole, dove gli antichi paraventi potrebber forse raccontare qualche favoletta salace, dove i camini dai grandi alari di bronzo sbadigliano con infinita noia su la eterna commedia della vita. Voleva che l'accogliessero le dame incipriate, ch'eran state famose di bellezza e d'avventure al tempo del Risorgimento e che avevan forse danzato al braccio di qualche uniforme austriaca; voleva che l'accogliessero i vecchi gentiluomini borbottoni, che la gotta e la podagra vendicava del buon tempo trascorso; voleva sedere ai pranzi trimestrali della duchessa di Benevento, essere invitato al ballo di palazzo Altomarino, la sera di Sant'Eufemia; andar alle feste mascherate che si davan pi volte nell'anno in casa Aimone dell'Ussero, casa ricca ed ospitaliera, che albergava quattro bellissime nuore tra un codazzo di parentele. Voleva, se pur ci dovesse tediarlo, essere fra i pochi ed eroici nobiluomini che almeno tre volte nella stagione frequentavano i venerd della vecchia contessa di Sedriano, la quale, inferma e pressoch sorda, teneva circolo da un seggiolone simile ad un trono, avendo una nipote gi pi che trentenne da maritare, una grama nipote, magra, sghemba e balbuziente, su la quale s'erano scatenati tutti i malanni dei Sedriano, rinomati gi da secoli per la loro impeccabile bruttezza. Voleva che d'estate l'invitassero in campagna i Mazzoleni, antichi profumieri fattisi marchesi da s, o gli Anselmi, ch'erano una trib senza numero, contraddistinti, i maschi dal cranio rotondo, le femmine dalla spaventosa magrezza: o i Nonaro del Monte, che passavano per la pi ricca famiglia della citt.
Pensava di visitare in palco donna Ottavia Malespini, della quale narravasi che, per salvare certe speculazioni del marito, si fosse abilmente commerciata ad un ricchissimo banchiere ebreo; donna Eleonora Salvati, che aveva, dicevasi, la pi bella e pi visitata collezione di mutande in pizzo vero; le due sorelle Gozzani, marchesa Marta e marchesa Federica, delle quali, in verit, era rimasta vedova la seconda, bench fosse morto invece il marito della prima, se, a quanto affermavasi, era vero che il barone capitano Guerrazzo avesse disertato il talamo coniugale per il letto vedovile della sua deliziosa cognata.
Pensava d'esser ricevuto ai t intimi di Rosanella Piacentini, questa frivola, che s'era innamorata del suo pettinatore; ai t meno intimi di Graziana Buonconte, che amava giocare in Borsa, discorrere di politica, scommettere su cavalli, fumare sigari Avana, ed amava pure, a dir delle cronache, i letti angusti delle sue belle cameriere.
Avrebbe voluto, nei mattini di primavera, caracollare al fianco di quell'amazzone compiuta ch'era Miretta Sansalvato, la quale si doleva sopra tutto di non trovare cavalieri abbastanza intrepidi per galoppare quanto a lei piacesse, ma che certo possedeva una mano tanto robusta quanto delicata, e ci avevano riconosciuto in brughiera molti tenenti di cavalleria. Avrebbe desiderato far musica nel salotto misterioso della pallida Clara Michelis, che gi era vedova in quel tempo, e visibilmente si struggeva d'un mal vedovile.
Insomma egli avrebbe voluto entrar nell'intimo di quella societ ben nomata, cui tutto  lecito, perch nessuno  sopra lei, nella piccola cerchia d'una citt, per giudicarla; dove l'ingegno fa minor breccia che i modi compiuti, e qualchevolta fa sbadigliare, dove la passione irruenta cede il campo al capriccio elegante, la vendetta iraconda si copre le mani di guanti delicati e l'amicizia diventa urbana come un'adulazione complimentosa. In quella societ inverniciata, splendente, ove si canta, si balla, si ride, si ama, si odia, ci si vendica e si tradisce anche, ma tutto ci educatamente, con un bel riserbo, fra quattro pareti, sicch non ne corra notizia per le bocche della plebe disprezzabile.
Ed egli vide, come nel sogno d'un maraviglioso avvenire, il giorno in cui avrebbe avuto per mensa una tavola imbandita di porcellane trasparenti, servita intorno da una folla di maggiordomi silenziosi, e s vide, in quel miraggio di cristalli, di specchi, d'argenterie, spingere l'occhio lascivo nel bianco d'una scollatura impudica, sentendosi passare intorno la fragranza della cipria odorosa, il calore d'un seno intravveduto, l'ardore d'uno sguardo ambiguo... Ripens la bottega paterna, dalla quale pochi anni prima era uscito, con qualche cencio e con poche monete di rame; la bottega semioscura, che doveva nel destino essere tutto il suo regno; ed invece s'apparecchi per i suoi ozi le poltrone profonde, imbottite di cuscini morbidi, per le sue danze sogn le sale sfavillanti di candelabri, per i suoi amori si diede convegno nei talami delle marchese infedeli, per le sue nozze, ch'erano la corona del sogno, si concesse la mano d'una bellissima ereditiera...
Camminare bisognava, camminare con temerit, senza concedersi requie, facendosi largo fra i molti che gli avrebbero ostacolata la via, spezzando i vincoli che gli avvincessero il piede, solo, e pur certo di non fallire.
Perch si era scelto questo sogno a tentazione della sua vita coraggiosa? Neppur egli lo sapeva, n di saperlo si curava. Quest'ambizione era sgorgata in lui da una sorgente oscura dell'anima, lo tormentava e lo spronava con accaniti eccitamenti.
Pi tardi avrebbe pensato a coronare di qualche alloro men caduco la sua tenace ambizione, poich'era uscito dal nulla con la voglia e con la virt incontrastabile di non essere un mediocre. Voleva, se pur gli fosse lecito, compiere nel mondo un passaggio rumoroso, attrarre sopra di s qualche invidia, giungere pi lontano che potesse dalla oscura e dimenticata origine.
Taluno de' suoi nuovi amici gli aveva gi vagamente promesso di proporlo al Circolo nell'autunno prossimo, poich frattanto gli conveniva lasciar scorrere l'estate nell'accaparrarsi destramente un certo numero di simpatie fra que' soci di maggior credito, i quali avrebbero potuto a lor talento aprirgli o chiudergli per sempre l'accesso alla porta sublime. Pieno di fiducia in s, Arrigo si accinse con ogni suo potere a questa lenta ed ingegnosa fatica. Negli ultimi anni il Circolo aveva molto rallentate le sue strette discipline, aprendo le porte ad una gran folla di soci nuovi e scelti con minore severit, per il bisogno di mantenersi in vita. Era indispensabile rinfocolare il gioco, mescere alla cattedratica schiera dei soci antichi una giovent pi vitale, venuta su coi tempi nuovi nella citt fattasi borghese, e che specchiava il lento ascendere della classe trafficante sul declinare delle famiglie patrizie. Contro la fama del casato vinceva ormai la fama dei forzieri pieni; i palazzi secolari cadevano fatalmente in possesso della plebe arricchita. Nomi che ancor sentivano il lezzo d'ogni bassa speculazione mercantile tenevan la dittatura della citt, procacciando ai figli le cariche pi illustri, maritando le figlie ben dotate nei parentadi pi antichi.
Sul roco singulto della tromba feudale vincevan con pi vasti urli le sirene dell'officine: ai corni di caccia perduti nell'eco delle bandite, rispondeva il rombo laborioso dei martelli, l'nsito e lo sbuffo delle grandi macchine generatrici; contro il peana degli eserciti sanguinari prorompeva dalla piazza invasa l'Inno dei Lavoratori.
E fra queste usanze nuove, pi facile s'apriva il cammino ai sopravvenuti dal basso; l'uomo non portava pi su la fronte il suggello ed il marchio della sua nascita, ma nella gara della vita egli valeva per il cammino che vi sapesse compiere, valeva nella fiera umana per la sua destrezza di giocoliere, per la sua facondia di ciarlatano, e poteva cos pescare o frodare il maggior dado nel bossolo della sua fortuna. Il popolo tirannico lanciava in tutte le giostre i suoi robusti campioni, e poich'erano assetati di vita, avidi per diuturne astinenze, callosi e astiosi dei gioghi patiti, mettevan nel vincere una caparbia ira, millantavano in tutte le vittorie una rumorosa temerit.
Ora l'estate venne; con l'estate l'esodo verso le campagne, verso gli ozi lacustri e montani, verso le spiaggie che bruciano di arene scintillanti, nei rossi mesi dell'ozio e della bagnatura. La citt spopolata rimase in balia de' suoi pi tenaci lavoratori, divenne il regno dei mariti allegri e degli sfaccendati, che per pigrizia non avevano il coraggio di prendere un treno. La vita si fece pi familiare fra tutti quelli ch'erano afflitti dallo stesso mal della calura, e si ud giurare in buona fede che la citt non fosse mai tanto piacevole ad abitarsi come quando  sgombra dalla sua maggior cittadinanza.
Pi a lungo si vegli la notte, si fecero lunghe sieste nei pomeriggi afosi; lo scopo delle passeggiate serali fu l'andare in cerca d'un fil d'aria, e tutte le maledizioni dell'anno dettero ai tormentati una breve tregua, poich il calendario d'ogni vita segnava il tempo delle beate villeggiature.
Arrigo e la Ruskaia non indugiarono a lungo in citt. Ella del resto s'annoiava. Da che s'era chiuso il teatro s'annoiava profondamente; il giorno sopra tutto, ch le notti avevan sempre qualche svago.
Egli era forse un po' despotico, e talvolta la indispettiva; poi non era geloso affatto, e ci la umiliava. Qualche nube era gi sorta fra loro a proposito di mille inezie; non avevan lo stesso modo di pensare, non amavano gli stessi libri, non trovavan simpatica la medesima gente. Arrigo passava troppe ore fuor di casa, dedicava troppo tempo agli amici, alle carte, alle sue cure ambiziose, aveva sempre un certo fare preoccupato e chiuso, che urtava la gelosia dell'amante; non era inoltre un uomo capace di prestarsi a tutti i capricci d'una donna viziata, e qualche volta, pur nell'ore pi intime, dimostrava gi d'avere una certa fretta. Ella cominciava talvolta con sentirsi un poco sola... E per s'amavano ancora. Nubi lievi, che dileguavano rapidamente nel calore d'una tentazione.
Furon all'acque, furon in montagna, poi scesero ad una riva lacustre non lontana dalla citt, e, per finirvi l'estate, affittarono una villetta piccola come un nido, che bagnava nell'acqua placida le sue fiorite spalliere di rosai.
La sponda spesseggiava di ville festevoli, d'alberghi frequentatissimi; tutto il giorno per la lunga strada rasente il lago era un trascorrere di carrozze o d'automobili dall'uno all'altro cancello, poich la signoria villeggiante si onorava di visite scambievoli, largheggiava di feste nei parchi sontuosi, talvolta ballava, recitava, si mascherava, correva regate a vela, giostrava nei campi da tennis ed inoltre si dava cura dell'umanit sofferente allestendo con grande strepito qualche fiera di beneficenza.
Tra quel frastuono di vita mondana gli amanti vissero in disparte, quasi nascosti nell'intimit del loro nido.
L'estate, gi percorsa da qualche brivido, gi consunta di qualche foglia gialla, l'estate che irrompeva nelle vigne con una rossa maturanza di grappoli e pareva bruciasse nei giardini con assurde magnificenze di fiori, consumava nell'ardore delle postreme sue vampe le vene degli amanti, che in quella sopraffazione di vita sentivano da tutte le cose circostanti scaturire una inconsumabile volutt.
Nulla  pi tormentoso per il viandante che l'incontrare, nei pomeriggi di sole, certa piccola casa dalle persiane socchiuse, dalle tende abbassate, intorno a cui mormori un silenzio di cose vive, canti nel verde una fresca fontana, luccichi tra le ghiaie del viale qualche frantume di vetro...
Nulla  pi stanchevole per il rematore che il passar con la sua barca sotto un giardino fragrante, quando al sole morente si riaprono le finestre della casa, ed insieme, vicini, semisvestiti, due s'affacciano al davanzale, guardando nella tremante azzurrit di quell'ora in cui principiano a suonar campane, perch tutto il pomeriggio han dormito, sognato, amato, in una chiusa camera tranquilla, dove tuttavia pertugia come un barlume quella enorme crudelt dell'estate, quel vertiginoso baleno del sole su l'acqua inerte, quella immobile tribolazione che nella vampa invade ogni cosa, quando l'incendio grvita su l'ora ferma consumando il suo proprio splendore.
E i solitari, gli oziosi, gli snervati, quelli che tormenta un desiderio nascosto, quelli che per infinite strade han da essere o viandanti o rematori, pensano con un'invidia piena di malinconia a que' due che stanno dentro la casa tacente, che han dormito, sognato, amato, nel nascosto rifugio, durante un lungo pomeriggio di sole.
Poi l'invidia si fa curiosa; va, spia, guarda, parla, racconta... Il basso tetto, chiuso fra gli alberi del giardino lacustre, diviene il luogo dolce del peccato, che turba le immaginazioni altrui, che muove per tutto all'intorno una leggenda d'amore.
Traverso il chiuso cancello corrono sguardi furtivi; a quelle finestre incantate volano molti sogni altrui; tutto in quella casa innocente par stregato e colpevole, poich da ogni ramoscello, da ogni pietra, pende il segreto voluttuoso di due giovinezze che si amano.
Nelle sale affollate si parl di quella casa taciturna; qualche giovine signore, noiato della vita familiare, spinse l'audacia de' suoi propositi fino a tentar l'assedio della bella innamorata; qualche vecchia zitellona pettegol di que' due con la pi verde bile; qualche ragazza vaporosa, nel letto insonne, rivide a pi del giardinetto le straboccanti spalliere di rosai e quel cespo di gelsomino che abbracciava le finestre semichiuse; qualche moglie, vedova nella settimana, quando fu la sera del sabato, prima di spegnere il lume, ne torment il marito sonnacchioso...
E tutto questo fece s che per la riva lacustre, in un cerchio nuovo di persone, si propagasse quell'indiscreto cicaleccio che aveva sin dal principio divulgato gli amori di Arrigo e di Tatiana, quando la lieta schiera dei Mammagnccoli s'era prima commossa per l'avventura di costui.
Fu, tra gli altri, un barone, ch'era in villa con la sua vecchia madre, un barone dalla barba crespa, giunto al limite dei quarant'anni con un cuor d'adolescente, il quale molto s'ingelos di quell'idillio estivo, tanta inquietudine d'amore lo strinse per la bellissima cantatrice.
Non di rado egli la vedeva nel giardino, pi spesso la udiva lanciare in alto i suoi armoniosi trilli, poich il possesso baronale confinava con il giardino degli amanti e non v'era tra l'uno e l'altro che un muricciuolo di poche pietre.
Il barone Silvestro Piaggi era un uomo alto e complesso, con un bel volto roseo, da buon fanciullone, cui cresceva di giovialit l'ornamento della barba bionda e crespa. Onoratissimo e ricchissimo, era stato saettato senza merc dalle ragazze da marito; ma per un amor filiale pi devoto che ogni altro affetto non s'era mai voluto ammogliare, temendo che una sua propria famiglia lo costringesse a mancare d'assiduit presso la vecchia madre.
Quest'uomo per s'innamorava; e poich'egli possedeva in massimo grado ci che alle donne sommamente piace: la cavalleria de' modi e l'estrema prodigalit, l'amore nella sua vita era stato una cosa gioconda.
Per corteggiare la Ruskaia il barone Silvestro riprendeva quella sua grande aria battagliera del bel tempo quand'era uno smilzo ufficiale di cavalleria; la dardeggiava d'occhiate lusinghevoli, pareva quasi che volesse prosternarle ai piedi, con un sol atto loquace, s stesso, il suo denaro, la sua pi che devota urbanit.
Questo non dava noia alla Ruskaia, e nemmeno ad Arrigo, il quale anzich adontarsi, mostrava di questi pericoli una singolare compiacenza.
Lungo quel muricciuolo, quante mai volte passava il barone Silvestro! La sua bella barba crespa brillava nei raggi di sole con vera magnificenza. Un giorno egli salut. La Ruskaia sorrise. Tutte le cose del mondo hanno la lor ragione d'essere: quel sorriso forse voleva dire:
Chiss?...
Chiss?...  tanto pieno di mistero l'animo d'una donna innamorata! Ella prova talvolta il bisogno di mescere nel proprio sentimento anche la sottile gioia che le proviene dal deridere un altr'uomo. Poi, ad un tale che saluta, un signorotto nel suo feudo, perch mai non sorridere? Questo sorriso  lieve come l'innocenza; nulla promette, nulla impedisce; passa, vola via, non tocca, ma dice ambiguamente: Chiss...
La vita  cos bizzarra, e tutto in fin de' conti pu succedere!...
Anche il bel caso che un grande amore vada a finire in cenere. Allora pu essere utile aver detto: Chiss... E poi  dolce, per la donna un poco frivola, dormire nel proprio letto con un amante amato, ma col pensiero d'un altro, un signorotto nel suo feudo, che per amore di lei veglia e sospira...  dolce cosa il pensare; C' chi guarda mentre mi pettino le treccie alla finestra; c' chi trema se passo nel giardino in vestaglia... S, quel barone mi fa un po' ridere con la sua testa calva e la sua barba bionda... ma la gente del paese lo saluta e lo inchina come un piccolo re. In fondo vorrei sapere perch Arrigo non  geloso? Anzi non fa che dormire. Quanto dorme questo Arrigo nei giorni d'estate!...
Una volta finalmente il barone Silvestro os varcare la soglia. Co' suoi quarant'anni e la sua barba crespa era tuttavia confuso come un collegiale.
Arrigo era in pigiama e s'affrett a vestirsi. Lo ricevette la Ruskaia, tutt'accesa in volto perch aveva remato per due lunghe ore sotto il sole.
Quand'era in impaccio, ella rideva. Per prima cosa dunque si mise a ridere apertamente, con quella sua boccuccia di bambola piena d'una grazia inesprimibile. Nella saletta faceva un po' scuro.
Vi prego, sedete, barone.
Egli rimase in piedi. Non gli pareva quasi vero d'esser l. Anzi dimenticava la ragione della sua visita. Finalmente se ne risovvenne.
Sono incaricato... L'avevano incaricato d'una commissione. Le nobili dame della beneficenza l'avevano mandato a parlamentare con la cantante dalla voce d'oro. Si stava preparando una gran festa, nel teatro d'un albergo vicino, a favore di certi derelitti... Questa recita si faceva tutti gli anni. Vorrebbe cantare la Ruskaia? Non dicesse di no! La patronessa era donna Claudia del Borgo; canterebbe la marchesina Farulli, donna Francesca Monteguti... Poi si dava pure una commediola... Non dicesse di no!
Che orribile pronunzia aveva in francese quel barone Silvestro!... osserv fra s stessa la Ruskaia ancor prima di pensare se le convenisse accettare o no. Aveva inoltre in tutta la sua grossa persona qualcosa d'artefatto e di comico. No, stava meglio di lontano, con la sua barba crespa dietro il muricciuolo. Pens ch'era stata sciocca nel lasciargli credere...
Noi siamo vicini di casa, per mia fortuna... egli disse con un tono galante.
Oh, che fortuna!
Tutte le mattine, alla finestra, la intravvedo...
Gi, gi...
Era un po' inquieta, forse irritata; le dava noia quel garbato e melenso corteggiatore. Queste fervide slave sentono l'uomo e la maschilit dell'uomo in un modo singolare.
Eppure ho dovuto attendere fino ad oggi l'occasione di poterla conoscere.
Certo... E gli sorrise, come la prima volta, nel giardino.
Sopraggiunse Arrigo. Il barone gli si present. Uomo affabile, cavaliere di gran mondo, poteva impacciarsi davanti ad una bella donna, ma in ogni altra circostanza rimaneva padrone di s. La proposta venne ripetuta, e dopo molta esitazione, persuasa dalle insistenze di Arrigo, la Ruskaia fin con accettare.
Ma, Dio buono!... questo impegno la impensieriva... Da varii mesi non aveva cantato pi. Il barone disse:
Oh, non raccontate queste cose al vostro vicino!
Gi, ma quelli erano trilli all'aria aperta; ora bisognava che si ripreparasse.
Insomma ho promesso: canter.
Ed eccoli tutt'e due pi vicini a dame e signori, nella promiscuit d'un grande albergo, sotto l'ala della buona Fata Beneficenza. Ecco lei, festeggiata, in mezzo a crocchi di signore ciarliere, ferventi nell'opera intrapresa, tutto il giorno in faccende, liete pi che mai di parere una volta quel che non erano, esibendosi dalla scena a spettacolo d'una folta platea. Ed eccole, curiose di questa cantatrice straniera che trascinava dietro s una storia d'avventure clamorose, che aveva durante l'inverno messo a rumore la citt col suo canto e con la sua passione. Piacque; la trovaron simpatica, spiritosa, fina; si divertirono a stare con lei, a respirare un poco di quella polvere dorata, prestigiosa, che sembrava ravvolgerla di splendore, fatta di tante cose dissimili: dall'applauso che aveva suscitato intorno a s nella sua vita errante, all'oro che le avevano cosparso ai piedi e sul quale aveva camminato; da quella caparbia onest ch'era talvolta un nodo inestricabile, alle strane lussurie di chi la credevan capace nella sua coltre di bella donna errante. La fecero cantare, l'applaudirono, la lusingarono, le fecero crocchio intorno, verso l'ora del t; infine, se non si fosse intromesso qualche burbero marito, sarebbero fors'anco giunte ad invitarla nelle case loro.
Per riflesso, Arrigo profittava delle festose accoglienze che dappertutto si facevano alla Ruskaia. Da lei si teneva pi lontano che gli fosse possibile, per non ledere le buone apparenze, e il mondo, che, se ci gli garba, indulge talora fin oltre il necessario, fingeva d'ignorar persino che fossero amanti e che avessero in riva al lago una dolce villa dalle finestre semichiuse.
Durante le prove della recita egli se ne stava in disparte, nel grande atrio dell'albergo, talvolta nel giardino, mostrandosi pieno di garbo e di gentile modestia.
Le signorine gli ronzavano intorno, a sciami, curiose di lui, per quel che ne avevano inteso raccontare a mezza voce durante l'austerit dei pranzi familiari. Fra i crocchi di signore si discuteva intorno alla sua persona. Era giunto fin l quell'appellativo di bel Ferrante che gli avevano aggiudicato nei palchi del teatro, quando il suo nome si era diffuso per le prime volte, congiunto a quello della Ruskaia. Senza paragone infatti egli superava i due seduttori pi avventurosi della stagione lacustre: Cencio Baracco, vincitore di regate, e Massimo Randa, che ogni sera traversava il lago in lancia a benzina, per un legame che aveva su l'altra sponda. Li vinceva di bellezza e di novit, ma era forse un po' troppo virile per il gusto di quelle dame raffinate. Gli mancava senza dubbio quell'aria etica, quel pallor giallastro di cattiva digestione, quell'andar stanco su le gambe flosce, che preannunzia la spinite lontana; molto insomma gli mancava di quel che piace per lo pi nei giovini signori moderni, e che aggiudica loro talvolta la fama d'irresistibili. Ma con la svelta persona, col bel collo muscolato, con la maschera del volto precisa e chiara, parlava dirittamente ai sensi di talune, che non potevano impedirsi dal risentire una certa piacevole molestia in vicinanza di un cos bel dominatore.
Egli d'altronde non era, o non pareva essere, vano. Pi oltre spingeva i suoi disegni che a ferire il cuore di questa o quella ammiratrice; a men difficili tempi serbava gli oziosi tornei d'amore. La sua battaglia era di quelle che si combattono con taciturna pazienza, ed egli non vedeva davanti a s che una meta, necessaria, lontana. Cacciarsi a forza di gomitate abili dentro quel mondo resto: questa era per intanto la sua fatica. Ed a ci, tutto gli doveva servire; anche la bella voce della Ruskaia, anche le interessate cortesie del barone Silvestro, anche i pettegolezzi ch'egli sentiva correre intorno come lucertole fra l'erba, ed anche le non ambigue punzecchiature di donna Claudia del Borgo, che patrocinava la festa.
Questa donna Claudia era gi oltre nell'autunno della sua famosa e dissoluta bellezza; ma non con gli anni s'addormentava il suo tumultuoso cuore; non meno piacevanle con ardore le tempre giovini e salde per essersi alquanto sciupata ne' suoi lunghi vizi. Un marito inconcludente, ricco senza confine, era stato il mecenate silenzioso de' suoi folli capricci. Giovine, si era data a chi la voleva, a chi le piaceva; si era data nei modi pi strani e pi perversi, con una volubilit incontentabile. Aveva un tempo scandolezzata la citt tenendosi per staffiero il pi bello fra i cavallerizzi d'Ungheria, ed a quanti mormoravano, a quanti inorridivano, aveva risposto aprendo le sale del suo palazzo ad una ospitalit grandiosa e fastosa, ben pensando che il mangiare, il bere, il far danzare, il far vivere a scrocco, son l'offe che meglio debellano le infurianti maldicenze altrui. Ma ora, invecchiata e non stanca, metteva un certo studio nello scegliere per i suoi ultimi banchetti gli intingoli pi saporiti. Aveva quasi una smania virile di volersi appagare ogni capriccio, ed in certe riunioni di bellimbusti era corsa voce che donna Claudia fosse qualchevolta liberale. Un tenente, che aveva giocato e perduto sino a rischiar le spalline, s'era salvato cos; molti sconosciuti eran entrati in societ per la sua camera da letto. Poich'ella, non potendo scendere fino a loro, li innalzava talvolta fino a s. Inoltre donna Claudia s'occupava di maritaggi, e quando era stanca d'un amante, spesso gli procacciava una moglie tra la schiera delle nobili signorine che teneva in sua protezione. Almeno sotto un certo rispetto, erano per tal modo ben sicure di non imbattersi male.
Piacere a donna Claudia poteva insomma non essere un danno per tutti quelli che fossero nei panni d'Arrigo. Ed egli lo sapeva. Questo pensiero gli venne istintivo, il primo giorno ch'ella lo guard. Vi sono certe donne le quali osano guardarci con maggiore insolenza che non guardiamo noi la pi desiderata fra le donne. Anzi egli ebbe di quell'antica esperienza una sottile paura. Ma nei giorni successivi sent nascere il capriccio nell'animo di quella donna dissoluta, e con la sua borghese abitudine del calcolare, sbito valut il profitto che a lui ne sarebbe derivato. Ella certo lo avrebbe levato sopra uno scudo fin nelle sale del suo palazzo, lo avrebbe difeso e fatto ricevere in quel mondo chiuso. Quanto alle chiacchiere della gente?... bah!... egli non poteva salire che per mezzo d'una frode: qualunque fosse, l'avrebbe senza scrupoli consumata.
Donna Claudia se l'era un giorno fatto presentare dal barone Silvestro dopo le prove della recita, ed or amabilmente si compiaceva nel punzecchiarlo con il suo spirito pieno di vivacit e d'ironia. Nel corso di quelle settimane Arrigo aveva strette molte conoscenze, ma poich si trovava in condizione assai difficile, dato il suo legame con la Ruskaia, ne usava con molta cautela, per non urtare alcuna suscettibilit.
La bella Tatiana era gelosa. Se un poco di stanchezza stava per nascere in lei, questi fatti la dissiparono. Ella prese in odio tutte quelle che guardavan Arrigo con troppa insistenza, e molte volte s'ingelosiva senza ombra di ragione, poich la donna innamorata smarrisce del tutto il senso del suo proprio valore, se non quello della sua propria vanit. Ogni sera, nella intima villetta, furon alterchi e lacrime. Arrigo riusciva sempre a rasserenarla con qualche abile carezza, con qualche parola persuasiva; ma il giorno dopo si era da capo. Diveniva irascibile, sospettosa, inquieta; durante le ore che passavano all'albergo non lo perdeva d'occhio un momento; se usciva solo, d'un tratto gli capitava presso, ed inoltre aveva ordinato alla domestica di non consegnare che a lei sola qualsiasi lettera giungesse nella casa. Una volta che donna Claudia era stata oltre il consueto provocante con Arrigo, la Ruskaia fu sul punto di fare i bauli e andarsene via, piantando in asso le dame del Comitato, le prove, la recita di beneficenza.
Quel giorno gli occorse non poca fatica per riuscire a calmarla.
Frattanto il buon barone Silvestro, designata vittima di quei malumori, ebbe a ricevere un sacco di sgarberie. Ma non disper. Sapeva che tutto viene a suo tempo: il frutto su l'albero acerbo e il bacio d'amore sui labbri della donna resta.
Se il giorno della recita avesse tardato ancora, certo la commedia non sarebbe stata a lieto fine. Quelle dispettose nobildonne si mettevan allegramente di puntiglio nel provocare la gelosia della cantatrice, sicch facevano ad Arrigo pi mone che mai. Donna Claudia, superba e sfacciata, non se ne dava per inteso. Con quell'aria di gran dama che non aveva mai perduta nelle pi scapigliate avventure, civettava con Arrigo sotto i lampeggianti occhi della Ruskaia e pareva divertirsi mezzo mondo a veder l'impaccio del perplesso amante. Gli aveva detto un giorno:
Mi piacerebbe invitarvi da me, in villa; ma forse la vostra piccola amica non ve lo permetterebbe...
E rise, con il suo riso pieno d'insolenza.
Poi, un altro giorno:
Vado in citt una volta la settimana, il gioved, col treno delle undici...
Arrigo finse di non comprendere. Gli parve che anche agli uomini fosse talvolta mestieri difendere la propria onest.
Ma quando la Ruskaia ebbe cantato, nel giorno della recita, la scena fu coperta di fiori. Per farle una cesta, il barone Silvestro aveva mietute le pi belle aiuole del suo giardino. E la pagaron d'applausi per quanto l'avevano fatta soffrire.
Dopo d'allora nessuno li vide pi. Eran tornati a vivere nascosti nella villa odorosa di gelsomini.
L'autunno intanto cominci a buttare i suoi tappeti gialli su le inclinate praterie della montagna; ricam di assiderati brividi le calme acque, all'avvicinarsi della sera. Le aperte magnolie si sfasciarono, caddero dai rami alti, nel fogliame lucido. Le rose delle spalliere si sfogliarono fiore per fiore su la bianca ondata, e si dispersero via, per il lago, tra le foglie secche, ad una ad una.
E gli amanti ritornarono in citt. La Ruskaia fu scritturata per la nuova stagione; Arrigo riprese a poco a poco una maggiore libert. Ormai gli pareva che la sua casa fosse troppo modesta, sicch prese un altro appartamento di gran lunga pi lussuoso e si fece servire da un domestico in livrea. Occorreva un certo apparato per ricevere Donna Claudia e tutte l'altre che verrebbero in sguito. Gli usurai cominciavano con fargli credito, vedendolo vivere in mezzo a gente danarosa, e quando alle scadenze non provvedevano le carte, era Tatiana che pagava le cambiali. Ma non pi con la serena incoscienza delle prime volte. Ora si rabbuiava, piangeva discretamente miseria, e v'erano gi state alcune discussioni aspre, sopra tutto per le spese dell'appartamento che a lei parvero eccessive. Allora egli la fece da millantatore, s'offese, giur che l'avrebbe ripagata, e con avanzo, d'ogni denaro avuto, poi, per qualche giorno, scomparve. Ma Tatiana lo torn a cercare, sebbene fosse stata un momento in dubbio se profittare di quell'occasione per accogliere l'offerte allettevoli del barone Silvestro, che aveva, di fronte alle donne, due supreme virt: la pazienza e il denaro.
Tatiana certo non era interessata; ma spendeva per i suoi abiti non meno di cinquantamila lire all'anno; adorava i gioielli e se ne stancava presto, il lusso, lo spreco erano per lei pi necessari che il pane. Da un anno in qua i suoi guadagni si erano ridotti quasi a nulla, poich le paghe d'un teatro italiano, per i suoi bisogni, erano ben povera cosa; da Parigi il suo banchiere, ad ogni richiesta di denaro, le mandava lettere quasi paterne, avvertendola che il suo conto corrente scemava con una rapidit spaventosa. E insomma, se l'amore pu, nei proverbi, contentarsi d'una capanna, la parola d'un banchiere previdente riesce non di rado a sconvolgere tutto un ordine d'idee. Quel barone Silvestro, dalla barba crespa, era infatti un po' ridicolo, con la sua grande aria da re dei burattini, ma che appoggio serio per una piccola donnina, sola nel mondo, con i suoi capricci e con le sue guardarobe favolose!... Infine la Ruskaia rifletteva su ci, molto seriamente, bench non sapesse risolversi ancora.
Una mattina Arrigo stava dormendo, quando il domestico lo venne a svegliare, portandogli un biglietto da visita ch'egli squadr con occhi assonnati. Nello stesso tempo s'intesero due nocche battere familiarmente all'uscio.
Sono io, disse dal di fuori una voce, che gli parve di riconoscere per quella di Beppe Cianella.
Oh, venga pure avanti!
Con urbanit si scusarono a vicenda, il primo d'essere venuto, l'altro di riceverlo stando in letto.
Arrigo not che per la prima volta il Cianella gli dava del tu.
Sono venuto per due motivi: uno...
Ma si segga!
Dimmi siditi;  pi semplice. E siccome devi aver sonno, cercher di spiegarmi in fretta.
Arrigo aveva gi compreso: la visita mattiniera, il tono, quella familiarit... poi se l'aspettava da un pezzo.
Comincer dunque dalla cosa peggiore. Vengo a seccarti per un prestito. Se puoi, mille grazie; se no, poco male.
Arrigo accese una sigaretta.
 questione di cifre, disse con un sorriso amabile.
Cinquemila, precis il Cianella, che amava di andar per le spicce. E si mise a contemplare la fisionomia del suo recente amico.
Arrigo medit qualche attimo.
Ci posso arrivare forse, ma con un po' di fatica, disse. Al momento non le ho, ma prima del pranzo spero di fartele avere.
Grazie, rispose l'altro con semplicit, come se le avesse gi intascate. Poi si credette in obbligo di qualche spiegazione.
Ho presa una batosta la notte scorsa. Quel diavolo di Sacco Berni ci ha messi tutti sul lastrico. Sapessi che smazzate, mio caro!  tornato dalla campagna con una fortuna pi spaventosa che mai. Invece io, da un mese in qua, non faccio che perdere. Pazienza! Intanto ti ringrazio. Sono venuto da te, sapendo che hai buon cuore e che sei un uomo discreto. Ma non son venuto solo per stoccarti...
Fece una pausa ed assunse un'aria di protezione:
Tot Rigoli mi ha parlato della tua presentazione al Circolo; mi ha domandato se accetterei di firmare la tua scheda insieme con lui... sopra tutto in questo momento che ho la carica di segretario temporaneo. Tot Rgoli ti vuol bene. Ed io, naturalmente, ho accettato. Firmer oggi stesso la domanda e mi metter a fare una campagna in tuo favore. Sai, qualchevolta, per ricevere un nuovo socio, sollevano mille difficolt... Nel caso tuo ci sar da combattere, perch hai suscitato molte invidie... A proposito come sta la Ruskaia?
La Ruskaia stava benissimo, e pag lei, naturalmente, le cinquemila lire che occorrevano a Beppe Cianella perch questi accettasse di presentare al Circolo l'amico dell'amico Tot.
E l'urna, talvolta ingiustamente crudele, fu propizia a quest'uomo che aveva il coraggio di credere nella fortuna. Ebbe una votazione assai contrastata, ma per un piccolo eccedere di palle bianche gli si apersero le porte di quel Circolo nobiliare che per molti anni era stato il privilegio di una casta veramente appartata. Le barriere pi alte cadevano davanti al passo dell'avventuriero; sopra il suo nome si era combattuta una di quelle piccole battaglie mondane che decidono l'avvenire d'un uomo.
Che importava a lui se dietro le sue spalle alcuno mormorasse, alcuno gridasse pure al sopruso? Li avrebbe fatti tacere, li avrebbe vinti, o con la persuasione o con l'arroganza, perch poteva ormai dividere gli utili dagli inutili e gli amici dai nemici.
Allora fece un bel bucato di tutta la sua roba sporca, e guardando con fiducia nel limpido avvenire disse per la prima volta a s medesimo:
Si arriver!
...
.
...
Capitolo 14.
...
.
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Donna Claudia s'era pagata il suo capriccio. Se l'era pagato senza troppe cautele, da donna esperta e frettolosa. Non fece che scrivere nel suo catalogo mentale questa riflessione molto semplice: Uno di pi. Era fra quelle donne coraggiose che non tentano di mascherare dietro vane commedie sentimentali quella perenne voglia del mutamento che in verit costituisce la sola ragion d'essere di tutti gli amori galanti. Si era detta: Mi piace; lo aveva lasciato comprendere a lui, comprendere a tutti, poich le sue stoltezze eran ci che di pi serio aveva saputo commettere nella vita. Non le rincresceva d'invecchiare, perch non portava con s nella vecchiezza nessuna rinunzia, nessun rammarico; si era dispensata, goduta e lasciata godere fino al limite del suo desiderio; tutte l'ore trascorse della sua vita le parevan degne d'esser rivissute.
Nella penombra d'una camera ella poteva nascondere ancora il numero soverchio degli anni e sapeva qualche malizia di vecchia gatta, che meglio d'una fresca inesperienza poteva innamorare i giovini. Se il volto e la gola sfiorivan un poco, le rimaneva pure quel superbo seno che nessuna gelosia d'amante era mai riuscita a farle bastevolmente coprire negli abiti da ballo, e quella cintura pur salda nella strettezza delle reni, che tanti spasimi aveva contenuti, senza disfarsi nella lascivia, senza patire dalla volutt.
Da troppo tempo Arrigo era fedele alla sua dolce Tatiana; aveva sete di bere ad un calice pi amaro, e, quando la prima volta s'incontrarono, Donna Claudia lo trov impaziente. Sorpresa e lusingata di piacergli, cess da quel sarcasmo brioso con il quale si preparava a difendere la sua maturit contro le diffidenze dell'uomo giovine. Ed anche gli fu riconoscente, perch nulla  pi triste per la donna che lo svestirsi con paura sotto gli occhi attenti d'un uomo al quale avrebbe potuto piacere follemente una decina d'anni prima.
Donna Claudia cominci con invitarlo a pranzo; nella sua casa era sempre tavola bandita, gaio spirito e libera ospitalit. Varia e dissimile gente vi conveniva insieme, accomunata sotto la tutela del gentilissimo blasone che gli avi di don Antonio del Borgo avevan recato di Spagna per il tramite d'un maritaggio e per l'onore d'una pace conchiusa. Ma don Antonio lo avrebbe ormai lasciato perire, poich la sua prodiga moglie s'era invano affaticata per fargli nascere un erede.
Arrigo si appropriava con rapidit le usanze delle persone fra le quali era condotto a vivere; dalla bottega paterna alle sale dei palazzi, per un veloce cammino, si era tolta di dosso tutta la reminiscenza plebea che portava dal suburbio e dalle basse frequentazioni; un nitido signore sbocciava in lui, spontaneamente ricco d'eleganze, piacevole in tutto a conoscersi, tanta era la padronanza ch'egli aveva sopra s stesso e la fede ambiziosa nella meta del suo cammino. Pochi mesi bastarono per assuefarlo a quella vita nuova, come se l'avesse vissuta fin dall'infanzia. Forse, nel compiere quell'ascensione, il suo sangue si risovvenne che non era sangue di plebe, se tale oscura memoria pu non morire traverso la discendenza ed i casi alterni della vita.
Da quelle sale fu condotto in altre numerose, ove strinse amicizie, intraprese piccole avventure, coltiv gli uomini e le donne che potevan esser utili a' suoi disegni, ebbe l'accortezza di parer modesto e di non suscitare alcuna gelosia.
Poich sapeva di avere una cultura manchevole, pazientemente prese ad istruirsi, celando le ore dedicate allo studio come se fossero una colpa, e spiegando nelle sue dense giornate una infaticabile attivit. Si volle raffinare con ogni diligenza, per un naturale amore della raffinatezza che dormiva in lui. Dietro la maschera impassibile del suo volto s'indovinava talora la febbre dell'anima irrequieta; ma una tirannica volont soggiogava tutte le sue passioni ed egli provava quasi una iraconda gioia nel soffocare le ribellioni dell'istinto. Di s medesimo era splendidamente l'arbitro il maestro ed il soggiogatore.
Qualchevolta eran battaglie aspre contro una certa sua naturale arroganza, che mal si fletteva nello sforzo dell'adulazione; qualchevolta era forse il bisogno di trovare un amico vero, un'amante vera, e narrargli la sua piccola storia; qualchevolta era tutto il suo essere che si torceva sotto la fatica di quella fredda e scaltra commedia; ancor pi, quando per le sue vene, in certi giorni, in certe ore, passava una prostrazione fisica pi dolorosa d'un male, ed egli sentiva in s quasi la remota paura, la buia coscienza d'un pericolo che sovrastasse alla sua vita.
Gli pareva di avere in s una fiamma serpeggiante, o talora qualcosa di viscido, che salisse, salisse, fino alla sua gola, fino al suo cervello, e talvolta un ronzo, un rombo, un bisbiglio, uno strepito di cose lontane, imminenti, aspre, dolci, pi forti e pi vive che il sogno della sua mediocre vita.
Qualchevolta un corpo femminile, pur non desiderato, lo turbava cos profondamente ch'egli sentiva tutto il suo grande imperio svanire in un malessere senza nome, comunicargli un dolore acutissimo, e il vento, l'ondata, la fiamma, il gorgo, la vertigine, mille sensazioni confuse, calde, logoranti, gli occupavano lo spazio interiore dell'essere, prostrandolo in una specie d'annientamento.
Poi si vinceva e rideva. Tornava con impeto a combattere la sua battaglia illecita, mettendo l'ambizione sul taglio della spada e l'onest nel fodero. Per il denaro lottava, nelle notturne ore assidue sul tavoliere conteso, facendo pro' di tutte le forze contro le debolezze altrui. Pericolando camminava su l'orlo dei precipizi, reggendosi a quel filo tenue che la fortuna tende agli spiriti audaci.
Dopo una lite pi acerba delle altre, Arrigo e la Ruskaia si erano abbandonati, senz'essere ben certi di non amarsi pi. Ella si era lasciata sfruttare senza lamentarsene, fin quando Arrigo era stato per lei un amante appassionato e fedele. Ma dopo il suo ritorno in citt, troppo egli la trascurava e troppe ore le lasciava di solitaria meditazione. Le sue apparizioni presagivan per lo pi qualche pagamento vicino, e la Ruskaia fin con dirsi ch'egli l'avrebbe rovinata in poco tempo senza nemmeno serbarle un poco di riconoscenza. Aperse gli occhi, e finalmente si trov ridicola. Da ultimo, le giunse una lettera anonima, che le rivelava in modo esplicito l'avventura di donna Claudia con Arrigo, dandole, perch ne fosse certa, i pi minuti particolari sul luogo e su l'ora in cui solevano incontrarsi. Gi sospettosa, ella non ebbe che raccoglierne la prova. Si mise al classico agguato, e donna Claudia, che in vita sua s'era trovata in ben altre contingenze, riusc con la sua presenza di spirito ad evitare uno scandalo.
Fra Tatiana ed Arrigo fu invece una rottura liscia, senza lacrime, senza furori, come fra gente gi preparata da un pezzo a doversi lasciare; gente calma, che comprenda la necessaria parabola delle cose umane, e partendo si ringrazi a fior di labbro d'aver insieme recitata per qualche tempo, con perfetta sincerit, la commedia dell'amore.
Allora il barone Silvestro si fece animo, ed ebbe finalmente ragione d'aver sperato nella sua fedele pazienza, nella sua devota urbanit. Gli uomini ricchi e le donne belle finiscon sempre con intendersi fra loro.
Su questo avvenimento si fecero grandi ciarle nei ritrovi dei Mammagnccoli, nei teatri e nelle sale dove Arrigo incominciava ad essere invitato con grande favore. La rottura fu spiegata in vari modi, e non tutti benevoli per Arrigo. Ci fu pure chi compianse la Ruskaia, credendola sempre innamorata di lui. Ma ormai ch'ella s'era scelto a protettore un uomo da bene, tutti gli antichi spasimanti le si rimisero alle calcagna, ed il suo ritorno alla scena fu per lei una serata trionfale.
Arrigo era in teatro quella sera, disinvolto e sorridente. Lo si vide pure applaudirla dal palchetto di Clara Michelis, la ricca vedova sentimentale ch'egli stava per avvolgere nelle sue reti, facendole una corte insidiosa e paziente.
L'intermezzo di donna Claudia non sarebbe durato a lungo. Ella d'altronde non faceva per lui, perch'era troppo sfacciata, troppo accorta, e, durante le ore d'intimit, troppo esigente nell'opera delle amorose fatiche. Inoltre a lui pareva che avesse un cuore di pietra! Purtroppo non avrebbe compreso mai, quella incorreggibile marchesa, come il dovere d'una donna vecchiotta fosse quello di soccorrere un bel giovine, senza nemmeno farselo dire!... Insomma, ella ormai gli dava sinceramente ai nervi, ed anche la sua bella Tatiana ricominciava con dargli ai nervi in altra guisa, dopo qualche mese di separazione. Gli era venuto il rimorso d'averla troppo tormentata quand'era sua, ed insieme il dubbio di essere stato uno sciocco nel rinunziare a lei.
Il barone dalla barba crespa l'aveva ripristinata nell'antico splendore. Ella viveva ora con magnificenza, con sperpero; la si vedeva dappertutto, a fianco del suo barbuto barone, che pareva sdilinquirsi a guardarla negli occhi. Egli le aveva preso un appartamento, del quale si dicevan cose mirabili, aveva messo un'automobile sfavillante a' suoi servigi, le mandava in casa un gioielliere di gran fama che aveva libert di suggerirle i desiderii pi costosi, e quantunque il barone fosse ricchissimo, la buona gente si rallegrava gi pensando che sarebbe finito egli pure sul lastrico. Tali donne, quando non amano, divengono barbaramente venali.
Si diceva che Rafa Giuliani le avesse regalata una collana di ventimila lire per una visita di mezz'ora; Carletto Santorre giurava d'aver ricevuta una promessa; il conte Aimone dell'Ussero le faceva proposte regali pel tramite della propria mezzana; Paolo del Bassano torceva la sua bocca feminea quasi per dire con un sorriso da irresistibile: Peuh, se volessi...
E tutto ci esasperava i nervi di Arrigo, tanto pi che gli amici si credevano in dovere di punzecchiarlo. Qualchevolta gli avveniva d'incontrarla per istrada, nei negozi o nei teatri. Un turbamento simultaneo li rimescolava entrambi ed evitavano di guardarsi come due che avessero in cuore la reminiscenza d'una segreta colpa. L'uno e l'altra si studiavano di atteggiarsi alla maggiore indifferenza; ma non era punto cos, ed il buon barone Silvestro lo sapeva tanto bene, che ostentava con Arrigo una grande freddezza e quasi quasi evitava di salutarlo.
Tatiana del resto era stata una buona donna. Avrebbe facilmente potuto vendicarsi di lui, raccontando qualche piccolo particolare intimo, assai grave per il bel Ferrante. Ma evidentemente invece aveva taciuto, e spesso, mentre cantava, i suoi occhi lo cercavan dalla ribalta come nei primi tempi del loro amore, quand'eran l'uno per l'altra due sconosciuti.
A lui avveniva di sentirsi penetrare da quella voce fino a soffrirne, o d'appoggiarsi al parapetto d'un palco, stringendosi le tempie fra i pugni chiusi, e di scordar s stesso nel guardarla smarritamente, con un turbine di memorie nel cervello e nelle vene.
Aveva la tentazione terribile di darle per l'ultima volta un caldo bacio; gli avveniva di provare una commozione sciocca davanti ai piccoli oggetti, alle improvvise memorie che gli erano rimaste di lei. Purificata, rinnovata, pi che mai desiderabile, quest'amante perduta lo innamorava un'altra volta di s.
Una sera fu l l per accostarla in una contrada semibuia. Le scrisse pure alcune lettere, che poi si vergogn di mandarle. Dal palco alla scena, si guardarono spesso, turbati entrambi, come se fra loro, per l'aria, fosse passata una carezza. Il barone Silvestro aveva notato qualcosa e vigilava come un can da guardia. Ma l'amore sa essere pi scaltro della gelosia.
Egli le mand un mazzo di violette di Parma, poich c'era un profumo di violette nella loro storia d'amore. Poi, una sera, verso l'ora in cui l'impeccabile barone Silvestro soleva trovarsi al pranzo della sua vecchia madre, non sapendo come altrimenti parlarle, si diede animo e le telefon:
Sei tu?
Chi tu?
Tatiana?
Ah...
Senti...
No, no!
Voglio vederti...
Mai pi!
Vieni da me domani, dopodomani, quando potrai...
No. Che sciocchezze! Lsciami...
Tatiana!...
Ella vi and, naturalmente, e, come spesso avviene, tornarono amanti nascosti dopo esserlo stati con piena libert. Si ridiedero gli stessi baci e godettero nel trovarvi un pericolo grande, una insolita paura, come in tutte le passioni che hanno il pregio d'essere vietate.
Ma la cosa non pot rimaner secreta; troppi erano i gelosi che stavano all'erta, e ci fu qualche maligno ciarlatore che ne diede sospetto al barone.
Questi non giunse ad averne la certezza, ma l'odio contro il bel Ferrante gli si fece cos vivo, che l'animo battagliero dello smilzo ufficiale d'un tempo rivisse nel pingue gentiluomo, e con acre fermezza egli si propose di offendere al primo incontro il suo bel competitore.
Al Circolo, una sera, si parlava di due ch'erano in procinto d'esservi accolti come soci o respinti, secondoch lo scrutinio avesse dato ragione ai loro spalleggiatori o piuttosto a quelli che si erano accordati per volerne l'esclusione.
Uno de' due, Giorgio Levi, aveva contro s il peccato della sua razza, la mala fama d'un patrimonio raccoltogli dal padre con i proventi d'una banca equivoca e la colpa d'aver sposata per convenienza una donna di bruttezza intollerabile.
L'altro, Alessio Macchi, era uno scapolo d'et matura, uscito dalle classi plebee con un ingegno solido e rapace, con una volont possente, cosicch, tramando abili speculazioni, era giunto a governare arbitrariamente le oscillazioni giornaliere de' valori di Borsa.
Arrigo, preso nel mezzo di questa discussione, ascoltava tanto gli uni che gli altri senza esprimere alcun parere; anzi appariva chiaramente angustiato.
Il barone Piaggi s'avvicin, inframmettendosi nella discussione con certe frasi acri che parevano raschiargli un po' la gola; nel suo viso apoplettico brillava un'irritazione mal dissimulata ed i suoi gesti perdevano la consueta misura.
Squadr il bel Ferrante bene in faccia, poi disse:
 ora di finirla! Ogni mascalzone avrebbe dunque il diritto di proporsi ormai al nostro Circolo, ed anche la fortuna d'esservi accolto? Perch mai questa gente vuol essere de' nostri?
Arrigo si fece orribilmente pallido, ma tacque.
Scusa, intervenne Balbo Verani, vice-presidente del Circolo, mi sembra che tu esageri un pochino!
L'altro riprese con veemenza:
Non esagero affatto! Chi sono questo Levi e questo Macchi? Ebrei, si era d'accordo nel non volerne. Ora passeremo anche sopra questo? E il Macchi? Un ribassista fra i pi smascherati, un uomo che ha sempre avute le mani in pasta nelle pi nere speculazioni di Borsa!
Non ha torto, ammise laconicamente il marchese Berrini, con quella voce nasale che dipendeva dal suo malumore cronico.
Ah, no, per Dio, proruppe il barone. Dove si andrebbe dunque a finire? Se quelli entrano, io me ne vado.  ora di finirla con questo genere di personaggi che si fan proporre al nostro Circolo dopo aver schivato il Cellulare!
Fiss di nuovo Arrigo e soggiunse:
Fra poco, per qualche centinaio di lire all'anno, andremo a raccattare i nostri soci nei caff o nelle bische dove bazzicano tutti gli avventurieri! Cosa non nuova del resto, perch purtroppo l'esempio  gi dato.
Sopravvenne uno di que' gelidi silenzii, pieni d'attesa e d'ambiguit, durante i quali gli occhi di tutti convergono sopra uno solo. Arrigo si lev, pallidissimo, dominando con la forza de' suoi nervi contratti una collera spaventosa.
Sono l'unico, disse con voce rauca di tremito, al quale sembrano rivolgersi, non le vostre parole, ma la slealt e l'impostura con cui le dite. Mi vergognerei di scegliere una strada cos poco diritta se avessi l'intenzione di provocare un uomo!
Levarono i pugni entrambi, ma furono trattenuti, e ci fu in serata uno scambio di padrini.
Tutti i telefoni sparsero la notizia tra quelli che ancora vegliavano per i ritrovi della citt notturna.
Il barone aveva il torto d'essersi mostrato geloso, e molti ne risero. La causa vera dell'incidente soverchi e nascose il pretesto dal quale era nato. Alcuni opinarono che Arrigo avesse risposto bene, ed egli riscosse in ogni modo qualche simpatia, perch il barone aveva la fama di un terribile duellatore. Almeno al tempo della sua giovent, menava certi fendenti spaventosi che scotennavano e sfiguravano. Sarebbe stato peccato per il bel Ferrante!
Li condussero la mattina dopo su lo sterrato d'un ippodromo e li misero di fronte, a torso nudo.
Faceva un cos bel sole, ch'era peccato giocarsi la vita. Ma la rischiava lietamente Arrigo, perch il barone Piaggi gli rendeva insomma un certo onore incrociando il suo ferro con lui. Simile onore gli rendevan i quattro rappresentanti, fra i quali erano tre patrizi autentici ed un uomo esperto di cavalleria. Quest'ultimo era Lanzo Malatesta, padrino di professione, che gli aveva pure insegnato un colpo al braccio, uno di que' tali colpi segreti, che fra gli altri difetti possiedono pure quello dell'infallibilit.
Lo diede infatti, ma non senza il contraccambio, perch il ferro del barone, altrettanto infallibile, gli segn su la guancia sinistra una ferita piuttosto lunga, diritta, elegantissima.
E col tempo gliene rimase una bella cicatrice bianca.
Questo duello fu la corona d'alloro del suo torneo mondano. Se fino allora taluno l'aveva guardato in cagnesco, armandosi d'una certa diffidenza, per tutti quei punti interrogativi ch'erano intorno al suo nome, adesso che s'era battuto con Silvestro Piaggi e che due gentiluomini s'erano incomodati, con altri due, per condurlo sul terreno, adesso che portava sulla guancia la ferita cavalleresca, nessuno pi perdeva il tempo in simili restrizioni, e, per quel tanto che v' di formale o di bizzarro nelle cose mondane, la taccia pubblica d'avventuriero e di spostato gli era servita ottimamente a consacrarlo gentiluomo.
Anzi quella ferita vinse definitivamente il cuore di Clara Michelis, cui egli faceva una corte accanita, ma fino allora infruttuosa.
Clara Michelis volgeva sopra i trent'anni, l'et voluttuosa e pericolosa che talvolta nella donna fa sbocciare le pi calde primavere del sentimento. Non era del tutto bella, ma il suo pallore, i suoi grandi occhi neri, e quella sua fragilit profondamente sensuale, davano al suo corpo delicato una particolare attrattiva, cui non era del tutto estranea certa leggenda mormorata fra le sue conoscenze, cio che avesse consunto il marito in pochi mesi di matrimonio, per soverchio amore. Aveva una figlia giovinetta, ch'era tutta la sua passione, poich la prediligeva con quella tenerezza un po' maniaca ed eccessiva che si ha per un cagnolino, per una bambola, per un ninnolo; infuori da questo, la sua vita era vuota... oh, infinitamente vuota!
Interrotti gli amori clandestini con la Ruskaia, Arrigo si trovava talvolta in impicci assai difficoltosi. Non era certo su Donna Claudia che avrebbe fatto affidamento, sebbene la vedesse vivere in quello sfrenato lusso ch'era quasi un contorno necessario alla sua bellezza sfiorente. Donna Claudia, tutt'al pi, rappresentava per Arrigo un'egida provvisoria, una indispensabile introduttrice, poich per tutte le difficili e vietate soglie si passa in molti casi grazie al favore d'una donna.
Ma egli era conscio della sua condizione precaria, e con discernimento e con freddezza si andava cercando per intorno qualche protezione pi sicura.
Aveva conosciuta Clara Michelis in un salotto e le aveva messi gli occhi addosso, un poco per curiosit, quella curiosit naturale in lui verso tutte le donne che potessero agevolargli la strada, un poco perch subiva egli pure il fascino capzioso della vedova disoccupata. Gli piaceva, gli conveniva e lo tentava insieme. Passava per ricca, forse pi che non fosse; la si vedeva poco nei teatri, poco per istrada, non era gran che mondana, ma intorno alla sua vita lievemente misteriosa le chiacchiere del mondo s'erano sbizzarrite assai. Di tempo in tempo la davano per fidanzata; invece la sua vedovanza continuava pertinace.
Arrigo le si mise intorno senza ben sapere cos'avrebbe desiderato da lei. Per intanto agognava di possederla, ed aveva pure supposto che fosse pi facile cosa. Ma Clara Michelis era fra quelle che studiano ed irritano lungamente la pazienza dell'uomo prima d'uscire dalla propria torre eburnea, disposte a cedere onoratamente le armi. Ella si sapeva ormai vicina a quell'et nella quale prendere un amante vuol dire forse compiere l'atto definitivo della propria storia amorosa, affrontarne forse il pericolo estremo: quello d'innamorarsi davvero. Perci si valeva di tutte le sue esperienze precedenti. Era gi presso a quel punto in cui la donna, particolarmente quella che non fu onesta, anzich lusingarsi d'un desiderio che la ricerchi, ne dubita o se n'offende, quasich le spiaccia d'essere considerata una troppo facile preda. Poi, nel rifiuto ambiguo, crudele, esasperante, che provoca le grandi tentazioni e le grandi arditezze, c' per la donna talvolta un godimento pi fine che nella dedizione stessa.
Infatti Arrigo s'era incapricciato di lei con una certa esasperazione, e si doleva nel doverselo confessare. La gente, vedendoli molto insieme, gi da un pezzo diceva che fossero amanti, quand'egli ancora non era giunto a baciarla pi in su che il polso; quel polso nervoso e venato che pareva un minuscolo gingillo nella sua mano forte. Ello lo esasperava col suo profumo, con la sua voce, con la sua maniera di muoversi, di ridere, di negarsi; lo seduceva con tante piccole rarit sentimentali ch'erano in lei racchiuse come in un cofano prezioso.
Egli si tormentava di quella instancabile civetteria, come alcuno che avendo gran sete, sol potesse di quando in quando rinfrescarsi le labbra riarse con qualche gocciola d'acqua pura. E si trovaron ancor pi attratti l'un verso l'altra dalla passione che avevano per la musica, entrambi. Ella suonava il piano con uno squisito calor di sentimento; egli, curvo su l'arco del violino, curvo su lei, tra il profumo delle sue treccie, l'accompagnava. Nella sala quasi buia, tra il volo delle note, sentivano roteare intorno il vortice della tentazione, piovere nelle pause ambigue il velo d'un incantamento.
Talvolta, nel muoversi, nello scuotere leggermente il peso delle sue treccie all'indietro, ella incontrava e toccava il suo braccio, con paura; talvolta il respiro dell'uomo curvo le passava sul collo ignudo, avvolgendola tutta in un freddo e lento brivido. Fra i due candelabri, nel riflesso dell'ebano, pur senza volgersi ella vedeva la faccia di lui, tormentata, piena d'una rabbia virile, che le dava una sensazione fisica estremamente voluttuosa.
Passarono tutta la musica da camera che pot mai essere scritta per il martirio degli innamorati, e qualche volta, mentre le sue mani trasparenti correvano veloci su la tastiera, l'archeggio del violino s'interrompeva di sbito, ed una bocca bruciante le cercava, il collo, tra le radici dei capelli, con una voglia rabbiosa di mordere. Qualche volta lo vedeva in ginocchio, supplice come un bimbo.
Le sue vestaglie di seta facevano appena un morbido frusco d'ala, nel fuggire. Poi, nell'altra stanza, rideva, rideva, con la gola piena...
Dirgli di s... come sarebbe stato facile! Ma forse avrebbe interrotto quell'incanto, ed ella non voleva. Viziata, snervata, appassionata, era questo l'amore che a lei piaceva.
Ma una sera che le tende gonfie lasciavano entrar la primavera, i candelabri si spensero in un soffio d'aria, le rose aperte nei vasi di cristallo stormirono come se fossero su le spalliere...
Veniva dalla strada un rosso riverbero di lampioni, disperso nell'azzurra luce della notte primaverile; veniva di tempo in tempo qualche scalpicco di passanti, qualche fragore di ruote che lontanavano, qualche risata.
Allora, d'improvviso, con rabbia, egli si pieg su lei, cerc la sua bocca innamorata, bevve il suo pi gonfio respiro, la sua crudelt pi forte, che traboccava in un riso convulso...
Le tende gonfie di profumo soffocarono il lor grido d'amore, lo confusero nel vento soave con la fragranza delle rose, lo dispersero via, nella notte, fra le musiche della primavera...
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Libro 2.
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Capitolo 1.
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Trascorsero due lenti anni. Nel crocchio d'amici, fermi su l'angolo della bottiglieria, si parlava immutabilmente di donne, di giuoco, d'amore.
Sul marciapiede opposto una giovinetta pass, con un'andatura svelta, con qualcosa di simile alla cingallegra nella sua fresca giovinezza, movendo entro la gonna succinta l'onda mutevole del suo corpo.
Chi  quella ragazza? domand il marchese di Sant'Urbino, additandola al crocchio degli amici.
Bellina! disse Cesare Farra, che amava d'ogni frutto le primizie immature.
Pare una piccola vespa! comment Lanzo Malatesta, maneggiando per celia la sua mazza come una sciabola, da quell'abitudine ch'egli aveva di celiatore e di schermidore.
Tot Rgoli avanz di qualche passo fuor dal marciapiede per ravvisarla meglio.
To'!... se non erro, dev'essere la verginella che sta per cascare con Rafa Giuliani. L'ho veduta una sol volta, per la riconosco.  un amore!
Gi lontanava. Di lei distintamente non si vedeva pi che la bella capigliatura, d'un vaporoso color biondo.
Sacco Berni fece una smorfia; qualche volta gli piaceva proverbiare; disse:
Stretto passaggio, si paga il pedaggio.
Ma Rafa  molto ricco, not Giorgino Prmoli. A queste inezie Rafa non bada.
Poi dev'essere innamorato cotto! prosegu Franco Spada. Rompe i timpani a tutti con le sue confidenze. Non sapevo che fosse per quella l. Graziosa. Ma mi sembra un poco mal vestita. Che fa? La sartina?
Dev'essere una ragazza onesta, ma figlia d'un cornuto, sentenzi il Rgoli. Perch i padri legittimi non riescono mai a farle cos belline. Vi pare? Quanto poi a rivestirla con eleganza provveder il buon Rafa... Eccolo appunto! E guardate come corre!
Il Giuliani passava su l'altro marciapiede, camminando in fretta. Lo chiamarono, ma non rispose.
Corri, corri, che sei in ritardo! gli grid dietro Sacco Berni.  passata or ora.
Io delle vergini ho paura, disse gravemente Giannotto Pigna, perch molte volte attaccano la sifilide...
La marchesa di Versano pass in quel mentre, nella sua carrozza scoperta, con la pariglia del sauro e del grigio, due superbi trottatori. Molti si levarono il cappello, inchinandosi profondamente.
L'aborto non le ha fatto male, osserv il Rigoli. Si  rimessa molto presto. Ma il Commendatore ha certo avuta una bella paura...
Alcuni, poich'eran amici di casa, si astennero dal ridere.
Tot, la conosci la vergine di Rafa?
Io no.
E allora come sai ch' una ragazza onesta?
Me lo ha confidato Rafa.
Sopraggiunse il conte Anatoli, con un abito nuovo, che gli stava malissimo. Era famoso per la sua eleganza ridicola. Molti si misero a burlarsi di lui, cosa che in fondo lo lusingava.
 una vespa, ma  carina, ribatt Lanzo, al quale non poteva uscir dal capo. E domand al Pigna, uso a piantonare per lunghe ore quell'angolo:
Passa ogni giorno qui?
No, quasi mai.
Il del Ferrante, la notte innanzi, aveva vinto al Circolo trentamila lire. Quando giunse fu assai complimentato e gli fecero narrare i particolari della bella partita. Ma in quel punto scese di vettura la Tita Borsani, che si era data modestamente il nome di Tita La Vallire per miagolare nei teatri di variet. Aveva, tempo addietro, avuto un capriccio per il del Ferrante, e non appena lo scorse, poich doveva passare frammezzo al crocchio, lo prese per il braccio dicendogli con una certa ostentazione:
Venite ad offrirmi una tazza di t.
Il del Ferrante, con l'aria d'un uomo che ubbidisse a malincuore, l'accompagn nella sala. Molti altri li seguirono.
E cos che tenete le vostre promesse? disse ad Arrigo la signorina La Vallire, non appena furono seduti. V'ho aspettato ieri e l'altro ieri. Aspettato per modo di dire: cio sono rimasta in casa.
Piccola Tita, sai bene che avevo detto: forse...
Perch mi di del tu, scusa? ella interruppe con impertinenza.
E tu?
Ah, va bene!
T' passata l'ubbriacatura? le fece uno, avvicinandosi.
Sciocco! ella rimand con un bel riso. Ti pare che avessi bevuto iersera?
Se mi pare? T'ho messa in carrozza di peso per ricondurti a casa, e se fossi venuto fin sopra, giuro che non te ne saresti nemmeno accorta!
Oh, di te, pare che sia molto difficile accorgersi..., ella fece ridendo.
L'altro non disse nulla, ma sembr che la celia non gli garbasse affatto.
Dunque ti sei messa a bere? le domand Arrigo, non appena quegli si fu allontanato.
Ma no! Ieri notte mi hanno fatta bere per forza. Quel terribile Mumm... Su, versami il t. Perch mi guardi? Cosa pensi?
Penso, cara Tita, egli disse affettuosamente, che ci siamo quasi quasi voluti bene una volta, e ci mi rattrista, perch io provo sempre una grande malinconia pensando alle cose che sono passate, alle cose che non possono...
... tornare pi! ella fece, seria, nel sorridere.
Volevo dire: che non posso continuare sempre.
Fate un po' di sentimento, ora? domand il Rgoli che s'era seduto alla tavola vicina.
S, per ridere... ed anche per farvi ridere! esclam la Tita, con un accesso d'allegria. Ma i suoi grandi occhi neri, offuscati di nero, un po' sciocchi forse nella loro bellezza, non sapevano celare una certa inquietudine, una certa sensibilit quasi timida, nel guardare il giovine dallo sguardo vellutato, dalla bocca aspra, che le mesceva ora il t fumante e pareva considerarla come un piccolo trastullo.
Non ti si vede pi, ella disse al Ferrante, sottovoce. Che fai?
Molte cose. Poi, con un gesto vago, ripet: Molte cose.
Ella lo guard attentamente:
Sei divenuto un posatore.
Quei due si rifanno la corte! annunzi allora un de' vicini, che aveva udito. Siete ben noiosi!
Sapete che purtroppo, ammise ridendo la Tita, ho sempre avuto un tenero per Arrigo.
Questo non ci riguarda, ribatt Sacco Berni. Del resto Arrigo non  libero e perdi il tuo tempo. Io sono invece liberissimo, se vuoi.
Tu?... No, grazie! Tu sei un uomo prosaico, sboccato e pieno di vizi. Per innamorare le donne ci vuole sempre un poco di poesia.
Ella inzuppava un biscotto nel t, afferrandolo in fretta con le labbra, perch non si spezzasse.
E del resto, continu, se non  libero, cosa m'importa? Io non gli domando niente. Gli dicevo anzi ch' diventato un posatore.
Sopravvenne il Malatesta, con il cappello messo all'indietro, l'occhialetto insolente, stringendo fra le dita la mazza flessibile, che faceva roteare. Disse ad Arrigo:
Tu, che sai tutto in fatto di donne, sapresti per caso dirmi chi  la ragazza alla quale corre dietro Rafa Giuliani?  passata poco fa: mi piace.
Non l'ho veduta, rispose Arrigo. Non so nulla di nulla.
Se Rafa le corre appresso, ti consiglio di lasciarla stare, osserv la Tita, piena di buon senso. Rafa  troppo ricco.
Ecco la donna venale! esclam il Malatesta con un riso gaio.
Era un autunno di sole; nei parchi e nei giardini ove andava la piccola vespa tutte le foglie non eran cadute ancora.
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Capitolo 2.
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In media una volta ogni mese il farmacista Riotti capitava in casa d'Arrigo, dandosi l'aria d'un uomo risoluto a qualche passo estremo, tutto gonfio di spiriti oratorii e pieno di burbera tracotanza, come chi sa di propugnare invanamente una causa giusta.
Perch l'ira gli sbollisse, Arrigo lo faceva attendere un buon quarto d'ora, poi gli andava incontro con la sua disinvoltura d'uomo gioviale, tendeva al farmacista la sua mano risfavillante d'una grossa pietra, dicendogli:
Buongiorno, carissimo Riotti; come va?
L'altro borbottava qualcosa, ch'era un mezzo saluto, profferito in luogo e vece d'una ingiuria.
Sedetevi dunque! Che buon vento vi mena? Oh, l l... State bene, vedo. Una cera da principe! Novit?
Signor Arrigo, meno chiacchiere! Io vengo, lo sapete bene, per la solita faccenda.
Cio?... Ma sedetevi, dunque! Toglietevi il cappotto, che diamine! Come sta mio padre?  un pezzo che non lo vado a trovare. Come sta? E la mamma?
Se non son morti ancora, con un figlio come voi, vuol dire che hanno la pelle dura!
Dunque stan bene. Meglio cos.
Ma intanto il Riotti, curioso, indiscreto, cominciava con lanciare un'occhiatina per intorno. Il salotto gli piaceva; gli sarebbe estremamente piaciuto che tutto questo appartenesse a sua figlia, cio a lui. Si sbottonava il soprabito, rimanendo nel viso pi arcigno che potesse. In fin dei conti la spavalderia di quel Rigoletto, a lui familiare sin da quando era bambino, superava il suo buon senso borghese, lo sbalordiva un poco, gli dava quasi quasi una certa soggezione.
Arrigo gli metteva sottomano la scatola de' sigari, una scatola d'argento martellato, con le cifre in oro, ed il Riotti tastava la scatola in ogni senso prima di mettersi fra i labbri uno di quegli Avana lunghi e panciuti, che col loro fumo gonfio di sapore davano al suo cervello certe deliziose sensazioni esotiche. Poi Arrigo si alzava con premura per versargli un bicchierino di quel suo vecchissimo Curaao, che sapeva di fiori d'arancio, e gli lasciava presso la bottiglia nettarea, tappandola bene perch non isvanisse.
Dunque, le nozze? interrompeva bruscamente il Riotti, per tagliar corto a tante cortesie.
Ah... le nozze! A proposito, come sta l'Eugenia?
Bene, bene... ossia, come pu stare una ragazza ne' suoi panni.
Insomma sta bene anche lei; meglio cos!
Sentite, Arrigo, finiamola con gli scherzi! So che adesso appartenete al bel mondo, siete sempre fra conti e marchesi, ricevimenti, pranzi, amanti, e che diavolo so io; ma per me non conta; la parola data non si ritratta, a meno d'essere... a meno d'essere... insomma io v'ho visto bambino, e certe cose ve le posso ben dire!
Arrigo lo aveva sempre tenuto a bada con qualche vaga promessa; ma una volta finalmente perdette la pazienza.
Bene, sentite, gli rispose. Io mi sono avveduto di una cosa: che, per prender moglie, ci vuole la vocazione. Io non l'ho.  triste, ma non l'ho. Non me n'ero accorto finora, ma non l'ho!
Che c' di nuovo adesso? era scattato su il Riotti.
Sicuro; e volete che ve lo ripeta un'altra volta? Non l'ho! Anzi vorrei darvi un buon consiglio. Cercate di coltivare qualche altro partito per vostra figlia, perch, se aspetta me, credo che le spunteranno i capelli bianchi.
Il Riotti sgangher la bocca, come se volesse buttarne fuori la pi orrida bestemmia, ma non diede che una specie di enorme sbuffo mentre le sue guance divenivano paonazze.
Ah, davvero?!...  cos?  cos? dopo quel che c' stato?!
 cos, mio caro,  proprio cos.
E gli aveva urbanamente volte le spalle, ritirandosi nelle stanze interne dell'appartamento e piantandolo in asso nel bel mezzo di quel salottino elegante, ove, dopo alcuni minuti, il domestico venne ad avvertirlo che s'aspettava gente, sicch facesse il piacere d'andarsene via.
Il Riotti, sbraitando, se ne usc. Ma corse a gettar fuoco e fiamme nella retrobottega del povero Ferrante, ch'era l'uomo pi paziente del mondo.
In quella retrobottega erano successe varie cose, da quando Arrigo non vi abitava pi.
L'occhialaio s'era di molto invecchiato, ed a forza di montar lenti per gli occhi altrui s'era fatto miope a sua volta. Chi faceva prosperare il negozio era piuttosto il figlio Paolo, un buon ragazzo, modesto, economo e mediocre. La figlia maggiore, Luisa, s'era maritata col suo droghiere benestante; aveva gi un figlio ed era incinta d'un secondo. Era divenuta grassa oltre il prevedibile; viveva solo per le cure della sua famiglia nuova.
Ma invece la minore, Anna Laura, Loretta, era il grattacapo dei due vecchi genitori. S'era fatta pi che mai bellina, d'una bellezza un po' sfacciata e provocante; si profumava, s'incipriava, si vestiva di fronzoli, civettava, cicaleggiava, era vispa, furba e graziosa come un furetto.
Di sposarsi, lei, non ne voleva sapere; quanti partiti le capitavano, tanti ne mandava in fumo. Aveva, per quella mediocre vita plebea, lo stesso odio che il fratello Arrigo, e ad ogni scena che le facevan i genitori minacciava di andarsene come lui, per vivere alla ventura.
Liberatosi a quel modo del Riotti, Arrigo ebbe una sera la curiosit di rivedere i parenti e sapere qual effetto avesse prodotta in famiglia la sua dichiarazione esplicita in merito al fidanzamento.
Vi andava rarissime volte, e sempre in vettura chiusa, perch a nessuno potesse mai accadere di vederlo bazzicare in quel suburbio. Ora, nella sua casa, tutti avevano in lui quasi un rispetto diffidente e timoroso.
Quella sera la famigliola pranzava. La luce elettrica, messa da pochi mesi, rischiarava la piccola retrobottega, e, per un'abitudine antica, pranzavano l, sebbene avessero al pian di sopra una saletta ben mobiliata.
Donna Grazia, nel trascorrere di quei lenti anni, s'era fatto un po' dura d'orecchio, s'era presi certi malanni reumatici che le davan noia. Come donna di casa valeva molto poco; tutti i suoi meriti si riducevano a saper preparare, insieme con la domestica, certe minestre sostanziose che odoravano per l'intero vicinato. Lui, Stefano, un po' pi curvo, un po' pi calvo, era sempre il medesimo; gli mancavan ora due denti incisivi, il che dava al suo bigio volto una malinconica espressione di vecchia bestia malata. Paolo era un ragazzotto piuttosto incline alla corpulenza, con il cranio tondo come un cocomero, due occhietti buoni e scialbi, le linee del volto precise come quelle del fratello, ma un po' inselvatichite.
Fra quei tre tipi grossolani, ci che formava un singolare contrasto era la figurina leggiadra di Anna Laura, con la sua torricella di capelli ben pettinati, con i suoi abiti quasi eleganti e la squisita grazia di tutto il suo corpo, che dava la fresca e odorosa impressione d'un bocciolo di rosa.
Buon appetito a tutti! aveva detto Arrigo, entrando.
Gli avevan ricambiato il saluto con una esclamazione di sorpresa, pur senza interrompersi dal pranzare; tranne Loretta, che s'era levata in piedi e gli era corsa incontro buttandogli le braccia al collo e ridendo con un'allegrezza infantile ma un po' sguaiata.
Oh, Arrigo! Arrigo! finalmente... esclamava.
Come va? disse il padre, asciugandosi il mento gocciolante.
Bene, bene, rispose Arrigo, accarezzando il braccio della sorella e tendendo l'altra mano al padre. Veramente bene.
Poi si chin verso la madre per baciarla sui capelli.
Non pare nemmeno nostro figlio! ella osserv bonariamente, traducendo l'impressione spontanea che provava nel guardarlo.
Buona sera, Arrigo, fece il fratello senza gran che scomporsi.
Di': se tu volessi per caso una cucchiaiata di minestra... offerse il padre quasi con vergogna.
Eh, s, ti pare! esclam Loretta, che invece di rimettersi a tavola gli farfalleggiava intorno, ha proprio bisogno dei nostri pastoni, lui!
Taci tu! rimbrott Paolo. Per una volta ogni tanto si potrebbe anche degnare.
E perch no? fece Arrigo. Non ho pranzato; ho fame, e la minestra manda buon odore. Su, presto, una sedia e datemene una fondina.
La famigliola si guard con sorpresa, ed avvenne un piccolo trambusto, per far posto al primogenito che sedeva alla mensa familiare. Le facce dei due vecchi si rischiararono.
Qua, vicino a me allora, disse Loretta; e si mise a servirlo ella stessa, con le sue manine svelte, ben curate, che uscivano fuor dai pizzi d'una leggiadra camicetta. Per lei quel fratello estraneo, cos pieno di signorilit, cos diverso da tutti quelli che bazzicavano in quella bottega, era quasi un corteggiatore, quasi un amante.
E il padre a dire:
Be', Arrigo, e gli affari come vanno?  un pezzo che non ti ricordi pi di noi.
Me la cavo, rispose il figlio. Non ho fastidi in questo momento. Anzi, se vi abbisognasse qualcosa, dite pure.
S, a me! salt su Loretta, con un fare civettuolo, che le stava bene. Il fratello la guard, la guard con il suo occhio esperto, che involontariamente pareva quasi apprezzarne il valore.
Sei bellina, sai! fece d'un tratto. Poi soggiunse: Allora cosa desideri?
Quel certo collo di pizzo che una volta mi avevi promesso...
Arrigo si cerc nelle tasche e ne trasse un involto.
Eccolo qui, disse. Vedi che non dimentico.
La ragazza diede un piccolo sobbalzo su la sedia, disfece l'involto, e veduto il pizzo che ambiva, gli occhi, per la gioia, le si fecer lustri e cominci ad abbracciare il fratello tra continui scoppi di riso.
Ve', che buona cipria adoperi! disse Arrigo, sentendo l'odor fresco delle sue guance. Chi te l'ha data?
Eh, quella l!... fece Paolo, senza levare il viso dal tondo, con un'aria di sottinteso.
Quella l! quella l!... rimbecc Loretta contraffacendo la sua voce. Cosa vuoi dire?
Quella l, riprese Paolo, caparbio,  tutto il giorno in giro dai parrucchieri e dalle sarte. Si schiaccia il naso contro le vetrine; non ha in mente che il suo specchio.
Stupido! sibil Anna Laura, stizzosa come una viperetta. E la sua faccia divenne cattiva.
E per te pap, fece Arrigo, risolvendosi ad interrompere quel battibecco, per te ho portata una pipa di schiuma. Guarda se ti piace, se no te la cambio.
Gli tese un astuccio ricurvo, contenente la pipa istoriata, con il bocchino d'ambra.
Maraviglia! maraviglia! esclam il vecchio, lasciando cadere il cucchiaio. La guard per ogni verso, la tast quasi con religione: Maraviglia! Poi la trasse fuori dall'astuccio e la mostr alla moglie.
Per Dio! esclamava. Chiss cosa l'avrai pagata!
E senz'asciugarsi la bocca se la prese tra i denti.
Sembra la pipa d'un signore con attaccato un portinaio! disse ridevolmente Loretta, che si provava il suo collo di pizzo. Arrigo intanto mangiava ghiottamente, a piene cucchiaiate.
Che minestra, mamma mia! Che minestra! Era un secolo che non avevo gustato qualcosa di simile!
Ti piace? domand Anna Laura con una smorfia.
Per bacco! E datemene ancora!
La vecchia madre, tutta confusa dal complimento come se le venisse da un estraneo, prese la fondina del figlio, la riemp di nuovo e gliela porse.
Nei ristoranti dove tu vai devi mangiare ben altra roba, fece, come per iscusarsi.
Eh, no mamma! Dopo tutto, una buona minestra fatta in famiglia  ancora la cosa migliore.
Bravo, Arrigo! Dillo un po' alla Loretta, che tira sempre su il naso! intervenne Paolo. Per lei ci vogliono le pernici!...
Tu mischiati dei fatti tuoi, fammi il piacere! gli rispose con dispregio la ragazza. E vers ad Arrigo un bicchier di vino; un buon vinetto onesto, che sgorgava dal fiasco a piccoli fiotti con uno scintillo di rubini.
Buono, fece Arrigo, assaggiandolo. Ma voi vi trattate da principi!
Ci vuoi prendere in giro, eh? disse con indulgenza il padre, ch'era commosso per la sua pipa.
Io? Tutt'altro! Come volete che vi prenda in giro? Dopo tutto non sono forse in casa mia?
Gli faceva bene al cuore quel po' di riposo familiare in mezzo alla sua vita piena d'infingimenti e di scaltrezze.
Questo sempre, gli rispose il padre. Ma ci stai cos poco tu, che deve parerti una casa di forestieri.
La domestica, tutta rossa per la visita del signor Arrigo, portava in tavola un piattone grande, su cui c'eran manzo lessato e certe costolette di maiale che ancor scricchiolavan nel burro in cui s'eran cotte. In mezzo torreggiava un gran mucchio di patate, messe male, ma appetitose. Giovanna, la serva goffa e timida, borbottava che, se l'avessero avvertita prima di quella visita, avrebbe fatto andare un pollo.
Ad Arrigo diedero i pezzi migliori, gli empirono tre o quattro volte il piatto, ed egli mangi, mangi con una fame inconsueta, fino ad esserne obeso. Il gagliardo suo stomaco plebeo si rifocillava di quella sana ed onesta cucina, quasi per rivalersi dei costosi manicaretti, ch'eran talvolta troppo lievi alla robustezza della sua fame.
E intanto che mangiava quella carne bollita su la brage del suo focolare, qualcosa tuttavia gli si rimescolava dentro dell'antica origine, un sentimento incerto fra l'affetto ed il benessere, fra la buona digestione e la tenerezza filiale, fra la gioia del sentirsi il ventre pieno ed il piacere di potersi abbandonare malamente, come il suo padre, su la seggiola robusta, e poggiare, se gli piacesse, i gomiti su la tavola, e molestarsi a lungo i denti con uno stecco, ed eruttare, se gli piacesse, il troppo fiato che aveva nel corpo satollo, e sentirsi con placidit salire alle guancie quella vampa dilettosa che d il buon vino e la buona vivanda, nell'ora fra tutte pi bestiale e pi umana in cui l'alimento sta per tramutarsi in sangue, distribuendo per ogni vena la sua fertile sostanza di vita.
Sent allora l'impaccio del solino troppo alto, sbotton la sottoveste che gli molestava il ventre, e per un attimo si ritrov con piacere ad essere il figlio dell'occhialaio, il fratello di quel selvatico Paolo, che ora, nella sua stessa positura, gli somigliava singolarmente. E parl, e parl, narrando molti casi della sua vita, che scorreva nei saloni eleganti, fra le signore anemiche, dal profumo che d l'emicrania, fra i giovani cicisbei a' quali si sentiva di poter con un pugno fiaccare le reni; parl con quella ironia piena di sale con cui l'uomo plebeo narra dell'aristocratico, e per un momento gli piacque d'essere nella sua famiglia, nella retrobottega rinnegata, fra gli odori della cucina, e vedendo per una scostatura della tenda scintillar gli occhiali nella mostra illuminata.
Ma questo non pot durare che il tempo della prima digestione; poi torn ad essere l'estraneo, che in fondo si vergognava della sua casa. Il padre, la madre, quel dissimile fratello, non lo interessarono pi.
Ora, chi attraeva la sua pertinace attenzione era Loretta; Loretta che aveva mangiato poco, ch'era in camicetta di seta, con i capelli a riccioli e l'unghie pulite, che sapeva di cipria fina e portava le scarpette a punta, scollate, sotto una caviglia estremamente sottile.
La tovaglia macchiata, quella zuppiera e que' tondi vuoti, ch'erano rimasti l, sopra una credenza, quell'odore di tabacco ordinario che spandeva intorno la pipa del padre, finirono con dargli ai nervi, ricacciandogli addosso d'un colpo tutta la vergogna d'esser impresso anch'egli dal marchio plebeo di quella umile gente. Guard l'ora:
Le otto e mezzo, fece. Mi vado a mettere l'abito nero perch sono atteso a teatro.
Cosa vai a sentire? domand il padre.
Vado a sentire Loute, una pochade.
Roba nuova?
Che nuova! L'avr intesa venti volte.
E allora perch spendi i quattrini per andar a teatro?
E magari va in poltrona, lui... disse la madre.
No, anzi, vado in palco, egli spieg con un riso indulgente. Ma non spendo nulla.
Come non spendi nulla?
Abbiamo un palco in parecchi amici.
E non vi costa niente?
Ma che domande! esclam Loretta. Lo si affitta in principio di stagione. Non sapete cosa sia una barcaccia, santo Dio? Cadete sempre dalle nuvole, voi! E invece di starvene qui a sonnecchiare come ghiri, fareste meglio di condurre a teatro anche me, oppure di lasciarmici andare per conto mio.
Eh!... quella vipera! sibil Paolo con una specie d'odio.
Arrigo salut la famiglia ed Anna Laura gli pass il soprabito; poi, leggera, gli si appese al braccio ed entrarono insieme nella bottega, come s'ella volesse confidargli qualcosa.
Vieni spesso a vedermi, Arrigo... preg lei sottovoce, traendo un sospiro. Con questa gente,  una vita insopportabile! Io sono un po' come te, sai... E proprio non ne posso pi!
Egli si ferm a guardarla un'altra volta, con quello sguardo da intenditore, nella luce piena che sgorgava dalla vetrina. Uno strano sorriso gli incresp la bocca.
Dunque vuoi andare a teatro, tu?
Loretta lo teneva per il braccio. Allora, girandogli di fronte, con un gesto muliebre, un gesto d'amante capricciosa, gli accomod la cravatta ch'era un po' di sghembo.
Eh, s, vorrei... disse.
Bene, ti ci condurr io.
Ma  impossibile, caro! ella fece con un accento voglioso e triste. Non ho abiti e non posso venire con te, cos...
Gi, fece Arrigo, riflettendo. Ma non importa; vienmi a trovare, combineremo.
S?... Quando vuoi? ella esclam, piena di luce.
Anche domani.
E le diede un bacio su la bocca.
...
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Capitolo 3.
...
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...
Il domani ella v'and nel pomeriggio. Arrigo dormicchiava, steso tutto vestito sul letto. Riparava con quella siesta pomeridiana ad una delle sue faticose veglie notturne. Aveva dovuto rimanere al Circolo fino alle sei del mattino per rifarsi d'un cattivo mazzo di baccar capitato in principio di sera.
Ella entr come un colpo di vento nella camera semibuia del fratello, senz'attendere che il domestico l'annunziasse, e, vedutolo giacere, si ferm di botto qualche passo oltre la soglia.
Come mai? Dormi?
No, riposo. Vieni pure, Loretta, vieni avanti.
Era il marzo fuori che infuriava, con rabuffi di vento gelido in un cielo rosso.
Egli accese la lampadina elettrica e si volse a guardar la sorella con gli occhi assonnati, tendendole una mano.
Dunque? fece.
Che hai? Non stai bene?
Sto benissimo; solo mi avete fatto mangiar troppo ieri sera. Non sono avvezzo a quella cucina pesante. Allora tu vieni... ah, s, per il teatro!
No, io ti vengo a trovare, perch ho voglia di discorrere con te. Se sapessi quanto m'annoio! Il vederti  come una festa.
Arrigo sorrise.
Siediti, Loretta. E allung il braccio sul tavolino da notte per prendere una sigaretta.
Cercami uno zolfanello, piccola.
Ella guard in giro per la camera e quand'ebbe trovata la scatola, venne presso il letto e si chin sul fratello per accendere la sigaretta ch'egli teneva tra le labbra.
Poi, amichevolmente, gli pass la mano su la fronte.
Dammene una, diss'ella, sedendo su la proda del letto.
Fumi anche tu?
S, qualchevolta, di nascosto.
E non ti fa male?
Male? Tutt'altro!
Ella prese una sigaretta fra le labbra sottili, si chin ad accenderla su la brage di quella che fumava il fratello, accavall le gambe una su l'altra e rimase a guardare il fumo, che, simile ad una larga sciarpa, le rannuvolava intorno. Aveva in quell'attitudine un non so che di frivolo, di leggiadro e d'impertinente, che la vestiva d'una grazia squisita.
Senti, Arrigo, ella fece dopo una pausa;, il tuo domestico mi ha guardata in un modo strano e quasi non voleva lasciarmi passare. Certo mi ha presa per una tua amante... Ne vengono molte qui?
S, qualcuna, egli ammise ridendo.
Allora io gli ho detto: Sono sua sorella; e son venuta avanti. Ma forse non mi ha creduto. Poco male!
Ora lo chiamer, disse Arrigo, perch prepari una tazza di t; cos farete conoscenza.
Premette sul campanello e Filippo indi a poco apparve, dopo aver bussato cautamente all'uscio.
Vieni, vieni avanti! lo esort Arrigo. L'altro s'avanz, con una certa cautela, inchinandosi.
Vedi questa bella signorina?
Certamente, signor Arrigo, fece il domestico, sorridendo con un di que' sorrisi ambigui e scaltri che distinguono il servo iniziato alle segrete galanterie del suo padrone.
Bene; preparale un buon t, ma prima esci a comperare una dozzina di marrons glacs.  mia sorella.
Sua sorella, signor Arrigo?... Toh!... non lo volevo credere. Infatti, infatti le somiglia!
Eh, s, come due gocce d'acqua!
Tutto questo divertiva la fanciulla, e dava un sapor nuovo d'intrigo e d'avventura galante, sebbene il protagonista non fosse altri che suo fratello.
Il domestico se ne and.
Hai sonno ancora, forse?
No, mi sono riposato abbastanza; rimango disteso per pigrizia.
Aspetti gente?
Nessuno.
Allora mi farai vedere tutto l'appartamento?
Certo.
Quante camere hai?
Sei, ed una camera per il domestico, il quale per dorme fuori.
Loretta ebbe un colpo di tosse.
Vedi che la sigaretta ti fa male! Buttala via.
Non  la sigaretta, protest la fanciulla, tossendo ancor pi.  solo un po' di fumo che m' sceso in gola.
Buttala via.
Sono turche?
No, egiziane. Siediti bene, Lora. Stai su l'orlo del letto e finirai con scivolare gi.
Coi movimenti pigri d'un uomo assonnato, egli si trasse un po' di fianco per lasciarle posto. Ella sedette meglio e non giunse pi coi piedini a toccare lo scendiletto.
Che letto grande, hai, per bacco!
Si sta pi comodi.
Eh, gi, ho capito... ella disse ridendo.
Cos'hai capito?
Mah!...
E volse la testa per nascondere un certo rossore che le saliva involontariamente al viso.
Sei una birichina tu! esclam Arrigo, battendole una mano su le ginocchia.
Poi si mise a guardarla, attento attento, con una specie di stupore.
Era bellina, era tutta bellina, dalla punta del piede al ciuffo di capelli biondi che le sfuggiva su la fronte, sotto il cappello di paglia rilucente come il grano. L'abito le modellava il busto, non esiguo sebbene immaturo; le serrava la vita, che poteva tutta chiudersi nel cerchio di due mani. Teneva le gambe accavallate, il gomito destro appoggiato sovra un ginocchio, per regger alta la mano mentre fumava.
La sua carne dava quella sensazione di morbidezza e di freschezza che dnno il velluto e le rose; i suoi occhi, d'un color nero splendente, parevano troppo grandi per il suo viso fino. Nelle caviglie, nei polsi, nel collo, in tutte le giunture, aveva, pur stando ferma, una straordinaria pieghevolezza; soltanto c'era in lei, cosparso per tutta la sua persona, qualcosa di colpevole, d'irritante: e questo era pur nella sua voce, ne' suoi gesti, nella maniera che aveva d'appoggiarsi, di toccare, di sorridere, nell'odore stesso di lei, che le viveva intorno come il profumo colpevole della sua nudit.
Sei carina, disse Arrigo, quasi parlando a s stesso.
Trovi anche tu? ella fece con impertinenza.
Come anche tu?
Perch me lo dicono spesso.
Davvero? E questo ti lusinga?
Un po'... un po'... certo!
Oh, guarda... fece Arrigo, prendendole il polso.
Che c'?
Un braccialetto d'oro! Hai un braccialetto d'oro?
Sicuro, disse la sorella, nascondendo il braccio dietro la schiena.
Fammi vedere.
No.
Via, lasciami vedere!
E levatosi un poco, cerc di afferrarle il braccio. Ella volle resistere, si pieg nella cintura, si curv sopra di lui, premendolo con tutto il suo corpo, affinch non giungesse a prenderle il polso che aveva teso all'indietro. Ed entrambi indugiarono in quella scherzosa lite, che li faceva urtare l'un contro l'altra, quasi con un senso di sottilissimo piacere.
Allora te lo mostrer io, diss'ella.
Bene.
Se lo tolse dal polso e glielo diede.
Era una treccia d'oro, dalle maglie a doppio nodo, con un fermaglio di brillantini.
Chi ti ha dato questo braccialetto?
Ella rispose con una voce punto persuasiva:
Nessuno; me lo son comperato io.
Chi ti ha dato i denari allora?
Toh!... io.
Tu? Impossibile!
Non credi? ella fece, sorridendo della sua menzogna.
Oh, ma qui c' scritto qualcosa?
Nel fermaglio infatti era incisa una leggenda.
Puoi vedere quel che c' scritto? ella domand con allegrezza.
Egli si protese verso la lampadina perch l'incisione era minutissima.
Honny soit qui mal y pense...
Arrigo si volse attonito a guardar la sorella.
Perbacco! esclam. Spiegami dunque tutta questa faccenda...
Ma non c' nulla di spiegare: Honny soit...
S, capisco; ma voglio dire chi te l'ha dato?
Io... io... ribad Loretta, cantilenando, con un'aria di derisione.
Via, non raccontarmi fiabe! Questo sa...
Di cosa?
Di galanteria, di regalino amoroso...
Ma no!... ella rispose con voce canzonatoria.
Vediamo; hai forse qualche piccolo intrigo?
Sei pazzo! E scoppi in una bella risata.
Loretta, sii sincera... Hai qualcuno che ti corre appresso? Qualche innamorato che ti fa la corte? A me lo puoi dire.
E allora? se fosse? domand la fanciulla, con un sorriso provocante.
Se fosse... ebbene, se fosse... egli rispose con un certo impaccio, io non mi metterei certo a farti la morale; ma non vorrei nemmeno che tu ti lasciassi abbindolare dal primo venuto.
Sai, non sono stupida, io! E mise nelle parole una sottile scaltrezza.
D'accordo. Allora dimmi chi . Dimmi tutto, apertamente. Puoi bene aver fiducia in tuo fratello, tanto pi ch'io non sono severo e che ti voglio bene.
Parlava con una certa ansia, punto dalla curiosit, stranamente angustiato. Egli stesso non capiva bene perch un simile fatto gli cagionasse tanta irritazione.
Scommetto che tu lo conosci, ella disse, dopo aver lungamente riflettuto. Anzi, so benissimo che lui conosce te.
Cosa dici? fece Arrigo impaurito.
Non temere: non gli ho mai detto chi sono veramente. Abbi fiducia in tua sorella: ti ripeto che non sono sciocca, io...
Ma dimmi dunque chi  questo tale!
Il nome non te lo posso dire.  uno che ha cominciato con venirmi dietro per istrada; un giovine distinto, con la faccia pallida;  alto quasi come te: molto elegante.
S, e poi?
E poi niente. M' corso appresso durante un mese; mi aspettava ogni giorno.  timido. Poi ha cominciato con salutarmi; una volta finalmente s' fatto coraggio e mi ha parlato.
E tu?
Io?... Niente. Ho tirato innanzi. Mi ha chiesto di potermi scrivere una lettera. Io, per curiosit, e per levarmelo d'attorno, gli ho detto che mi scrivesse fermo posta e gli ho dato un nome falso. Prima venne una lettera, poi due, tre, quattro... una tutti i giorni alla fine.
Entr Filippo con il vassoio del t.
Metti l sulla tavola e va pure, disse Arrigo.
Il domestico obbed in silenzio.
E adesso, riprese Arrigo, ti regala braccialetti! Dunque vuol dire...
Niente vuol dire! Abbi pazienza. Ora ti servo il t, poi ti racconto. Solo giurami di non tradire il mio piccolo segreto.
S, s, va bene.
Ella emp le due tazze, si mise un marrone in bocca e masticando riprese il racconto.
Sai: ho visto ch'era una persona ben educata... mi trattava come se fossi chiss chi...
Alla larga dei cerimoniosi! D retta a me.
No, vedi, quel giovine... Oh, sono eccellenti questi marrons!
Mangia, mangia.
... quel giovine dev'essere un po' sciocco, anzi molto.
Ma cosa mai ti scriveva in quelle famose lettere?
Eh!... una quantit di scempiaggini! Ch'era innamorato, che non viveva pi, che mi chiedeva umilmente di potermi parlare, che mi avrebbe rispettata sempre... insomma, caro mio, una sera, perch non venisse a scoprire chi sono e dove sto, gli ho dovuto dare un appuntamento per il giorno dopo.
Brava!... e dove?
Al Giardino Pubblico.
Egli aveva un'espressione attenta, indagatrice, irascibile.
Insomma, Lora, dimmi la verit: tu hai fatta qualche sciocchezza con lui!
No! ti giuro di no. E a te lo direi, perch non voglio nasconderti niente. Anzi, mi piacerebbe che noi due si fosse amici, molto amici, e che tu m'aiutassi, mi prendessi un poco sotto la tua protezione, perch, vedi, anch'io, come te, mi sento attratta a vivere in ben altro modo...
Dolcemente gli aveva presa la mano, lo carezzava, con un gesto pieno di femminilit.
Va bene, Lora, va bene...
Un turbamento lo assaliva, di quella mano cos leggera, di quel volto cos vicino al suo.
Di'... raccontami... Non hai commesso nessuna sciocchezza... davvero?
Nessuna; ma ci sono andata presso, per dire la verit.
Ossia?...
Ecco, ti racconto. Lui ha cominciato con volermi vedere ogni giorno...
Ma chi  questo lui?
Dopo, dopo... E mi ha proposto di andare in un appartamento, o in un albergo, perch si fosse pi nascosti. Ho rifiutato. Allora cominci con volermi condurre fuori porta, in automobile, qua e l; si scendeva in qualche alberghetto a ber qualcosa; lui mi tentava in tutti i modi, ma io l'ho tenuto a bada. Non ho gran merito forse, perch veramente non mi piace. Ossia, da un lato mi attrae, perch  ben vestito, elegante, non brutto, e dev'essere molto ricco... ma dall'altro non mi dice nulla! non mi va!
Eppure, in queste gite?... in questi alberghi?...
Oh, Dio, sai, tentava... Qualchevolta ho dovuto minacciargli di gridare.
E allora ti lasciava?
Sbito.
Davvero?
Eh, te lo direi, diavolo! O si fa una confessione, oppure si tace, ti pare?
E come and a finire?
Non  finita.  una storia molto recente. Il braccialetto me lo diede quindici giorni fa. E ci ha messo quel motto per farmi comprendere le sue buone intenzioni. Infatti vuol dire press'a poco: Non c' niente di male... Vero?
Arrigo si mise a ridere, e carezz lievemente il viso della sorella.
Per, ella fece, tu dici honn lui mi pare che dicesse hnny.
Honn, honn, con l'accento su l'i. Stanne certa.
Tu lo devi sapere perch lo parli bene, il francese. Del resto  naturale; avevi un'amante ch'era francese: anzi eccola l... Segnava due grandi ritratti della Ruskaia, uno sopra un tavolino, l'altro appeso al muro.
No, Loretta, quella era una russa.
E dov' andata?
 partita gi da un pezzo. Continua.
Dunque ti dicevo che, nonostante il motto, aveva certe idee tutt'altro che tranquille. E un bel giorno, anzi pochi giorni fa, visto che non gli riusciva di condurmi a' suoi fini,  giunto a farmi una proposta esplicita... Mi ha detto insomma ch' innamorato pazzo di me, che non pu pi sopportare il tormento ch'io gli faccio patire, perch se ne ammalerebbe, e che infine, se volessi decidermi, se volessi esser buona con lui, potrei chiedergli, prima e dopo, qualsiasi cosa: me la darebbe.
E tu?
Io gli ho detto di no. Gli ho detto di no chiaro e tondo. Ma sono stata un poco in dubbio, per dire la verit. Poi ho rifiutato, pensando che a mutar parere avrei tempo in sguito, caso mai... Vedi, con te parlo apertamente. Si fosse trattato di cambiar vita una volta per sempre, allora s. Ma so io cos'accadrebbe dopo? Il passo  grave, e non si pu farlo che una volta sola. Ne ho vedute ben altre, io!
Egli trasse un lungo respiro:
Brava, Loretta! sei una ragazza di buon senso. Brava!
E rimase l a guardarla maravigliato, quasi trasognato, nell'udirla parlare cos. Poi lo prese un impeto di amor fraterno, si lev sopra un gomito e le diede un forte bacio su la bocca ridente.
No, capirai, riprese la sorella, un gran merito non l'ho. Se mi fosse proprio piaciuto, se mi fossi innamorata, via, pazienza! Ti confesso che domani, per un tipo il quale m'andasse a genio, forse forse una sciocchezza sarei capace di farla... Ma per lui no.
Insomma, l'interruppe Arrigo, si pu sapere chi ?
No, questo non te lo dico; mi secca.
Sciocchezze! Di cosa dunque hai paura? Che ne parli forse? Sei matta!
Bene, allora te lo dico; ma giurami di non aprirne bocca, mai, con anima viva.
 inteso.
No, dammi la tua parola d'onore.
Parola d'onore.
Bene:  il conte Raffaele Giuliani, disse Loretta pomposamente, con un certo orgoglio di s.
Eh!... il Giuliani!? esclam Arrigo, scattando su. Dunque il maggiore, Rafa?
S, appunto, Rafa. Anch'io lo chiamo cos. Vedi che lo conosci!
Perbacco se lo conosco! Lo vedo quasi tutti i giorni.  del mio Circolo, del mio palco, lo trovo dappertutto!... Ma sai, Loretta, che tu, con una imprudenza, mi puoi rovinare?
Cosa dici?
Rovinare! rovinare! Se viene a sapere che sei mia sorella, sono perduto. Ecco, Lora, quello che hai fatto! Pensa un po'!...
E prese minutamente a spiegarne le ragioni.
Ma non lo sapr, non lo sapr mai: te lo prometto, ella disse dopo aver ascoltato. Non conosce il mio nome, ignora dove abito, cosa faccio, chi sono. Quanti giri per sviarlo! Capirai: neppur io ci tenevo a lasciargli sapere che siamo bottegai. Vedi, son gi pi di due mesi che ci continua e tu non ne hai saputo nulla. Vuol dire che non dubita nemmeno.
Che nome gli hai dato?
Un nome a caso: Montaldi.
Egli rimase qualche attimo pensieroso, poi soggiunse:
Un uomo ricco; ricco sfondato e libero. Il padre non c' pi. Sono due fratelli.
Si lasci di nuovo afferrare, avvolgere, dall'ombra di un pensiero nascosto, poi ripet quasi meccanicamente:
Ricco e libero.
Che vuoi dire? fece la sorella.
Cosa voglio dire non so... Rifletto.
Successe una breve pausa, durante la quale si guardarono.
Se Rafa... diss'ella, esitando.
Se Rafa... egli ripet, come per aiutarla.
... fosse davvero innamorato di me, potrebbe anche darsi...
Che ti sposasse? Chiss mai. Per riuscire a qualcosa nella vita bisogna credere con fermezza nelle possibilit e nelle speranze pi assurde. Per...
Ella rideva, rossa in volto per il piacere che le davano queste parole.
Per?... fece.
Non lo credo capace di una vera passione, disse Arrigo, ma di commettere qualsiasi sciocchezza per un capriccio, s.
 appunto su questo che ho contato, ella rispose con una singolare freddezza.
Ah?
Te ne meravigli?
Un poco.
Vuoi farmi da moralista ora? Tu? proprio tu? con la vita che fai? Ella metteva nelle parole una squisita ironia, ed i suoi occhi lo sogguardavan con malizia, facendo battere le ciglia lucenti.
Fra loro si adagiava la mollezza del letto largo e tepido, fra loro aleggiava, come un fumo torbido, l'ambiguit delle parole che dicevano.
Non da moralista; qui non c'entra la morale, o per lo meno  un affare che riguarda te sola. Ma siccome dobbiamo parlarci chiaro, ti avverto che io non ti lascer divenire l'amante del Giuliani.
Ah?... E perch?
Me lo domandi? Sono tuo fratello prima di tutto...
Poi?
Poi, non credo che ti convenga.
Oh, bravo! Adesso ragioni meglio.
Non credo che ti convenga in nessun modo, ma sopra tutto non cos leggermente com'egli forse immagina.
Ella si fece piccola, carezzevole, insinuante come la pi scaltra donna, e curvata un poco sopra di lui, quasi pareva che tentasse di fasciarlo nell'insidia della sua femminilit.
Aiutami Rigo... ella disse.
Io?
S, tu, proprio tu, Rigo! Lascia da parte i rigori da fratello maggiore... Fra te e me si pu fare un patto. Io conosco la tua vita meglio che tu non creda; tu non conosci nulla della mia, per ti rassomiglio. Vorrei, come te, giungere lontano, il pi lontano che sia possibile: per quale strada non importa. Guardami: ti sembro nata per fare la bottegaia? E non ne ho voglia, sai! Tu solo puoi comprendere con quanta forza non ne abbia voglia... Senti: ho pensato qualchevolta di scapparmene via di casa e venire da te. Insieme si vivrebbe forse bene.
Tutto quello che mi dici  un poco strano, egli rispose, turbato.
 strano, ma  vero. Perch non puoi ammettere che anche a me, come a te, sorrida una vita pi bella? Probabilmente Rafa non mi sposer, ma potrebbe in altro modo essere l'uomo al quale dovrei la mia fortuna.
Quest'altro modo, egli la interruppe, vorrebbe dire vendersi.
Rigo... ella fece con un'aria canzonatoria. Ma quella sola parola chiudeva un infinito scherno; pareva quasi domandargli: E tu? Egli comprese l'ironia della sorella, tuttavia scosse il capo.
Non posso, non devo ascoltarti! esclam duramente. Almeno, se vuoi far questo, non raccontarlo a me.
Forse lo farei lo stesso, e lo farei male. Mentre, se tu m'aiuti, Rigo, se mi consigli, se mi guidi con l'esperienza che hai, mi sentir sicura. E non ne saprebbe nulla nessuno; sarebbe un patto silenzioso fra me e te, fra noi due soli... Perch, vedi, ho per te un sentimento, una simpatia, una fiducia, non di sorella, ma pi forte... Nel venire qui tremavo un poco, perch sapevo gi che t'avrei parlato di tutte queste cose... Ora che sono qui, mi sembra quasi che tu abbia un altro nome, e che non sii tu...
Gli diceva queste parole pianamente, con una intonazione quasi ambigua, con tutta l'anima sul fiore della bocca, nel desiderio d'essere intesa.
Rafa non mi piace, esclam repentinamente, quasich sentisse il bisogno di fargli questa affermazione. Non mi piace, ma pu essere molto prezioso per me, per noi... Non credi?
Forse... egli si lasci sfuggire.
Per questo l'ho tenuto a bada.
Nel suo viso di fanciulla splendeva una lucida perversit. Ella interruppe un lungo silenzio con queste parole:
Ti vedevo cos di rado, e pensavo ogni giorno a te. Quando in casa t'accusavano, io ti difendevo sempre. Quando venivi, ero contenta.
Egli si agit come per un malessere.
Allora cosa vuoi? disse.
Nulla; che tu m'aiuti. Consigliami: t'obbedir.
Proprio?
S, s, si! esclam con effusione, serrandogli un braccio.
Perch vuoi questo?
Ella arross un poco, indugiando nel rispondere.
Cos... voglio essere la tua amica...
Ma se io, senza volerlo, ti consigliassi male?
Non fa niente. Poi non sar.
Egli rise, d'un riso torbido.
Ne sei certa?
Oh, s!
Il velo del paralume diffondeva per la camera una dorata penombra, e da quel chiuso, da quella coltre, da quelle parole, saliva per entrambi un insopportabile calore.
Allora, egli disse con una voce lenta, io vorrei prima tentare che ti sposasse. Ma per questo non c' che un mezzo, quantunque ardito e pericoloso per me: lasciargli appunto comprendere che sei mia sorella, senza che tu glielo dica. Ci veda insieme, per esempio.
Ella non riflett neppure un attimo; quella proposta le parve ammirevole.
S, Rigo! esclam, battendo le mani per la gioia.
Dimmi: sei ben certa che Rafa non sappia assolutamente chi sei?
Certissima! E so inoltre una cosa: che posso fargli credere tutto quello che voglio.
Infatti avevo inteso parlare di questa sua nuova passione, ma non immaginavo mai che fossi tu.
Risero entrambi ed ella esclam: Quel povero Rafa!...
Ma dove ti sei fatta cos donna? domand Arrigo.
Bah!... ho molte amiche; le vedo coi loro amanti; imparo. Poi, non so... forse questa  la mia natura.
Dunque, diss'egli repentinamente, combineremo tutto fra noi: quel che si deve dire o nascondere, fare o non fare. Intanto potremo una sera andar a teatro insieme.
S?... ella fece, con un grande palpito, nella commozione che le stringeva la gola.
Bisognerebbe tuttavia che tu avessi qualche bell'abito.
Non ne ho.
Va da una buona sarta e comndane. Falli mandare qui, perch a casa non conviene.
Anna Laura non sapeva rispondere.
Belli, seguit Arrigo, e non badare al prezzo. Ci penser io. Anzi verr con te per sceglierli; me ne intendo un poco. Le sere che andremo a teatro uscirai di casa vestita come al solito, qui ti cambierai. C' tutto: pettini, cipria, ferri, forcine; quel che non c', si compera.
Caro! ella esclam con trepidazione, buttandogli le braccia intorno al collo. Come ti voglio bene!
Egli finse di non ascoltare, prese un tono d'indulgenza e di protezione, quasi volesse accontentare i capricci d'una piccola bimba.
Ci voglion anche altre scarpine; le tue son belle ma non vanno per sera.
Eh, lo so!
Falle fare.
S. Mi piacciono d'un certo cuoio che ha un colore tra il viola e l'oro, finissime. Le ho vedute in una vetrina. Piacciono anche a te?
Agitava il suo piedino, parlando.
S, certo.
E le calze? ti piacciono le mie calze? Guarda.
L, com'erano, quasi abbracciati, ella protese la gamba fin su l'orlo del letto e rimbocc la gonna lestamente sopra la caviglia nervosa. Eran calze a traforo, di finissimo filo, con la freccia che s'aguzzava su la rotondit del polpaccio. Egli fece l'atto di carezzare quella caviglia, sopra la calza fina, su la bianca trasparenza della sua nudit, quella caviglia che usciva troppo scoperta fuor dalla balza di seta. Ma si trattenne come intimidito, e nel silenzio che pendeva, dolcemente si sciolse da lei, dolcemente la respinse.
Ti piacciono? ella domand ancora, col suo sorriso di fanciulla e di femmina.
S... ma vattene, Lora!  tardi.
Che ora ?
La sua voce pareva un sottil zampillo d'acqua.
Non so che ora... Ma  tardi...  tardi...
Vengo domani?
S.
Egli stette lungamente fisso verso la porta per dove la sorella era uscita.
...
.
...
Capitolo 4.
...
.
...
Torn il domani, tutta fresca, tutta ilare, odorante come la primavera nuova che fioriva di graste i davanzali.
Filippo, nell'anticamera, si mise a trattarla con gran dimestichezza:
Buongiorno, signorina! Le domando scusa per l'equivoco di ieri; ma proprio non sapevo...
Oh, non importa! Ora lo sapete; va bene?
Il signor Arrigo non mi aveva mai parlato di lei.
Dov' Arrigo?
Si veste; ha preso il bagno or ora. Vado sbito ad avvertirlo.
Non importa, ci vado io.
Col suo passo che non faceva romore and lesta verso la camera del fratello, batt all'uscio due colpi leggeri.
Posso entrare? Son io, Loretta.
Ah, sei tu? Veramente... ma entra pure, se vuoi.
Come sei bello in accappatoio! ella esclam appena entrata.  questa l'ora di prendere il bagno? Sono le tre del pomeriggio, pensa!
Questa mattina mi svegliai troppo tardi e non ebbi tempo, disse Arrigo. Dunque, come va?
Non c' male; ho visto Rafa adesso adesso.
Ah, s?
Ieri avevo un appuntamento con lui alle quattro; non vi sono andata per venire da te. E stamane, alla Posta, ecco sbito una sua lettera disperata. Non ho potuto evitare di vederlo oggi. Per me ne sono liberata in fretta; eccomi qui.
Arrigo era seduto presso la finestra, di fronte alla specchiera, e, con molte forbici, ferri, legnuzzi e pomate si andava nettando le unghie, che a poco a poco rilucevano. Aveva i capelli ancor tutti arruffati, umidi, e fumava, come di consueto.
Cos'adoperi per le unghie? domand la sorella.
Una pomata francese che si chiama Rosine.  buonissima.
Costa cara?
Cinque lire il vasetto.
Peuh, non c' male!
Si avvicin alla specchiera, sporgendosi un poco sopra la spalla del fratello e si guard nello specchio. Non aveva messa veletta quel giorno; la sua pelle era fresca e rosea, le sue labbra splendevano e sorridevano anche quando eran chiuse. Lora se ne compiacque ed osserv:
Mi sta bene questo cappello, non ti sembra?
Era di paglia, d'un'azzurra paglia lucente, con la falda rovesciata e la cupola molto alta. Aveva una guarnizione di rose rosa ed un nodo ampio di tulle. I suoi capelli riempivano tutto il vuoto dell'ala con un bel disordine di riccioli biondi. Arrigo la guard nello specchio, sollevando rapidamente gli occhi dalla cura delicata che lo teneva intento.
S, Lora, ti sta molto bene, disse;, oppure sei tu che stai molto bene con quel tuo cappello.
Per, come tutto  caro oggi! Un cappellino semplice semplice come questo: sessanta lire. Una rovina!
Il fratello sorrise.
Eh, gi! A te par niente, perch sei avvezzo con certe signore che spendono per un cappello molte centinaia di lire. Ma io, vedi, faccio miracoli!
Mi domando appunto come riesci a vestirti cos benino coi pochi denari che ti passano in casa?
Come faccio? Come faccio? Non credere che mi riesca facile. So io quel che debbo faticare! Ho un grosso conto dalla sarta, uno dalla modista, un altro dal calzolaio, e mi faccio fare la biancheria per la met di quel che costerebbe, in un negozio dove sono amica della padrona.
Ma come mai ti fanno credito?
Quando posso d loro qualche acconto. Poi le mie fornitrici son donne furbe; m'hanno guardata in faccia ed hanno compreso bene che un giorno o l'altro pagher.
Ah, vedo!... egli fece, tra maravigliato e ironico.
Poi, per esempio, certe camicette me le faccio da me; certi cappelli di anno in anno li rinfresco, li rinnovo con poche lire; le sottane qualchevolta le d a tingere... Insomma  tutta un'arte che tu non puoi comprendere.
Arrigo non cessava dallo strofinarsi le unghie, mentre gli errava un sorriso indefinibile su l'orlo della bocca.
E se te li pagassi io questi conti, ne saresti contenta, Loretta?
No, Rigo; non voglio che tu spenda per me. Sei buono, ma non voglio. Del resto non darti pensiero: c' tempo, e se qualcuno deve mettersi la mano in tasca, preferisco sia Rafa.
Cos dicendo ella si mise a ridere.
Dunque ne riparleremo.
Ella stava davanti alla specchiera e con la mano s'accomodava i riccioli.
Il vento mi ha spettinata; dammi una spazzola, Rigo.
Egli le tese una spazzola d'avorio, larga e piatta.
Oh, guarda!  piena di capelli! Capelli di donna. Che birbante sei! Guarda...
E trasse dai crini della spazzola un capello nero e lucente, che depose con molti riguardi su la manica del suo accappatoio.
Quello sciocco di Filippo si dimentica sempre di ripassare le mie spazzole! osserv Arrigo.
Dammi un pettine, le ripasser io.
Tu vuoi farlo?
Ma s, che importa?
Gli sedette accanto, sopra una seggiola, e cominci a ripulire la spazzola.
Ma ne perde, sai, quella brava donna! esclam con una risata; e soggiunse: Per sono morbidi. Chi ? Sempre la stessa?
La stessa, egli confess con un rassegnato sorriso.
La vedova?
S.
Dove tieni i suoi ritratti?
Nascosti, perch vuole cos.
Il Riotti ne parlava col pap molto spesso, ma ho dimenticato il suo nome.
Clara.
E le vuoi bene?
Perch me lo domandi?
Cos; voglio sapere se sei innamorato.
Oh, innamorato no! Le voglio bene, perch  buona. Forse un po' noiosa, un po' gelosa... Ma, insomma, t'interessa tutto questo?
Certo. Devi sapere che sono molto curiosa... di certe cose almeno. Dimmi dunque, dimmi: ne sei stato innamorato?
S, una volta, non proprio innamorato, ma quasi. Ora  passato.
Perch non la lasci allora?
Brava! Tu credi che quando si  cominciato con una signora, sia cos facile staccarsene? Poi, qualche volta, vi sono certe ragioni che tu non puoi capire.
Ti sbagli, Rigo; io capisco tutto.
Anche pi del necessario forse... Ma insomma  una cosa che dura da parecchio tempo, e questa donna mi vuol bene come poche amanti sanno voler bene. Qualche volta la faccio soffrire, perch in fondo sono un brutto tipo, io!
Egli disse queste parole con gravit, ma ella si mise a ridere.
Tieni. La spazzola  pulita.
Egli s'alz, prese un'altra sigaretta e l'accese.
Ora fammi un piacere, disse. Guarda un momento fuori dalla finestra perch mi debbo vestire.
Fa pure; mi lucider le unghie intanto.
E ritrattasi nel vano della finestra, si mise con attenzione a lisciarsi le unghie, raggruppando insieme i ditini affusolati.
Di', Rigo, ella fece, hai pensato a Rafa?
Egli stava curvo presso il letto ad allacciarsi le giarrettiere.
S, Lora, vi ho pensato, e molto. Ho anche abbozzata la trama di un piccolo romanzo, che tu gli dovrai raccontare dopo che ci avr veduti insieme. Questa sar una grande sorpresa per lui, e in fondo avr forse paura.
Me lo immagino.
Gli spiegherai che io sto fuori di casa per certi vecchi dissensi col padre, ch' un originale, un po' avaro, un po' bisbetico, il quale vorrebbe far vivere i suoi figli lontano da quel ceto al quale appartengono. E gli dirai: Ma ora che sapete chi sono veramente, non posso pi conoscervi, per quanto me ne dispiaccia... Mostra una grande paura di me; fa in modo ch'egli pure mi tema, e accusati d'esser stata una ragazza dalle idee troppo emancipate, la quale, forse per leggerezza, forse per debolezza, si sia lasciata condurre da lui fino a questo punto. Ma digli risolutamente che non intendi fare un passo pi in l.  un sentimentale: bisogna che tu gli sappia recitare molto bene la commedia dell'amore;  uno sciocco, avvezzo per solito a riuscire: bisogna che tu gli appaia come l'amante necessaria, ma impossibile, bisogna che tu divenga per lui quello che un'altra non pu essere... M'intendi? Gli farai comprendere a mezza voce che la strada verso il tuo letto  un'altra... Tutto questo forse non riuscir, ma val la pena d'essere tentato. Sopra tutto assicrati del suo silenzio e nascnditi bene quando gli dovrai parlare. Che nessuno ti veda per carit!
S'era quasi vestito e le parlava ora da vicino, curvo su lei, guardandola. Per qualche attimo la fanciulla rest silenziosa, raccolta e quasi rifugiata contro la persona del fratello che le dava questi suggerimenti. Poi disse:
Non credo che mi sposer mai. Sarebbe inutile farci questa illusione.
Perch, Lora? Tu non conosci gli uomini. Qualche volta l'esasperazione d'un desiderio conduce a ben altre pazzie. Non mi dicevi che ha perduta la testa? non eri persuasa di poter ottenere qualsiasi cosa da lui?
S, ma veramente non pensavo al matrimonio.
E cosa pensavi allora? Questo vorrebbe dire che sei anche disposta a....
Ella ebbe un piccolo moto nervoso:
Bah!... senti... una volta o l'altra....
Peccato! egli esclam con un accento di sincerit profonda, investendo la sorella con uno sguardo ch'era quasi un desiderio di lei.
Cosa dici, Rigo?
Dico che  peccato, molto peccato, bench di questo, in fondo, non vi sia nessun giudice migliore di te.
Egli metteva nel tono della voce una sarcastica irritazione quasi un veemente rancore. Anche la sua fisionomia s'era un poco mutata.
Dici che  peccato? ella rispose dopo una riflessione. Ma, ragiona: che avvenire ho io davanti a me, nel quale mi sia lecito confidare onestamente? A parte questo matrimonio, di cui parli ma nel quale non credo, chi altro mi sposer? Un signore dal quale possa attendermi la vita che voglio, certamente no. E allora chi? Un bottegaio? Un droghiere qualsiasi come quello che ha sposato Luisa? Eh, no, via! Ti sembro fatta per andar a vendere la cannella ed i pani di zucchero? Poi no, insomma! Questi, per me, non son uomini, e piuttosto che fare quella vita mi metterei sottobraccio al primo venuto e me n'andrei via. Ti ho gi detto che i miei gusti sono come i tuoi: tu non eri nato per startene in un negozio, e neanch'io. A te piace vestirti bene, avere una bella casa, poter spendere, andare a teatro, frequentare persone eleganti, vivere insomma... e tutto questo piace anche a me. Tu ci sei riuscito come hai potuto... anch'io sono pronta a riuscirvi come potr.
Parlando, gli era venuta vicino e familiarmente or l'aiutava ad allacciarsi le brettelle, come se non vi fosse alcun impaccio fra loro. Eran davanti l'armadio a specchio e si vedevan riflessi tra il contorno della camera.
Forse non hai torto, disse Arrigo, dopo avervi pensato. Io son del parere che ognuno debba cercare nella vita la sua migliore felicit. Sopra tutto non ti posso disapprovare io, che te ne ho dato l'esempio. Certo per, come fratello, dovrei parlarti altrimenti.
Oh, Dio!... tu sei cos poco mio fratello! ella esclam con una singolare timidezza. Nella nostra casa non sei stato quasi mai, ed ero bambina quando c'eri. Se venivi a trovarci, mi pareva che venisse un estraneo, del quale ogni volta ero pi curiosa. Tutto quello che raccontavano di te mi dava una sensazione strana.... Fece una pausa, poi soggiunse abbassando gli occhi: Senti...  sciocco forse quel che dico, ma quando vengo da te, certo non penso di andare da mio fratello.... Esit ancora, poi disse: Mi sembra quasi d'andar a trovare un amante....
Quand'ebbe pronunziata la frase un poco temeraria, se ne fece rossa e guard negli occhi il fratello, pur vergognandosi della propria confusione.
Ah, s?... questo ti sembra? egli mormor, volgendo il viso, come per occuparsi d'altra cosa.
Dur tra loro un lungo attimo di silenzio, poi egli l'interruppe, dicendole:
Bene, continua.
Ella parve che avesse smarrito il filo del suo discorso e indugi a ritrovar le parole.
Dunque, riprese infine, se non  prevedibile ch'io mi mariti, per cosa o per chi mi conserverei onesta?
Egli scroll le spalle con un moto nervoso e disse:
Non mi piace sentirti parlare cos! La sua faccia divenne aspramente severa e soggiunse: Qualchevolta ci si pu conservare oneste anche per s stesse.
Dici sul serio?... No, via! Per s stesse! Bel merito! Bel tornaconto! Poi dev'essere anche immensamente noioso! Io, ti dir, ho avuto la fortuna che Rafa, come uomo, proprio non mi piacesse; altrimenti a quest'ora....
Allora il fratello si mise a ridere.
Brava! tu almeno sei franca! Dici pane al pane....
Ci mancherebbe altro che mi mettessi a fingere con te! Sei il solo che mi possa capire e quasi quasi mi diverto nel dirti la verit.
Dunque ti sembra che debba essere noioso? egli ripet, sempre ridendone.
Sicuro! Perch, vedi, le ragazze, in genere, queste cose non le dicono... ma in fondo siamo fatte come voi, e qualchevolta...
Non volle spiegar oltre, rovesci indietro la testolina, con un atto rapido e nervoso ch'ella ripeteva di sovente. Ma quella idea le ritornava e le martellava nel capo. Allor si mise a riderne forte ed esclam:
Di', Rigo... sei un bel tipo tu!
Io?... perch?
Mi guardi con un'aria cos maravigliata...
Pensavo a quello che hai detto.
Ecco, dicevo che, presto o tardi, bene o male, finirei cos. Meglio dunque valermi di questo mezzo per ottenere ci che mi piace. Anche tu, in fondo, per quanto ne so io, devi press'a poco aver battuta la medesima strada...
E per soffocare la sua risata impertinente, nascose il volto contro la spalla del fratello, che cercava ora una sottoveste nell'armadio.
Cosa ne sai tu? Cosa ne sai tu?...
Eh, via, se non lo avessi capito da me stessa, c' Paolo, e c' il Riotti, che ne parlano quasi tutte le sere. Ma che buon profumo hai! Dmmene una goccia sul fazzoletto.
Egli prese una boccetta, ne tapp l'orlo con il fazzoletto minuscolo e due volte la capovolse.
Anche qui... fece la sorella, segnandosi l'alto del petto, su la mussola fina, che lasciava trasparir la sua gola. Dalla giacchetta sbottonata il petto le fioriva rotondo, come dal gonfio involucro la rosa muscosa che si apre nel mese di Maggio.
Qui... disse ancora.
Egli si rivolse la boccetta nel palmo della mano e con una leggera carezza le profum la gola.
Ti piace?
 un profumo delizioso. Come si chiama?
Chevalier d'Orsay. Lo vuoi?
E tu?
Me ne prender un altro.
Grazie.
Le sue narici, nell'odorarlo, avevano la palpitazione di certe lievi ali di api morte, luccicanti come lamine d'oro, che piovono per l'aria, l'estate, quando il vento cade.
...
.
...
Capitolo 5.
...
.
...
Una sera, quando la sarta ebbe fatto l'abito, Arrigo and a prendere Loretta per condurla a teatro.
Tu le di troppi vizi! disse il padre ad Arrigo, poi che seppe lo scopo della visita. E scoteva la sua testa grigia con un atto d'indulgenza rassegnata.
Via, non essere troppo severo! fece Arrigo. Loretta ha voglia di svagarsi; e lo si capisce:  la sua et.
Loretta era gi pronta, ritta su la soglia, e trepidava.
Va bene; ma devi sapere che, d'idee poco serie, questa figliola ne ha gi da vendere, disse il padre con la sua voce mite.
Capit il Riotti proprio in quel punto. Bench in dissapori con Arrigo dopo il congedo brusco che ne aveva ricevuto, non seppe frenare la sua maledetta lingua.
Oh, il ritorno del figliuol prodigo!... esclam. Che bella improvvisata!
Loretta, che non lo poteva soffrire, gli rimand di botto:
Se si mischiasse un po' dei fatti suoi, signor Riotti?
Veh, la pettegola! rifece lui con bile.
Arrigo l'onor di un saluto cerimonioso.
Prendi le chiavi con te, Loretta; lo spettacolo finir tardi, egli sugger alla sorella.
Si va dunque a teatro? osserv il farmacista. E tu la lasci andare? soggiunse, rivolto all'occhialaio.
 il fratello che l'invita, rispose costui a mo' di scusa.
Allora buona sera a tutti, fece Arrigo.
E prestamente uscirono insieme, il fratello e la sorella, parlandosi piano, ridendo.
Sei fortunato nei figli! esclam il Riotti con una voce quanto mai sardonica. Ma l'occhialaio, per tagliar corto:
Be', facciamo la scopa?
Facciamola pure.
Poi fiat col suo gran torace, e soggiunse: Mah... vecchio mio!... se tu avessi avuto il polso pi fermo, non ti troveresti ora a far da burattino in casa tua!
E consult con lo sguardo Paolo, ch'egli sapeva essere del suo parere. Difatti questi non se la intendeva per nulla n con Arrigo n con Loretta; quasi mai apriva bocca se il primogenito era presente, limitandosi a ribattere con ironie un po' grossolane tutti gli argomenti della sorella minore. Nella casa di Stefano i vincoli familiari s'eran andati assai rallentando; la figlia maritata vi bazzicava di rado, assorta nelle cure del suo proprio focolare; Arrigo, da lungo tempo, non vi contava pi se non come un visitatore avventizio, che talvolta con la sua presenza metteva un certo impaccio in tutti; Loretta, col suo carattere imperioso e ribelle, stava per seguirne le tracce, mal tollerando i freni della potest familiare; Paolo invece era quegli che mandava innanzi la bottega: solerte, morigerato, economo, qualchevolta un po' bisbetico, e nulla pi. Egli peraltro, come tutti i mediocri, non evitava di far valere i suoi meriti mediocri, e poich di tenerezza n d'affetto non esuberava, rimanevan soli que' due poveri vecchi, ormai delusi nelle pi care speranze, lui, stanco d'una vita inutilmente operosa, lei, che ingrassava ed insordiva ogni giorno, pur restando quella frivola donna ch'era stata in giovent.
Nello stesso tempo il Riotti s'inacidiva, sfogando contro tutti l'ingeneroso rancore di non aver maritata la figlia. Ora la pigra Eugenia s'era fatta pi corpulenta e somigliava al padre in un modo per lei deplorabile. Aveva cinque anni meno d'Arrigo, cio ventiquattro ormai, e le speranze d'un marito si facevan ogni giorno pi rade. Jettatura, non altro che jettatura! pensava il padre, perch la ragazza, in ogni senso, era un partito pi che appetibile. Ma ella certo non se ne faceva cattivo sangue; era pigra, d'una pigrizia di marmotta; purch non la facessero faticare, tutto le andava bene. Aveva tanto dormito in vita sua, che i suoi ventiquattr'anni parevano a lei stessa d'una brevit sorprendente. Era abile in tutti i lavori femminili, cucinava come una cuoca provetta: possedeva insomma tutte le virt d'una onesta massaia. Dopo quel suo calamitoso amore per Arrigo, non si erano scatenate altre tempeste nella sua calma vita. Aveva bens vedute sposarsi l'una dopo l'altra quasi tutte le sue amiche, per senz'alcuna invidia. Chi se ne crucciava sino allo sdegno era solamente il padre, che aveva una settimana d'umor bestiale ad ogni matrimonio del quale udisse parlare.
Ma l'Eugenia, no; ell'aveva amato Arrigo, lo amava ancora, lo amerebbe sempre... e per questo amore non le dava alcun disturbo; era divenuto in lei come una malattia cronica, una di quelle malattie che non si curano pi e che non dnno alcun dolore. Quando per caso le capitava di vederlo, si faceva tutta rossa, balbettava, scappava; poi la sera, nel mettersi a letto, ne piangeva per cinque minuti, s'addormentava. Il Riotti aveva finito con dirle pi volte: Ragazza mia, tu manchi di temperamento!
A questa parola temperamento, che gli piaceva assai, il farmacista dava insieme un senso patologico e letterario, qualcosa di pi anche: un senso erotico. E intanto aveva messo gli occhi addosso a Paolo, bench il ragazzotto, nonostante le sue virt, non gli finisse di piacere. Lui lo spalleggiava, lui lo decantava, ma in fondo in fondo, per i suoi gusti un po' romantici e molto ambiziosi, quel figlio minore del suo vicino era decisamente troppo bottegaio. Aver educata una figlia ed averla ornata come la sua Eugenia per darla poi ad un Paolo qualsiasi gli faceva un po' l'effetto di mettere una pianta rara in un vaso di terra cotta.
Arrigo invece era stato il suo sogno nascosto, n ancor cessava d'esserlo per quanto fossero grandi le sue dissolutezze. Gliel'avrebbe data a braccia aperte, anche dopo quella sua vita impudente, e nonostante le gherminelle ch'egli aveva giocate loro. Un po' testardo come tutti i piccoli borghesi, s'era fitto in capo di maritar l'Eugenia con Arrigo, ed anche certo di far cos la sua sciagura non avrebbe forse mutata decisione. Senonch ogni speranza si dimostrava ormai vana, e da quell'uomo pratico ch'egli era, sapendo che il tempo ha le gambe leste, mentre le zitelle invecchiando si fanno bisbetiche, umiliava la sua smoderata ambizione fino a desiderar come genero quel sempliciotto di Paolo, dai capelli rasi a macchina ed ignorante come un bue.
Arrigo e Loretta erano giunti a casa, frettolosi ed un po' storditi quella sera, come se andassero a commettere un peccato. Era presto ancora, perch in casa dell'occhialaio si cenava di buon'ora.
L'abito nuovo era steso sul letto d'Arrigo; sopra una seggiola era uno scatolone contenente il cappello che aveva comperato egli stesso per farle una improvvisata. C'erano le scarpine, a pi del letto, piccolissime, di quel colore viola ed oro ch'ell'amava; due scarpine da bambola, con il tacco esageratamente alto. I guanti lunghi erano sul cuscino; dalla spalliera d'una seggiola pendeva una sciarpa di velo a pagliuzze luccicanti.
A quell'ora il domestico era fuor di casa per la cena. Entrarono al buio, ella tenendosi al suo braccio per non urtare contro i mobili, in quella casa che non conosceva bene. Quando furon giunti nella camera da letto ed Arrigo ebbe accesa la luce, tutto quel paradiso femminile, ch'era l per aspettare la fanciulla, s'illumin come d'incanto: Loretta, presa da una commozione quasi triste, non pot trattenersi dall'esclamare:
Oh, Rigo, come sei buono! come sei caro!... e mettergli le braccia al collo, e baciarlo, poich la sua tenerezza era cos grande che ne aveva le ciglia umide.
Sei contenta? egli le domand, passandole una mano su la guancia con un gesto di protezione e d'amore.
Tanto, tanto! ella fece, alzandosi un po' su la punta de' piedi per giungere alla sua bocca.
E diceva: Come potr mai ringraziarti di tutte queste cose?
Eh, via, sciocchina! Ti pare che valga la pena? Vstiti ora, ch' tardi. Io vado di l per lasciarti pi libera. Se ti occorre qualcosa, chimami.
Te ne vai? ella fece, quasi rattristata.
Come vuoi tu...
S, naturalmente... ella disse, quasi a malincuore. Ma ti chiamer per allacciarmi la camicetta. Sai allacciare gli abiti?
Egli sorrise.
Mi prover.
Arrigo si ritrasse nell'altra stanza, lasciando la porta socchiusa. Da prima ella lo intese camminare, poi sedersi, aprire un giornale.
Far presto, sai...
Va bene; ma non ho fretta.
Hai pranzato, Rigo?
Non ancora.
Perch?
Questo mi cpita spesso. Ceno dopo il teatro.
Del resto anch'io ho mangiato pochissimo questa sera.
Dunque ceneremo, egli disse.
Ed ascoltava il romore di lei che andava per la camera, quel romore continuo, leggero, frusciante, che la donna fa nel togliersi le vesti, quel romore che parla e descrive e fa vivere davanti agli occhi la viva immagine di colei che si spoglia.
L'ascoltava e la vedeva: s'era tolto prima il cappello; gli spilloni avevano dato un suono metallico posando sul cristallo della pettiniera. Poi s'era levata la camicetta, rimanendo a braccia nude in un copribusto color di rosa. Guardandosi nello specchio s'era lasciata scivolare gi dai fianchi la sottana, che le aveva fatto intorno ai piedi un cerchio alto e gonfio, dal quale era balzata fuori prestamente, rimanendo in gonnella; una gonnella con una leggiadra balza in basso ed un nastrino che vi correva dentro e fuori, per gli occhielli del pizzo, anch'esso color di rosa.
Un piccolo spogliatoio era contiguo con la camera da letto; l'aveva intesa versar l'acqua nei catini; s'era immaginato di veder l'acqua scorrere in veloci rivoli per le sue braccia delicate.
Poi era tornata nella camera, e s'asciugava, camminando in su in gi, a piccoli passi; l'asciugamano le rovesciava indietro dalla fronte i riccioli scomposti; s'era seduta davanti alla specchiera, ed ora si pettinava.
Le linee del suo giornale parevano a lui un arabesco incomprensibile. Non gli era mai accaduto di provare un turbamento cos forte, n di badare a queste minime cose. Eppure aveva tante volte pazientato nel lungo abbigliarsi d'altre donne.
Un'idea tempestosa gli rabbuiava il cervello, gli contorceva i nervi, dolorosamente. Lo prendeva una voglia insensata d'affacciarsi all'uscio per guardare; doveva compiere uno sforzo quanto mai violento per allontanare da s la tentazione.
Permetti che mi serva della tua cipria? ella domand.
Se vuoi; ma ce n' un'altra pi fina, l presso, nella scatola d'argento.
No, voglio la tua.
E la immagin che s'incipriava, che s'incipriava le braccia, la gola, il viso; gli parve di sentir l'odore che aveva la sua pelle commisto a quell'odor di cipria. Butt il giornale, accavall le gambe, si mise a martellarsi con le dita i ginocchi, poi gli venne una specie d'ira gelosa, pensando a quel Rafa che la voleva.
Ti annoi, Rigo?
No.
Che fai laggi?
Fumo.
Ella esit un momento, poi disse:
Vieni qui... tanto  lo stesso!
Egli ebbe un piccolo tremito.
S? posso venire?
Apparve dietro l'uscio, un po' stravolto, con gli occhi fissi.
Come ti sei pettinata bene! osserv.
Ella si volse a lui, per essere veduta in faccia, con un atto pieno di civetteria:
Ti piaccio?
Egli rispose di s, con gli occhi, senza dir nulla.
C'era gi in tutta la camera quell'odor femminile che turba i sensi come un forte bacio.
Ella era di fatti in gonnella, con le braccia nude, un copribusto che le giungeva solo a mezzo il petto ed a mezzo la schiena. Non gli era sembrata mai cos bella. Arrigo le si avvicin, un poco titubante, non sapendo che fare per sembrarle naturale. Nell'accomodarsi i riccioli ella teneva le braccia alzate; un'ombra oscura le appariva nel cavo delle ascelle. In quell'atto ella sorprese gli occhi di lui che la fissavano, intenti e lucidi. Allora, per un pudor naturale, abbass le braccia, se le strinse al petto, e si fece rossa.
Non guardarmi cos... disse a volto chino;, mi costringi ad arrossire...
Egli gir sui talloni, battendo il pavimento con un moto nervoso.
Vstiti, vstiti! disse bruscamente. Non ti guardo.
Se ne and a sedere in un angolo, e, poggiando i gomiti su le ginocchia, si prese tra le mani la fronte avvampata.
Sei in collera? ella fece.
No, Lora, perch?
Non mi parli...
Siccome non vuoi che ti guardi...
Ma guardami pure, se ti piace! Me ne vergognavo il primo momento; adesso pi.
E rise, mentre s'alzava per andarsi a mettere le scarpine.
Se potessimo abitare insieme, come sarei felice! disse Loretta. Non ti darei nessuna noia, ti lascerei tutta la tua libert. Cosa ne pensi?
Nulla penso, piccola mia... egli rispose con lentezza.
Non vorresti avermi con te, Rigo?
S, forse vorrei... ma sarebbe anche pericoloso...
E fece tosto una risata, quasi volesse celare il senso ambiguo delle sue parole.
Ella guard su dal letto, dietro il quale stava curva per infilarsi le calze di seta.
Pericoloso, dici?... Be', tanto meglio!
E sbito si chin di nuovo, si nascose tutta.
Rimasero un istante in silenzio; poi ella domand:
Non hai un corno per le scarpe? Mi rompo le dita.
Egli l'and a cercare; le disse:
Lascia fare a me; t'aiuter io.
Appoggi un ginocchio a terra, davanti la sedia ov'ella sedeva; su l'altro suo ginocchio le fece posare la gamba semiscoverta e con delicatezza si mise a calzarla.
Oh, come sei bravo! ella esclam. Devi certo averne l'abitudine.
S?... ti pare?... E pensa che non amo far questo per nessuno... Mi credi? E non si moveva di l, battendole il corno leggermente su la caviglia calzata di seta.
Vedi che piedino piccolo? ella disse movendolo.  pi piccolo il mio o quello della tua amante?
Il tuo.
Ora ti sarai impolverato; lzati.
Si lev in piedi e le rimase vicino, come un uomo che si sentisse prendere da uno stordimento. Vedeva que' due seni, troppo forti per la sua verginit, que' due seni divisi da un incavo profondo, che rompevano fuor dal busto come pannocchie dal cartoccio; li vedeva, oscuri e gonfi, traverso la scollatura del copribusto. E la sua tentazione fu cos forte che non seppe resistere: una mano gli corse involontariamente a carezzare la sua gola nuda. Ma disse, a mo' di scusa:
Guarda, v' un po' di cipria...
Ella non rise, non si mosse; qualcosa, come un brivido che le prendesse tutta la persona, si propag, si moltiplic in lei. Con ebbrezza, in quell'attimo, si sarebbe lasciata baciare.
Una pendola nell'altra stanza batt l'ora. In quel silenzio torbido i rintocchi parvero quasi un avvertimento.
Le otto e mezzo, disse Arrigo scotendosi. Fa presto, se ci tieni ad arrivare in principio.
S, passami l'abito.
Egli lo prese dal letto, con una esperienza che pareva singolare in lui, lo aperse in guisa da non guastare la sua bella pettinatura e glielo fece passare sovra il capo senza scomporle un ricciolo.
Vlgiti, che t'allacci, Lora.
E andarono davanti allo specchio. Era un abito color di malva, con guarnizioni di color viola cupo, trasparente intorno al collo. Non era che un velo, di quella garza morbida e lieve che i francesi chiamano crpe de Chine; ma la fasciava strettamente, come una guaina, drappeggiandosi appena intorno alla ricchezza del petto e nella sinuosit del grembo, sopra le ginocchia. Quando l'ebbe indosso, Loretta si mise a ridere per la gioia di sentirsi cos bella, e tutta una vita nuova le si schiuse dinanzi, con quell'abito nuovo.
Sfido io che paion tutte belle certe signore che conosci tu! Sapendosi vestire, non  difficile!
Mirabile pareva, in quel viola che ammorbidiva il suo biondo, in quella stretta fasciatura che sembrava la denudasse intera nella sua pi scultoria bellezza. Egli la guardava mutamente, con una ferma luce nelle intense pupille, che parevano scoccarle addosso tutto il fuoco d'un desiderio contenuto.
Sei magnifica! le disse. Veramente sei ammirevole! Si parler di te domani.
Davvero? ella fece con una incredulit sorridente, specchiandosi per ogni lato. Poi ebbe quasi un piccolo pudore:
Ma, di', non sono troppo... nuda?
 la moda quest'anno. Le donne, quando son vestite paiono pi nude che in camicia.
Ella si mise il cappello, si specchi ancora, s'incipri ancora, si fece scorrere lentamente su l'avambraccio i guanti stretti, e ravvolta in un gran mantello che le scendeva sin quasi ai piedi, esclam allegramente:
Son pronta!
Per le scale s'appese al braccio di lui, ed uscirono.
Il mese di Marzo passava, carico di buoni odori. Faceva una sera tepida e chiara. Il cielo, sgombro d'ogni nube, metteva tra le case fosche un tremolo di stelle. La citt s'inoltrava nella notte con un grande respiro di sollievo, mentre qualche coppia di innamorati, stretta e lenta, se n'andava per via discorrendo di cose dolci. Seduta presso il fratello, in una vettura scoperta, Loretta inseguiva con occhi turbati quegli amanti senza nome che andavano in cerca del buio.
Quanta gente che si parla d'amore?... Non vedi?
 l'ora, egli osserv, poi  la primavera.
Dunque, vedendoci, forse penseranno che anche noi...
 probabile: la gente pensa molto spesso il male.
Questo mi diverte! esclam Lora. Poi si mise a riflettere. Tu credi che ci assomigliamo? domand al fratello.
Non credo.
Ella gli prese il braccio e si lasciarono portare dal trotto stanco del cavalluccio, che ogni tanto scalpitava sotto una frustata.
Era la prima della Carmen quella sera. Giunsero che lo spettacolo era cominciato appena ed entrarono a teatro semibuio nel palchetto di prima fila. Il senso enorme della folla oppresse il cuore della fanciulla; per un momento i suoi occhi non videro che un abbaglio meraviglioso. Tutte le favole della terra, tutto ci che il mondo aveva di morbido come la piuma, di lucido come il gioiello, di fragrante come il fiore, di splendido come la bellezza, d'inebbriante come la musica, di tormentoso come l'amore... tutto per lei si radunava nella sala di quel teatro. Se nel suo bianco letto di vergine aveva sognato ad occhi aperti, ecco era il sogno; se dalla piccola bottega aveva desiderato di respirare quell'aria intensa e torbida ove le fate del vizio dissolvono qualche prestigiosa polvere d'oro... ecco la respirava; se aveva mai voluto splendere, ecco, e splendeva.
Una sensazione d'irrealit le alitava intorno alle guance calde; sentiva la sua propria bellezza viverle intorno come un'altra veste pi rara, intessuta di stelle. Sentiva nel suo cuor femineo la possibilit di piacere, quella possibilit che racchiude ogni pi squisita gioia per la donna, quella consapevolezza che la inebbria come un liquore vivificante.
Gi nei palchi vicini era nata una curiosit sommessa; dalle poltrone sottostanti, tra il correre d'un bisbiglio discreto, qualche canocchiale puntava su la bella sconosciuta il fuoco delle sue lenti curiose.
Quella sera il teatro, come un paniere traboccante, fioriva di bellissime donne, che, scollate, ingioiellate, loquaci, pendevano dai palchi e gremivano la platea con un desiderio manifesto d'essere adocchiate. Egli le conosceva quasi tutte, le aveva frequentate, corteggiate, era stato l'amante di alcuna.
Di fronte a loro, nel suo palco di seconda fila, c'era donna Claudia del Borgo, ancor bellissima in quella luce, con la sua cuginetta romana, la piccola Isabella Ventamura, che aveva di recente ottenuto l'annullamento d'un matrimonio quadriennale con il suo grazioso e biondo consorte, il visconte d'Amboissires. Cattolicissima e guelfa, questa piccola dama non amava che i grandi prelati, e, dopo un Vicepapa Nero, si era scelta come direttore spirituale un lussuoso Cardinale di Curia, che il fumo d'un Conclave Apostolico avrebbe forse destinato al triregno. Nel frattempo il visconte consorte si dilettava di certe leggiadre usanze alemanne, le quali avevano permesso di ritrovare nella piccola Isabella quella intacta virgo s rara, cui molto indulge la buona Casa di San Pietro.
Donna Claudia portava un abito di velluto scuro che le modellava squisitamente il busto; aveva tra i capelli un diadema, lucido e greve come una corona. C'era nel palco Antonello Musatti, di cui donna Claudia s'era intenerita il giorno che l'aveva veduto rotolare sotto il cavallo in un concorso ippico.
Nel palco della duchessa di Benevento ci si annoiava con molta eleganza: per don Antonino Vernazza e Max della Chiesa le facevan la lor visita di dovere, per non essere dimenticati a' suoi pranzi trimestrali. Il palco degli Altomarini era vuoto, e ci si notava da tutti. Gli Antelmi ne occupavan tre di sguito, con quattro nuore in facciata, due incinte, due vestite assai male, un mucchio di suocere a ridosso, e tutto il parentorio nel buio.
I Mazzoleni, che misturando profumi e spacciando saponette s'eran guadagnati di che comprarsi un marchesato feudale, tenevan corte rumorosa; uomini e donne troppo fiammanti ancora, con le sete i brillanti e gli sparati che luccicavan oltre misura.
C'erano tutte l'altre, tutti gli altri, che andavano famosi nella citt per casato, per bellezza e per censo; e v'era, in un palco di terza fila, con la sua figlia giovinetta, stranamente dissimile da lei, la soave Clara Michelis, cos bianca nel finissimo abito nero, poggiata il gomito nudo sul parapetto di velluto e vivendo intera nell'ombra che le faceva su la fronte, su la nuca, la sua capigliatura soavissima. Questa pareva potersi disciogliere per una piccola scossa, come se un nodo solo, pur lieve, la tenesse raccolta in quel gran volume. Aveva ella nei polsi, nelle giunture, nelle spalle, in ogni singolo tratto del suo viso, un non so che di estremamente stanco e fragile, quasich il suo corpo fosse uscito appena da un bagno voluttuoso, che l'avesse oltremodo stremata. Nuda, si sarebbe ravvolta bene in un velo funebre; era di quelle figure vanevoli che talora si vedon nei quadri, curve dolcissimamente sopra l'agonia d'un uomo giovine; tutta la sua bellezza era nelle pieghe del suo corpo, ne' suoi lenti movimenti, nelle sue fine ombre; pur quand'era silenziosa, lasciava intendere che avrebbe una voce soave; pur stando ferma e raccolta, mostrava che avrebbe camminato senza romore.
Qualchevolta, nel mezzo d'un bosco, sopra l'acqua opaca d'uno stagno, nasce come per miracolo uno di que' meravigliosi fiori bianchi, irraggiungibili perch navigan col vento, che hanno in s la solitudine, la tristezza, la malattia delle cose circostanti; non li alimenta la terra ma l'acqua ferma, piena di raggiere: cos ella pareva essere, nell'ombra del suo palco e sotto il peso de' suoi capelli oscuri.
Arrigo la vide, s'accorse d'esser veduto, e rapidamente i loro sguardi si evitarono. Bench le avesse detto: Forse accompagner mia sorella in teatro una di queste sere,, tuttavia quello sguardo lo molestava singolarmente, quasi ch'ella potesse, anche lontana, indovinare i suoi pi nascosti pensieri. Poich ormai quell'amante non pi del tutto giovine lo amava d'un amore voluttuoso e triste, rifugiava in lui perdutamente l'ultima, l'unica passione della sua vita.
Ed ora non lo amava pi come al tempo in cui, nel salotto semioscuro, ella si dilettava di tormentare insidiosamente la sua rabbia virile; non pi come quando ella cercava nell'amante uno svago alla sua lunga noia od una scossa quasi brutale a' suoi sensi viziati; non pi per incuriosire le chiacchiere mondane, per contenderlo ad un'amica, per avere intorno alla propria sottana quella furtiva e lasciva scaltrezza d'uno che la voglia slacciare; ma perch nel suo cuore di donna era nato l'estremo, il pi forte bisogno d'appartenere e di possedere, la voglia istintiva di carezzare, d'avvolgere, di proteggere, di vivere in un'altra vita, di sacrificarsi per un'altra felicit, quella voglia inimitabilmente bella che dal suo profondo senso materno la donna irradia talvolta, come un grande miracolo, nell'amore.
Cos non era per lui possibile nascondersi a quegli occhi attenti; essi penetravan senza rimedio fin nei pi nascosti rifugi dell'anima sua. Nei giorni lieti, baldanzoso ed oblioso, egli se ne stava lontano; ma nei giorni di tristezza, una voce, buona per lui come nessun'altra voce umana, lo richiamava in quella casa fedele, ove presso l'uscio vegliava sempre una dolce anima piena di perdono. Quand'egli era percosso dagli altri, quelle mani timide sapevan esser cos lievi nel medicare le sue ferite; quando tutto il resto pareva perduto, c'era sempre in quella casa un focolare vigile, c'era un'amante innamorata come il primo giorno, ch'egli vedeva impallidire della sua pi fredda carezza, c'era quasi una sorella e quasi una madre che l'aspettavano per dirgli: Dammi il tuo dolore, ch'io ne soffra, e porta via con te questo sorriso che nasconde le mie lacrime...
Forse cos egli pensava e per questo non ardiva guardarla. Ma l'atto fin tra uno scroscio d'applausi; da tutte le lampade simultaneamente un'ondata di luce si rovesci nella sala. Sopra il canto cessato corse il frastuono della platea, il cicaleccio dei palchi, fra un'agitarsi di ventagli, un rimuoversi di gente che s'alzava, mutava posto, si raggruppava.
Ognuna ebbe cura di parer bella quanto pi poteva, ben sapendo che gli occhi delle rivali avrebbero saputo accorgersi anche de' pi lievi difetti. Gli uomini, dandosi una rassettata alle falde, si levavan su dalle comode poltrone per adocchiare intorno; i galanti facevan visite, gli innamorati guardavano la lor bella, i pettegoli ficcavano il naso nelle cose altrui, i disoccupati se n'andavano a fumare.
Loretta era bene in vista, come un frutto esposto in un bel paniere; non aveva gioielli, tranne la sua giovinezza, che l'adornava meglio di cento collane. Dall'alto, alcuno fra i Mammagnccoli gi l'aveva scoperta, e sbito se ne fece un gran discorrere. Chi era mai quella nuova con il del Ferrante? Tutti sapevano del suo legame con Clara Michelis; ella stessa era inoltre in teatro; dunque chi era mai? Forse una rottura? Chiss? Ma era bella, quest'altra, molto bella! E gi in fretta per le scale, affacciandosi agli sbocchi della platea per meglio vederla. Qualcuno giunse fin sotto il lor palco, per interrogare con uno sguardo Arrigo e raccoglierne un segno che spiegasse qualcosa. Ma invano. Da tutte le parti ora si guardava; i commenti eran visibili, quasi molesti; e Loretta sopportava con una bella spavalderia quel battesimo del fuoco.
Entr nel palco una fioraia, incipriata e imbellettata come un pastello, vecchiotta, per ancor promettente, co' suoi capelli a torre adorni di nastrini e con la bocca esageratamente rossa. Sorrise al del Ferrante, poi offerse a Loretta un mazzo di rose gialle.
Vedete, Clelia, questa  mia sorella, disse Arrigo affabilmente.
Oh, signorina!... esclam la fioraia, con la sua voce di falsetto, sprofondandosi in una riverenza da vecchia maestra di ballo. E si ritrasse, lasciando l un suo benevolente sorriso, viscido come una lumacatura.
Come? Non le di nulla? osserv Loretta.
Eh, via, la si paga una volta ogni tanto...
Povera donna! Deve guadagnar poco.
Certo, coi fiori poco. Ma i fiori non sono che il suo biglietto da visita. Vedi, le ho detto che sei mia sorella, cos fra dieci minuti tutto il teatro lo sapr.
Ah?... sei furbo! ella esclam, tuffando il viso entro il mazzo di rose.
Nel ridotto, ne' corridoi, nell'atrio, su per le scale, nei camerini, dappertutto dove poteva essere un Mammagnccolo, si parl della bella ragazza che stava con il del Ferrante in un palco di prima fila. Nessuno immaginava chi fosse, n tanto meno la ravvisavano, se pure alcuni l'avevan qualche rara volta incrociata per la strada. La Clelia, infiorando occhielli, s'era forse dimenticata di seminare questa notizia.
Verso la met del second'atto Arrigo vide il Giuliani affacciarsi dall'alto al parapetto del palco.
C' Rafa! esclam sottovoce. Ma non guardare lass.
Era entrato in quel momento nel palco e salutava gli amici.
Son curiosa di vedere se mi riconosce, disse Loretta, divertendosi.
Vedremo, bisbigli il fratello, che spiava con la coda dell'occhio. Adesso mi sembra che gli stiano parlando di noi.
Ma sebbene infatti gli parlassero di loro, e sebbene l'avesse guardata con il canocchiale, per tutto l'atto non la riconobbe, tanto era lontano dal poter supporre che fosse lei. Quando, all'altro intermezzo, la sala ridivenne chiara, e Rafa, guardando meglio, riconobbe per prima cosa que' suoi capelli d'un biondo raro, poi la forma del viso e la bocca e il sorriso e le braccia e le spalle, e tutta lei, che amava infinitamente... quando pi non gli rimase alcun dubbio, una grande meraviglia, piena d'impazienza e d'incredulit, gli si dipinse nel viso.
Che? La conosci tu? domandarono gli amici.
S... cio no... ma, ecco...  impossibile! E si confuse.
Insomma la conosci o no? Chi ?
Allora prese una risoluzione e disse:
L'ho veduta molte volte per istrada.
L'amava e non poteva tradirsi, l'amava e non voleva tradire lei.
Non sai altro?
Non so altro.
Allora perch ti affanni tanto? fece Tot Rgoli. Se fosse la tua amante non ne saresti pi sovreccitato.
Il Giuliani, seccatissimo, usc dal palco ed apparve in due o tre punti opposti del teatro, poi travers la platea, venne fin sotto il palco d'Arrigo, tutto acceso in volto e cos turbato che aveva un aspetto ridicolo.
Loretta, impassibile come una statua, guardava in aria, mentre il povero Giuliani non poteva capacitarsi della cosa. Sopra tutto non comprendeva come mai Loretta, che certo l'aveva gi veduto, rimanesse tanto calma. Si avvicin di nuovo al loro palco ed ebbe l'audacia di chiamar Arrigo per nome, augurandogli la buona sera.
Addio, Rafa, rispose Arrigo rapidamente. Ma finse tosto d'aver qualcosa a fare in fondo al palco e si ritrasse. Loretta non si scompose; guard per un attimo il Giuliani, con un sorriso fuggevole, poi volse gli occhi altrove.
Perplesso e nervoso, Rafa se ne and a fumare in ridotto. Ma non pot finire la sigaretta e torn fra i suoi amici mentre cominciava il terz'atto.
Ecco, adesso lo sappiamo chi , disse il Rgoli.
Chi ? fece Rafa, sgranando gli occhi.
 la sorella di Arrigo.
Ma via! non dire sciocchezze!
Guarda un po' che bel tipo! Cos'hai stasera?  sua sorella, ti dico. Sua sorella, proprio. Lo ha detto egli stesso alla Clelia; ti basta?
Rafa scroll le spalle, ma timidamente.
Vorrei un po' sapere cosa te ne importa e cosa ci trovi di strano?
Rafa, mezzo intontito, non rispondeva.
Un maligno avanz:
Di fatti ha l'aria un po'... come dire? un po' Folies Bergre, per una signorina di buona famiglia?
Ma  Rafa che invece ha l'aria lugubre!
A lui, tutte le belle donne han sempre dato un senso di malinconia.
Questa  bella davvero, per bacco!
Ha gli occhi tinti.
No.
S.
Una bocca viziosa...
E il petto!... guarda un po' che splendore!
Dev'essere una civetta.
Continuavano allegramente ciascuno a dir la sua. Poi si misero a celiare sul conto di Rafa.
Lui, vedi,  capacissimo d'aver commesso uno sproposito. Forse l'ha incontrata per istrada e l'ha inseguita come fa sempre.
Ma no! rispose il Giuliani vibratamente.
Hai avuta forse un'avventura con lei? domand uno spudorato.
Rafa si chiuse nelle spalle, imbronciato. Alcuni risero.
Sta a vedere, disse un altro, ch' proprio lei quel tuo nuovo misterioso amore!
Siete pazzi da legare tutti quanti! esclam il Giuliani, volgendo la cosa in ridere.
Gurdati nello specchio: sembri un ubbriaco. Ci deve pur essere qualcosa.
Ma niente! ma niente! fece Rafa seccato. La conosco appena di vista e non supponevo affatto che fosse la sorella di Arrigo. Ne siete sicuri poi?
Cos ha detto la Clelia; domandalo a lei.
Alcuni zittirono i ciarlieri e la conversazione s'interruppe.
Rafa, che amava la musica, non avrebbe saputo dire quella sera che opera si desse. Ritto in fondo al palco, i suoi occhi eran come affascinati dallo splendore di Loretta e non poteva staccarli da lei. Ma nel suo buio cervello passavano in torma le pi fantastiche idee. Si sentiva nello stesso tempo sorpreso, burlato, minacciato, ravvolto in un grande pericolo, in una tentazione pi grande. Ella si era dunque divertita a sembrargli da meno che non fosse, gli aveva tutto nascosto, anche il suo vero nome, per apparirgli davanti una sera, inattesamente, al fianco d'un fratello temibile, affacciata sopra una platea che l'ammirava. Cos bella infatti egli non l'aveva mai veduta n cos desiderabile. Perch dunque si era lasciata seguire, avvicinare, tentare? Perch aveva risposto alle sue lettere? Perch, talvolta, se pur scontrosa e riluttante, si era lasciata baciare? Cos'era questa fanciulla emancipata, che passeggiava sola, che accettava convegni, che qualchevolta scivolava con lui fin su l'orlo della colpa, volandone via con la grazia d'una farfalla che gli lasciasse appena su le dita il bianco della sua cipria?
Si era divertita: ecco tutto. E forse, domani, dopo quel mutamento di scena, non avrebbe voluto continuare pi nel suo gioco. Ma questo pensiero lo mordeva, lo atterriva, perch tutta la sua vita era momentaneamente presa dal desiderio di lei.
Rafa non aveva molti vizi; bench ricchissimo, non conduceva una vita del tutto sfaccendata; s'occupava delle sue terre, amministrava il patrimonio familiare, si dilettava di politica, forse per un'ambizione lontana. Pur amando la compagnia de' Mammagnccoli, non giocava, non ismodava nel bere, non sprecava le notti in vani bagordi; solo era d'una debolezza quasi puerile con le donne che a lui piacessero, e se n'accendeva sino a diventar ridicolo, sino a dimagrar d'amore. Ma questo capriccio per la sorella d'Arrigo aveva superato ogni altro accendimento.
A un certo punto il suo malessere divenne cos acuto, che prefer andarsene dal teatro per scriverle una concitata lettera. Ma quando fu nella strada, pens che lo spettacolo stava per finire ed ebbe la tentazione di rivederla. Torn nell'atrio e attese.
Presto la vide; scendeva dallo scalone a braccio del fratello, parlando con lui, ridendo. Era un poco accesa in volto; i suoi dentini scintillavano fra le labbra rosse. Quel mantello di raso, con il cappuccio ed il fiocco, gettatole sopra a guisa di scialle, raccolto, insieme con la gonna, entro il suo pugno inguantato, le dava quel non so che di voluttuoso e d'impertinente che han nella nostra memoria i domini veneziani, que' domini furtivi che una gondola nera traghettava di palazzo in palazzo lungo i canali taciturni. Per una invidia inspiegabile si nascose, per una gelosia malsana li spi.
Salirono in vettura, scomparvero.
Volevano cenare senz'essere in balia di sguardi curiosi, e scelsero un ristorante fuor di mano, dove per lo pi non bazzicava gente conosciuta.
Allora, davanti alla cena imbandita, allo Sciampagna che raggelava nel secchio di ghiaccio, il fratello e la sorella, come due timorosi amanti, si sentirono felici. Quella felicit che invade il corpo e lo spirito quando comincia l'amore, quella gioia che si propaga fino alle pi piccole cose e mette un velo di bellezza sopra le mille immagini che incendiano la fantasia.
Ella era tutta ebbra, tutta viva del suo piccolo trionfo; si era sentita bella, si era sentita salire intorno il desiderio degli uomini come una ventata calda, e tutti avevano parlato di lei, di lei che appariva per la prima volta. Quella vita lussuosa e gioconda che aveva tante volte sognata nel suo lettuccio d'inquieta vergine, pareva cominciasse con un buon auspicio, con una vittoria facile. Era donna, intimamente donna, e sentiva il valore di queste piccole cose.
Se qualchevolta, recandosi ai convegni del suo persecutore, s'era sentita vergognosa d'una veste un po' dimessa, d'un cappellino appena sopportabile... ora non pi; se aveva temuto qualchevolta ch'egli scoprisse in lei null'altro che una piccola bottegaia... ora non pi; se c'era stato forse, nella tenacit con cui s'era difesa da quell'uomo, il rammarico di non potergli mostrare una biancheria tutta di pizzo e di lino, ed il pensiero insomma ch'egli avesse potuto paragonare le sue calze, il suo busto, la sua camicia, con quelle d'altre amanti raffinatissime... ora tutto questo, che tutela sovente l'onest d'una fanciulla, poteva non essere pi. Sapeva d'averlo abbagliato, e bench non l'amasse, ne andava orgogliosa. Non si sarebbe mai pi sentita umile davanti a lui, non si sarebbe mai pi tenuta per uguale delle sartine, dietro cui si sguinzagliano a frotte, in una caccia economica ed accanita, i donnaioli della buona societ.
Ella doveva questo al fratello, non ad altri che a lui. Ma c'era nella sua riconoscenza qualcosa di pi che un'ambizione. Lo stare con lui le dava un piacere singolare; ch'egli la trovasse bella, che le dicesse una frase gentile, questo la lusingava pi che l'adorazione di Rafa, pi che l'omaggio di chicchessia.
Poi, oscuramente, si sentiva desiderata da lui, e questo desiderio vinceva lei pure, talvolta la soffocava un poco, le dava quasi uno spasimo, quasi una voglia irragionevole di abbandonarsi nelle sue braccia. Non le pareva pi affatto che fosse il suo fratello, l'Arrigo di cui si ricordava bambina; ma un altro, ch'era poi scomparso, ed ora tornava, trasfigurato, dopo esser stato ad imparar l'amore nelle alcove dei palazzi, a far piangere le cortigiane, a ingelosire i gentiluomini; un altro, che le donne belle e ricche avevano coperto di baci, lasciandogli su la bocca un profumo che l'avvolgeva di tentazione.
Aveva una bella casa; in quella casa ove altre amanti erano andate, ella pure si sentiva invadere dal lor medesimo turbamento; avrebbe voluto che, invece di Arrigo, si chiamasse con un altro nome, per potergli dir come loro: Ti voglio bene... per poterlo baciare senza paura e senza fine.
Nella sua fragile anima succedeva una grande cosa. Tutto il giorno stava pensando a lui, le ritornavan le sue parole come un'eco ininterrotta, e rivedeva i suoi forti occhi, un po' accesi, tutte le notti, quando si coricava. Egli era qualchevolta con lei dolce come un bimbo, qualchevolta irascibile come se la odiasse. Perch? Sovente in un solo gesto furtivo e rapido della sua mano ella concepiva il pericolo di sentirsi afferrata, carezzata, sopraffatta; ma questo pericolo insieme le piaceva... Perch? C'era forse una forza oscura, invincibile fra loro?...
Ti annoi di rimanere con me? domand Loretta con una voce insidiosa.
Mi piace rimanere con te, diss'egli. Mi piace pi che ogni altra cosa.
Ella gli mand uno sguardo soave come un bacio. Poi ch'ebbero parlato e riso e bevuto, si sovvennero di guardar l'ora. Mancava un quarto alle due.
Dio buono! esclam Loretta. E la mamma che voleva rimaner desta finch fossi tornata!...
Dirai che lo spettacolo  finito tardi.
Si levaron frettolosi, poich bisognava ch'ella si mutasse ancora d'abiti. S'avviarono.
La notte, come una splendente cortigiana, s'era messa tutte le sue collane di stelle; ai piedi, alle mani, per tutto il suo corpo immerso nella primavera, brillavano gioielli d'inestinguibile splendore. Saliva dentro il cielo curvo il respiro della citt addormentata.
E quel po' di chiarore che, andando, si vedeva qua e l tralucere da finestre chiuse, nelle case addormentate ove brillavano i nascondigli dell'amore, e quel fantastico apparire di coppie nottambule fuor dai vicoli oscuri, e quel profumo d'invisibili giardini che soverchiava le muraglie, e il sonnolento andare dei cavalli sui selciati sonori, e quel silenzio che incantava la notte fra le ventate del mese di Marzo, tutto questo insieme, come un sottile malefizio, come una subdola poesia, esagitava nei loro cuori malati il fantasma nascosto.
Salirono su per le scale, mal rischiarate dalla luna che imbiancava i gradini, tenendosi a braccio, avendo per tutte le vene diffusa la dolcezza del loro colpevole amore. Egli la portava quasi, e la sentiva, tutta ebbra, tutta calda, palpitare contro di s.
Si sapevano soli, sapevano che il loro peccato sarebbe sepolto in una notte d'oblo.
Egli aperse l'uscio; entraron a tastoni, nel buio. Ed entrambi amarono quel buio, quell'ombra in cui sentivano d'essere vicini, avvinti alla divina colpa, senza riconoscersi pi. Egli la trattenne, si appoggi con tutta la persona contro la sua persona; sent che il suo morbido corpo femminile, pieno di brividi, gli si avvolgeva intorno come per stringerlo in una carezza sola.
Loretta... mormor egli pianamente. E non seppe dire che il suo nome, pi volte, con una voce paurosa.
Erano soli, nel pericolo della notte; li vestiva l'oscurit, li avvolgeva il silenzio della casa invigilata. E fra quel buio, tra quel silenzio, indugiavano con ebriet, come nel tepore d'una coltre voluttuosa.
Ella si sentiva stanca, deliziosamente stanca; aveva bevuto un po' troppo Sciampagna, ed or le ronzava dentro il cervello qualcosa d'inconsueto, come un turbinio di farfalle, di continue farfalle, bianche e nere. La sua bella e forte giovinezza era tutta un palpito di vita che soverchiava il suo piccolo cuore. Sentiva ondeggiare, fremere, intorno alle sue narici trasparenti una calda vampata, un soffio di profumi torbidi; le sue reni snelle avevan quasi la voglia ostinata di flettersi in uno sforzo doloroso e rappacificante contro la gagliarda d'un petto virile. Le pareva che la musica d'un'orchestra pazza cantasse, cantasse dentro di lei, senza tregua, una canzone scapigliata; le pareva in quel buio di veder tutti i colori, di respirare tutti i profumi, di patire una gioia senza nome, di godere una sofferenza infinita... e davanti a' suoi occhi ripassavano densi turbini di farfalle, di continue farfalle, grandi e piccole, bianche e nere.
La sua verginit non era pi che un brivido, una cosa infinitamente sottile, infinitamente vicina al peccato.
In lui era stato dapprima un fatto oscuro, impreciso, una di quelle sensazioni ambigue che attraversano lo spirito come baleni, e pur vi lasciano un solco. Nel suo cuore sensuale e forte, questa idea furtiva s'era infiltrata scivolando, come una piccola donna fasciata di veli tra una schiera d'uomini irti d'armature.
La colpa gli era penetrata nell'essere insidiosamente, senza lasciargli tempo di riflettere, come la sopraffazione di un profumo voluttuoso, come l'ubbriachezza d'una bevanda forte. A lui, ch'era consumato e cinico nelle scaltrezze dell'amore, aveva dato certe sensazioni vaghe, certe paure, certi fremiti, come si hanno talvolta, quando balena la possibilit di una gioia superiore alle nostre forze. Era il primo de' suoi desiderii ch'egli non avesse osato guardare in faccia, la prima frode che lo avesse impaurito.
Perci bisognava togliersi da quel buio, da quella molle tenebra che li fasciava, rompere quel silenzio, distruggere quella dolcezza mortale.
S'allontan da lei barcollando, cerc lungo il muro, accese.
Erano assai pallidi entrambi e non osarono guardarsi.
Egli disse, con una voce opaca:
Vatti a vestire, Loretta.
E poich'ella indugiava, perplessa:
Fa presto, soggiunse, fa presto...
Ella ebbe quasi paura di lui, tanto la sua faccia era mutata.
Che hai, Rigo? mormor, allungando una mano per accarezzarlo.
Nulla; fa presto.
Allora ella raccolse il mantello, che le era scivolato gi dalla spalla, vi si fasci dentro come se avesse freddo, e, chinando il volto, a piccoli passi and verso la camera. Quando fu sul limitare, si volse, gli sorrise. Rideva in lei, nel suo cuor femminile, l'orgoglio della seduzione che sentiva di spargere intorno a s.
Con un gesto nervoso Arrigo si contorse le mani e cominci a camminare. Fischiettava piano piano, fra i denti, come per mordere la sua canzone. Si guardava la punta delle scarpe lucide che leggermente scricchiolavano sul tappeto. Poi di botto si ferm presso la finestra chiusa, ne aperse un'imposta, poggi la fronte contro il vetro e stette a guardare.
Fuori, la luna imbiancava le muraglie con il suo chiarore fantastico, gettando qualche lunga ombra da un comignolo all'altro, balenando su le grondaie.
Rigo, disse la sorella dall'altra camera, perch stai l?
Egli non rispose.
Rigo!... ripet la sorella con una voce impaziente, vieni dunque!
Egli s'affacci all'uscio e rimase fermo sul limitare. Ella s'era cambiata in fretta le scarpe, la sottana, s'era messa la camicetta e stava ora abbottonandola. Ma s'interruppe nel mezzo, gli corse vicino e gli butt le braccia al collo.
Che hai? Cosa ti ho fatto, Rigo? disse con una voce perfida, appoggiandosi contro di lui, come per fargli sentire quanto il suo corpo fosse morbido e pieno di tentazione.
Ritta sui piedini cercava di giungere alla sua bocca, gli molestava la faccia con la piuma d'oro de' suoi capelli.
Io so bene cos'hai... disse, inarcandosi ancor pi, ancor pi.
Egli la guard ambiguamente, fra il sorriso e l'ira.
Senti... ella fece. E colle mani congiunte gli pieg il collo per parlargli all'orecchio.
Disse, in un bisbiglio, in un alito, in un bacio:
Mio amore... mio amore... anch'io vorrei... come te...
Con le labbra calde, avide, egli la baci sul collo nudo. Ella dette un piccolissimo grido, si scoverse con furia la gola, si torse, trem.
S, bciami!... tutta... tutta...
Gli offriva la sua gola turgida, calda, che ansava, ed il collo, il petto, le spalle: tutta la sua nudit odorosa, cercandolo con la bocca convulsa, velando gli occhi appassiti come due viole mammole.
Era scapigliata, piena di vampe, bellissima.
Che fai? che fai?... che fai!... grid egli dissennatamente.
Bciami!... ella ripeteva ostinata, contraendosi nella febbre del suo tormento. Bciami ancora, tutta...
E quand'ebbe estenuata ogni forza nell'attorcigliarsi contro la sua persona, quando gli ebbe convulsamente cacciate le mani entro i capelli, ferita la bocca, bevuto il respiro, d'un tratto imbianc, s'ammoll come un cencio, rise, pianse, gli rimase tra le braccia, inerte.
Lora... Loretta... mormor egli pi volte, poich pareva ella non udisse. Quel desiderio veemente aveva sopraffatto il suo, l'aveva quasi annientato. Allora la port sopra un divano, si mise a carezzarla piano piano, a toccarla paurosamente.
Dopo qualche attimo ella sorrise, come se l'avessero destata da un profondo sogno, come se un'ubbriachezza svanisse dal suo cervello, dalle sue vene, a poco a poco.
Dimmi... ella mormor.
Che vuoi?
Dimmi...
Ed invece nulla disse; intrecci le dita nelle sue; ma non aveva pi forza.
Curvo sopra la sua bocca, egli le ripeteva quasi per addormentarla:
Taci...
La sua verginit non era pi che un brivido, una cosa infinitamente sottile, infinitamente vicina al peccato.
E tornarono a piedi, per la notte chiara, verso il rifugio della casa paterna.
...
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FINE prima parte.